Du vague à l’âme [Malinconia diffusa]

A volte nella nostra società contemporanea il pensiero di fermarsi un secondo, riflettere, prendere una boccata d’aria sembra quasi distopico.

Viviamo in un mondo sempre in movimento e, quando meno ce lo aspettiamo, la vita ci ricorda che siamo circondati dalla frenesia e dall’affascinante progresso umano. L’invenzione di tutti gli oggetti che usiamo quotidianamente e la modernizzazione a cui ci siamo aperti negli ultimi decenni, forse, dal punto di vista di molti, sono stati passi inevitabili, scelte a cui non avremmo potuto comunque rinunciare. D’altra parte però il consumismo e l’apparente perfezione ci hanno davvero fatto coronare questo sogno plateale?

La nostra generazione, crescendo durante questo fenomeno, è disposta a farne parte a sua volta? Infine, è questo anche il nostro sogno o stiamo solamente mentendo a noi stessi?

Il periodo dal quale abbiamo imparato, quello in cui siamo cresciuti e nel quale abbiamo appreso la nostra educazione ci ha dato molti insegnamenti, ma ha chiaramente stabilito anche molti vincoli che molti di noi non sono pronti ad affrontare.

Ad oggi spesso si sente parlare di ansia, disturbi alimentari o attacchi di panico che purtroppo diventano oggetto di indifferenza, quasi come se chi provasse queste emozioni sia un estraneo, un individuo che molto probabilmente sopravvaluta o non sa affrontare le difficoltà della vita. In verità stiamo parlando di conseguenze, di come ognuno di noi relazioni con il dolore in modo diverso. Tuttavia è vero che alcune paure sono generalizzate e sono diventate timori della nostra generazione, mentre altre sono precise angosce che si manifestano in ognuno di noi diversamente, ma in qualche modo restano sempre lì.

C’è chi ne parla, e poi c’è chi ne fa scherno perché il dolore non riesce ad esternarlo.

Secondo il Medium oggi la generazione Z è quella che soffre di più nel sentire il dovere di realizzarsi presto, fare tanti soldi e il più presto possibile. Il desiderio di sostenere se stessi e la famiglia crea la paura di non essere mai abbastanza, di fallire sempre e di non poter realizzare i propri sogni se non economicamente stabili e relativamente molto giovani.

Questa paura rientra nella fobia chiamata Atelophobia, dal greco ateles (imperfetto) e phobos (paura); secondo quest’ultima ci si sente spesso meno validi come persona dopo aver sbagliato e anche nei più piccoli errori si vedono enormi fallimenti che in realtà non esistono.

Nei ragazzi della generazione Z che passano attraverso l’adolescenza, invece, spesso si manifesta una paura diversa, ma che fondamentalmente ritrova le sue radici nella pressione costante di dover eccellere da soli non per soddisfare la propria persona ma chi sta attorno. La cacophobia infatti è la paura di essere percepiti brutti o sgradevoli. Negli adolescenti sentirsi meno attraenti degli altri porta ad avere meno autostima e in qualche caso al disturbo ossessivo di non avere intoppi, di non fare nulla di sbagliato. Questo perché si ha il terrore di diventare invisibili e ignorati dagli altri, come nella athazagorafobia, ovvero la paura di essere dimenticati.

La paura però non è un sentimento momentaneo, che non si lega strettamente all’età, ma ai periodi che stiamo passando e le circostanze che stiamo vivendo.

Secondo lo studio Edx di neuroscienze di Harvard non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che sentiamo e tocchiamo manda segnali al nostro cervello ed appunto è razionalmente naturale che una delle prime reazioni sia la paura nel nostro corpo.  Sarebbe però ideale precisare che non è il nostro cervello a creare le nostre fobie, perché il nemico più grande da affrontare siamo noi stessi. La paura può distorcere la realtà, influenzare il nostro corpo e le nostre decisioni e portarci a chiuderci in noi stessi. Per questo è importante affrontarla, ma prima di tutto va capita la sua natura: “cosa c’è di tanto grande e terribile da farmi così paura?”

Il percorso per capirlo non è certamente facile e non siamo gli unici a dover combattere contro le nostre insicurezze. Questo anche perché non è il dolore a diventare più piccolo nel tempo, ma siamo noi che con gli anni abbiamo una crescita personale e così lo sovrastiamo. Basta dargli la giusta importanza e parlarne, perché spesso non c’è una risposta, ma solo la sua continua ricerca, durante la quale la vita continua; cambiamo e valorizziamo ciò che è davvero importante per noi e per nessun altro. Proprio come in libri come “The Alchemist” o “Tuesdays with Morrie”, dove la felicità è davanti ai nostri occhi una volta superata la nebbia della paura, con accanto i nostri sogni e l’amore per la vita, ricordando sempre che un filo d’erba ferito profuma sempre di più. 

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