Sono sicura che tutti voi lettori accaniti, come me, avete un autore o un’autrice con cui avete instaurato nel tempo un rapporto quasi personale, intimo, addirittura familiare. Si tratta probabilmente di un autore a cui vi siete avvicinati per caso, prendendo in mano, un giorno come un altro, una delle sue opere, con la stessa curiosità con cui affrontate solitamente tutte le nuove letture. Magari neanche c’è stato un motivo preciso per il quale avete scelto quella volta proprio quel libro invece che un altro. Poi, però, lo avete aperto, magari avete annusato le pagine, avete compiuto tutti quei vostri piccoli riti che non trascurate mai aprendo un volume per la prima volta; avete letto la dedica e passato la mano sulla carta per sentirne la ruvidità, e, finiti tutti i vari rituali, avete iniziato la lettura. Prima una parola, poi un’altra, e si è verificata, a un certo punto, la magia. Si è instaurata quella connessione speciale con l’autore, sorta probabilmente dalla corrispondenza ritrovata nei suoi pensieri, nelle parole di chi non hai mai incontrato, ma sembra conoscerti come neanche tu conosci te stesso, e descrive moti del tuo animo che neanche tu sapevi di provare. Si instaura immediatamente una connessione che è rara da trovare persino con persone familiari nel corso di un’intera esistenza. E l’impressione è quella che le parole scritte quel giorno, in quel luogo, da quella persona a te così estranea, siano state per qualche piano del destino scritte apposta per te.
Questo è probabilmente un punto di vista egocentrico e egoriferito, ma personalmente è questa l’impressione che ho avuto avvicinandomi per la prima volta alle opere di Sylvia Plath.
La mia conoscenza con l’autrice ha preso avvio ormai svariati anni fa, quando mi è capitato fra le mani il suo romanzo più noto, ovvero “La campana di vetro”. La storia è fittizia, ma ha connotati fortemente autobiografici ed è caratterizzata da una analisi psicologica di un’acutezza delicata e travolgente al tempo stesso. E’ un romanzo che sa descrivere con semplicità quasi dolorosa i meccanismi subdoli su cui si fondano i pensieri ossessivi di una mente soggetta alla depressione. Allo stesso tempo, però, è la storia di una ragazza che come tanti adolescenti si ritrova a dover fare i conti con il proprio talento e con le infinite possibilità che la vita le offre di sfruttarlo, mentre le grava addosso il peso di una società che la forza a essere ancora prima di poter diventare.
Forse proprio perché ho letto il romanzo nel momento giusto, nel pieno della mia adolescenza, immediatamente ho ritrovato nell’autrice un livello di comprensione profondo che faticavo allora a ritrovare nelle persone che mi stavano attorno, e forse anche in me stessa.
E’ così che ha avuto inizio il mio tentativo, quasi ossessivo, di instaurare con Sylvia Plath un rapporto concreto, di corrispondenza spirituale e intellettuale (mi piace chiamarlo così), attraverso la lettura e l’analisi delle sue opere, in prosa e poesia, nella speranza disperata di sentirmi nuovamente così tanto capita attraverso le sue parole come era accaduto con “La campana di vetro” e per capirmi forse anche io un po’ di più. La lettura della Plath è diventata per me in questi anni strumento di autoanalisi, sostegno, confidenza e compagnia; Sylvia è diventata parte della mia esistenza, un’amica e una compagna di vita con cui condividere le mie giornate e i miei pensieri più profondi, che lei sa interpretare come nessun altro.
Eppure, la lettura delle sue opere a un certo punto non mi è più bastata, ed è allora che mi sono avvicinata a “Quanto lontano siamo giunti”, che mi ha permesso di accedere a un livello di confidenza più intimo con quella che era già ormai per me un’amica stretta.
