Giorni fa mi sono imbattuta in un articolo dello scrittore keniano Ngugi wa Thiong’; la pagina trattava del colonialismo della lingua, tema non molto in voga in questo periodo, ma che comunque ha acquistato e acquista valore sempre maggiore, soprattutto all’interno di dinamiche mondiali attuali e del passato. L’autore critica questo fenomeno perché ritiene che sia una forma di dominazione culturale che ha come unico scopo quello di indebolire l’identità di un paese; fornisce a favore della sua tesi dati relativi a diverse colonizzazioni che si sono via via realizzate, come ad esempio quella dell’Irlanda da parte dell’Inghilterra: i primi coloni inglesi, arrivati sulla nuova isola, preferirono utilizzare l’idioma del posto, proprio perché era la lingua utilizzata dai locali; questo però non ‘andò giù’ a Londra che decise, nel 1366, di emanare dei decreti che prevedevano l’uso obbligato dell’inglese con conseguenti punizioni se fosse stato fatto altrimenti. Il motivo? Secondo il poeta Edmund Spenser, con la progressiva perdita della propria lingua, il popolo occupato si sarebbe indebolito rendendo così più facile l’avanzata.
A proposito dell’affermazione di Spenser, nascono degli interrogativi.
Quanto effettivamente contribuisce a rendere una nazione tale la presenza di una propria lingua?
Quanto è rilevante che quest’ultima venga tutelata?
E, quindi, l’esistenza di una lingua universale, andrebbe a indebolire in qualche modo il senso di appartenenza alla propria nazione?
Queste sono domande che, come spesso accade, non hanno una risposta definitiva, e di certo non sono io la prima a porle.
La questione della lingua è forse una delle più antiche che possano esistere, ed è stata ripresa negli anni, anche in tempi moderni, da personaggi che hanno voluto partecipare al dibattito esprimendo il proprio pensiero.
Durante una lezione in classe abbiamo in parte affrontato questo tema.
Ne abbiamo parlato quando, studiando la querelle, il dibattito che sorge nel primo ‘800 tra i classicisti e romantici, la De Stael affermava che noi italiani amiamo e ammiriamo talmente tanto la nostra lingua perché, al di fuori di essa, la nazione non possiede altri valori; ma ne abbiamo più specificamente discusso studiando Manzoni, e chi (se non lui) è più adatto per parlare dell’unità nazionale legata alla lingua?
Manzoni iniziando la prima stesura dei Promessi sposi si trovò davanti, come pubblico, un’Italia frammentata, con cittadini provenienti da contesti storici, sociali e politici profondamente diversi e senza un elemento unificante che li rendesse tutti partecipi allo stesso modo della vita attiva e civile nazionale. È proprio in questo momento che nasce il concetto di nazione, intesa però come un popolo che si riconosce all’interno di valori e tradizioni ben definiti, non solo confini geografici. L’autore, capendo sempre meglio a che tipo di pubblico volesse rivolgersi, comprese ben presto che quell’elemento unificante di cui era alla ricerca, era proprio una lingua che appartenesse solo ed esclusivamente agli italiani.
A rispondere alla mia domanda quindi ci ha pensato Manzoni, che, trovandosi senza una lingua nazionale, ne ha sentito talmente tanto la mancanza, da provvedere il più in fretta possibile creandone una praticamente ex novo.
Manzoni avvia un percorso che in realtà non possiamo ancora definire pienamente realizzato, l’autore attraverso il suo romanzo contribuisce sicuramente in grandissima parte a gettare le basi di quella che è poi diventata la lingua italiana, ma questo processo non si è concluso lì.
Da quel momento in poi i cittadini, discutendo del romanzo, divulgandolo e leggendolo, diffusero nelle persone l’idea di, quantomeno, iniziare ad usare quelle nuove espressioni, in cui si imbatterono durante la lettura, nel linguaggio quotidiano.
Ma, come dicevo, questo processo è tutt’oggi in via di evoluzione e come lo è adesso lo era anche a fine ‘800, agli inizi e a metà del ‘900, quando (sempre per rispondere alla mia domanda) il professor Manzi, stavolta usufruendo della televisione con la sua trasmissione “Non è mai troppo tardi”, permise a migliaia di italiani di ricevere un’educazione elementare, ritenendo essa fondamentale.
L’intervento del professor Manzi ci dimostra che la lingua, una volta creata, necessita di uno sforzo da parte di tutti i cittadini sia per mantenerla attiva sia, nel caso venisse minacciata, per riaffermarla non dandola mai per scontata. Una lingua che diventa così nazione anche fuori dai confini politici o quando essi cambiano.
Se si osserva infatti il caso dell’immigrazione notiamo che per un persona che migra da un altro paese, se intende ambientarsi al meglio all’interno della nazione in questione, il primo, fondamentale, passo da compiere è imparare l’idioma del posto, poiché solo attraverso quest’ultimo riuscirà nel miglior modo possibile nel fine ultimo di integrazione.
Detto questo, dobbiamo quindi limitarci a usare una sola lingua, precludendoci in questo modo tutte quelle strade legate al campo internazionale che, parlando solo il nostro idioma, sarebbero inaccessibili? Decisamente no, e su questo dobbiamo dare ragione alla De Stael che, nel suo articolo, dichiarava: “il commercio de pensieri è quello che ha più sicuro profitto”. Per far sì che la propria nazione stia al passo coi tempi e non manchi mai di informazioni, è necessario che, tra popoli, la comunicazione e il ‘commercio dei pensieri’ e della cultura avvengano, e il modo più adatto e diretto è sicuramente una lingua universale che ci permetta di venire a conoscenza di ciò che ci sta intorno.
Saper parlare più di una lingua non deve essere inteso quale fattore significativo di un sentimento di distacco e di non appartenenza al proprio stato, anzi, rappresenta invece un plus che ci consente di esplorare al meglio tutto ciò che ci circonda. È necessario inoltre soffermarsi sul fatto che ogni nazione ha, in primis, bisogno di focalizzarsi e concentrarsi su sé stessa, lavorando sui propri punti di forza, e questo è il primo passo che conduce alla nascita di quel sentimento di appartenenza che dovrebbe accomunare tutti noi cittadini e renderci in questo modo entusiasti del luogo in cui ci troviamo, fornendo la possibilità di esplorare nuove realtà, nella speranza che questo avvenga sempre per scelta e mai per necessità.
