Un terzo del petrolio mondiale via mare è bloccato nel Golfo Persico dopo gli scontri di inizio anno. Teheran impone tasse sui transiti.
Lo Stretto di Hormuz, il canale marittimo strategico che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, si trova da settimane in una condizione di blocco quasi totale del traffico commerciale. La paralisi è la conseguenza diretta del conflitto armato scoppiato il 28 febbraio scorso tra la coalizione guidata dagli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran. Nonostante l’attuale tregua sul campo, la tensione nelle acque del Golfo rimane critica.
Teheran rivendica la sovranità sullo Stretto e ha istituito una specifica Autorità di gestione. Ha imposto rotte obbligatorie sotto le proprie coste e annunciato che farà pagare tasse di transito altissime (fino a 2 milioni di dollari per nave) consentendo il passaggio solo ai paesi considerati “alleati”. Washington, invece, ha risposto imponendo a sua volta un blocco navale ai porti iraniani. Il presidente Donald Trump ha lanciato l’operazione Project Freedom per scortare militarmente le navi. Questo progetto consiste nel soccorrere migliaia di imbarcazioni rimaste bloccate nel canale, forzando lo Stretto di Hormuz. Il presidente americano lo descrive come “una missione umanitaria“, mentre l’Iran lo considera come una violazione del proprio spazio.
Nelle ultime ore gli USA hanno dichiarato di aver posticipato un massiccio attacco militare punitivo imminente contro l’Iran solo dietro esplicita richiesta dei partner del Golfo (Qatar, Arabia Saudita ed Emirati), che temono la distruzione totale delle proprie economie. Il blocco prolungato di Hormuz sta paralizzando le catene di rifornimento: Il Regno Unito e i Paesi Europei hanno lanciato l’allarme sul rischio concreto di una crisi alimentare ed energetica globale se i mercantili rimarranno bloccati, mentre i prezzi del carburante stanno aumentando sensibilmente in Occidente. L’Italia segue la situazione con estremo timore, soprattutto per le ripercussioni sulla sicurezza del proprio esercito in Libano, ma Roma ha confermato che nessuna unità della Marina Militare italiana è stata inviata a partecipare alle operazioni di blocco o scorta a Hormuz.
Il futuro della crisi rimane legato all’esito delle mediazioni diplomatiche in corso tra l’Iran e gli Stati Uniti. Con lo Stretto di Hormuz ancora parzialmente bloccato e le navi militari occidentali schierate nel Golfo, l’equilibrio della regione resta instabile. La riapertura definitiva del canale e la revoca delle sanzioni economiche rimangono i nodi principali da sciogliere per evitare un’escalation militare che rischierebbe di coinvolgere direttamente altre potenze mondiali. Gli osservatori internazionali guardano con attenzione soprattutto alla Cina, principale acquirente del petrolio della regione, e alla Russia, che mantiene stretti legami diplomatici e militari con Teheran e che potrebbe essere trascinata nel conflitto in caso di un nuovo attacco statunitense.
