Nella mia crescita, ho notato una costante: man mano che si va avanti con l’età ci si pongono sempre meno interrogativi. Ciò può apparire pienamente razionale, poiché con l’età viene data risposta alle domande che ci facciamo, ma riflettendoci è quasi l’opposto di ciò che effettivamente succede. Ho compreso ciò grazie ad una citazione attribuita a Blaise Pascal: “La conoscenza è come una sfera: più il volume aumenta, più aumenta la superficie a contatto con l’ignoto”. Ed è qui che vi è una falla: come mai man mano che scopriamo più cose non ci facciamo più domande? Anzi, man mano che cresciamo e acquisiamo risposte, smettiamo di farci domande, di mostrare curiosità verso quello che ci circonda. E mi è sembrata una cosa così irrazionale e inspiegabile che ho chiuso questa riflessione nel cassetto, estraniandomi dalle mie stesse conclusioni. Eppure tutto ciò non poteva rispecchiarmi meglio.
Faccio spesso delle passeggiate, quasi per staccare dai miei doveri e anche dal mondo. E in una di queste, proprio mentre stavo pensando a cosa scrivere, ho tirato su la testa per vedere le fronde degli alberi. Qualcosa però mi aveva attirato con la coda dell’occhio: un bagliore rosa intenso che mi ha fatto istantaneamente girare lo sguardo: davanti a me si alzava una nube rosa, quasi fosse fatta di zucchero filato, che splendeva dei raggi del sole. È stato proprio quel colorito intenso a catturarmi, rievocando ricordi di qualche negozio di giocattoli che frequentavo da piccolo e contrastandosi con la fila di nuvole nere che, massicce come una schiera di soldati, si aprivano sotto di essa. E, per quanto possa sembrare stupido, non riuscivo a distaccare lo sguardo da quello scenario. Una sola domanda pervadeva i miei pensieri: perché il cielo è così bello?
Perciò mi sono avvicinato, puntando fisso a quella nuvola, e non appena mi si è aperto davanti un campo, ho avuto la scena completa. Vedevo file di nubi nere stendersi fino all’orizzonte, così compatte che sembrava preannunciassero la pioggia. Ma, oltre a quel cattivo presagio, in una delle poche zone del cielo rimaste libere, vi era la nuvola rosa. Sembrava vegliasse su di me, dall’alto, quasi aspettasse di essere notata. E lì mi sono bloccato, come un bambino che vede una statua per la prima volta: troppo terrificato per toccarla, ma troppo incantato per andarsene. Fermo, con gli occhi tesi al cielo, in quel momento che pareva eterno; il vento spirava sui miei vestiti e le nuvole correvano, fino a nascondersi alle mie spalle e, in un battito di ciglia, la scena si era sfatta: la nuvola rosa era svanita, perdendo il suo colore e venendo sormontata dalle nuvole nere. Solo allora che mi sono voltato e, mentre il cielo si oscurava, ho ripreso la mia camminata. E quell’immagine, che normalmente sarebbe sfumata, è impressa dentro di me, indelebile. Come quella domanda così stupida ma, al contempo, essenziale. Perché alla fine non mi serviva capire perché il cielo fosse così bello, ma la vera domanda era un’altra: perché, se il cielo è così bello, non lo guardiamo?
Il filosofo britannico Alan Watts disse una frase: “Noi siamo l’universo che sperimenta se stesso”. Una frase talmente complessa che destabilizza ogni certezza che abbiamo, ovvero che siamo una infinitesima parte dell’universo, una particella così piccola da risultare irrilevante. Una frase che ci dà uno scopo, il ruolo di apprezzare l’universo poiché siamo noi quelli che possono farlo. Il confine tra essere vivente e non vivente per noi risulta molto netto, ma alla fine è solo un piccolo dettaglio che ci distingue: gli esseri viventi possono percepire quello che li circonda. i sassi non sentono di essere calciati; l’asfalto non si ritrae perché non percepisce di essere calpestato. Alla fine potrebbe sembrare una piccolezza, un nonnulla, ma la possibilità che abbiamo di sentire ciò che ci circonda è incredibilmente rara. Viviamo in un mondo dove non c’è mai il tempo per rendersi conto di dove siamo, una manciata di secondi anche solo per notare che siamo circondati da un sacco di cose che neanche notiamo, poiché ci hanno insegnato a non notare per concentrarci su altro. Passiamo la vita con la testa china, a svolgere compiti e a risolvere problemi, senza mai provare ad alzarla al cielo anche solo per notare che qualcosa è sempre a vegliare su di noi. Una cosa che ho capito mentre avevo gli occhi verso le nuvole è che, se avessi fatto anche un solo passo diversamente, non mi sarei mai reso conto di quante cose ho dato per scontato; non mi sarei mai reso conto di quante volte ho ignorato ciò che avevo attorno, come se fosse scontata la sua presenza. E quando le nuvole hanno continuato il loro corso, dispiegandosi alle mie spalle, sono stato pervaso da un senso di vuoto: mi sono reso conto che mi ero goduto lo spettacolo, che era il momento di andarmene e riprendere il mio percorso, come se andare avanti fosse il nostro compito. Ci viene insegnato che nella vita prima o poi tutto viene lasciato dietro di noi, che il passato se ne va e che è il futuro quello che conta. Il passato è il tempo degli errori e noi, come le nuvole, dobbiamo marciare e superarlo seguendo il flusso del vento. E, seguendo questa logica, continuiamo a guardare avanti. Non riesco ancora a comprendere perché ho fermato la mia camminata. È stata una decisione fulminea, quasi non controllata. E ripensandoci esiste un solo termine per descrivere la causa di ciò: è stata la meraviglia.