Raccolta delle lettere che l’autrice indirizzò alla madre e al fratello tra il 1950 e il 1963, il libro raccoglie quegli stessi moti dell’animo, quelle stesse incertezze e quelle stesse speranze che la stessa Sylvia descriveva attraverso i personaggi dei suoi romanzi, primo fra tutti “La campana di vetro”. La verità e l’acutezza della narrazione, qui, però, raggiungono una profondità maggiore, attraverso la sincerità, quasi dolorosa, con cui la Plath si rivolge alla madre, aprendosi a lei senza il filtro del racconto fittizio e senza le limitazioni date dalla destinazione pubblica dell’opera.
Gli anni descritti sono all’incirca gli stessi di cui trattava anche in “La campana di vetro”: quelli subito precedenti al College, con le incertezze e i dubbi su cosa fare della propria vita, su chi diventare; quelli del College, caratterizzati dalle nuove esperienze, come quella dell’amore e quella di ciò che si rivela non essere amore; i primi anni lavorativi, caratterizzati invece dalla determinazione di chi finalmente sa quale sia la propria direzione e la segue con una passione cieca e quasi disperata. Ovviamente, questi sono anche per l’autrice gli anni delle prime crisi depressive, che la portano ai tentativi di suicidio, sono gli anni in cui si scopre a vivere sotto quella campana di vetro, che fino ad allora aveva sempre ignorato, ma che era da sempre stata il filtro con cui viveva la vita e di cui mai si sarebbe veramente liberata, fino alla decisione estrema che pose fine alla sua vita. La storia del suo suicidio è piuttosto nota: la donna preparò i figli per la scuola, come tutte le mattine, e quando rimase sola, si uccise mettendo la testa nel forno della propria cucina.
Ciò che però caratterizza questa raccolta, rispetto alle altre sue opere che trattano dello stesso tema, oltre appunto alla cruda sincerità della narrazione, è la maggiore caratterizzazione dell’autrice, che qui non si presenta più come personaggio, né tantomeno a dire il vero si presenta in alcun modo, ma, scrivendo a sua madre, semplicemente è. Ecco allora che emerge il ritratto della persona più che del disturbo della depressione: quella che nelle altre sue opere poteva apparire come la storia di una ragazza che convive con un disturbo subdolo e per lei quasi attraente, e perciò ancor più maligno e incontrollabile, diventa più propriamente, in “Quanto lontano siamo giunti”, la storia di una ragazza americana degli anni ’50, che deve fare i conti con le pressioni che la società ha su una donna col suo talento e con il difficile tentativo di scoprire, e costruire al tempo stesso, se stessa.
Ciò che più sorprende di questa lettura è il fatto che si fatica a riconoscere, nelle epistole, la Sylvia Plath che la tradizione ha costruito col tempo nei nostri immaginari. La depressione si presenta allora in maniera più realistica. E’ presente fin dall’inizio, eppure è difficile scorgerla nei racconti pieni di speranze, di curiosità, di determinazione e di vita, che Sylvia fa a sua madre nei suoi anni al College. Poi si inizia a intravederla, e si fa sempre più concreta, eppure le crisi e gli atti estremi appaiono quasi improvvisi al lettore, e restano quasi inspiegati, forse perché proprio inspiegati lo sono anche per la stessa autrice che le racconta. E’ questo per me il vero potere del libro: la crudeltà di una realtà che non puoi capire, ma di cui puoi solo prendere atto; il fatto di dover accettare la storia di una ragazza così felice, eppure così tormentata, l’accettazione del fatto che i sentimenti della Plath non li puoi spiegare, eppure, in qualche modo, forse per empatia, forse perché, esclusi i momenti più critici e patologici, alla fine dalle lettere emerge la storia di una ragazza che semplicemente vive la vita per la prima volta, proprio come noi.
Dunque è così che voglio consigliare a tutti voi la lettura di “Quanto lontano siamo giunti”: per chi già conosce le opere dell’autrice, come approfondimento della sua psicologia e del suo percorso artistico (minuziosamente descritto nelle epistole), per chi per la prima volta si avvicina a lei, ma in generale per tutti gli adolescenti, come l’analisi della vita interiore di una ragazza nel suo percorso per la costruzione della propria identità personale.
