Origine incerta, non attribuita a un autore in particolare, quanto probabilmente collocabile all’interno di pubblici riti celebrativi romani in cui potenti e vittoriose figure sfilavano sulle strade dell’Urbe. Il popolo osannante riconduceva in loro la gloria degli dei e, per evitare che quelli stessi comandanti si sentissero elevati al rango dell’immortalità, si predisponeva che un servo li seguisse, pronunciando questa frase, monito della loro condizione: «Respice post te! Hominem the memento!», «Guarda dietro di te! Ricordati che sei un uomo!»
Nella cultura latina il tema della vita e della morte, già affrontato nella poesia lirica greca, è centrale: celeberrima è la locuzione oraziana «Carpe diem», risalente al I secolo a.C., simbolo della saggezza classica che tutt’oggi continua a impartirci preziose lezioni. Seneca, nel De brevitate vitae, come in altri suoi scritti, oltre a riflettere sulla caducità dell’esistenza, si concentra soprattutto sulla tendenza dell’essere umano ad accorciarla: «Non è breve la vita che ci è stata data, ma tale la rendiamo e non siamo poveri di essa, la sprechiamo». È dunque l’uomo che dissipa il proprio tempo in futili e molteplici attività, immobilizzanti preoccupazioni e inconsapevolezza di sé e, sabotandosi da solo, è incapace di godere di ciò di cui dispone. Il filosofo invita dunque a vivere adesso («protinus vive») coscienziosamente e tenendo a mente l’essenziale che non concorda con l’avidità di ricchezze, ma con l’avidità di un tempo pregno di sé. Colui che avrà vissuto in questo modo, quando verrà il momento «non esiterà ad andare verso la morte con passo fermo».
La frase che personalmente preferisco, però rimane: «Memento mori»; ciò che me la rende speciale è la sincerità, forse spiazzante, con cui si pone. Non nasconde il motivo per il quale dovremmo sfruttare al massimo il presente, anzi, ce lo spiaccica davanti agli occhi, senza filtri, senza alcun tentativo di censura o raggiramento: «La verità è che un giorno morirai». Ad alcuni questa realtà fa paura, questo pensiero viene ritenuto macabro, cupo e pessimista, ma se c’è una cosa che è in grado di muoverci, questa è la paura. Quando abbiamo paura di perdere qualcuno, noi lottiamo. Quando qualcosa sta per finire, allora lo apprezziamo con tutti noi stessi. Fino a quel momento di realizzazione non lo aveva fatto perché avevamo chiuso gli occhi, rendendoli ciechi davanti alla fine, ma poi siamo andati a sbattere contro un ostacolo e allora abbiamo dovuto spalancarli di scatto dalla sorpresa. È questo che rende questa frase estremamente positiva: con la sua schiettezza ci sprona, ci apre gli occhi con forza e, improvvisamente, l’idea della morte non è un tabù, ma un incentivo. Citando Berlino nella Casa di carta «A volte la morte è la miglior occasione alla vita»; questo dipende però dalla reazione di ognuno di noi: possiamo infatti spaventarci e decidere di ignorare questa verità, rendendo l’angoscia uno strumento di oppressione, oppure utilizzarlo come uno strumento di liberazione dalle catene che ci rinchiudono dentro la nostra personale caverna.
Ricordati che devi morire.
Qualcosa nella nostra vita muore ogni giorno. Forse addirittura tutto muore continuamente; questo momento è già passato, appena ha avuto la possibilità di realizzarsi, giusto queste mie parole, fermandole sulla carta, hanno una chance in più di rendere solida la loro presenza nella vita. Secondo l’ottica del momento che muore subito dopo esser nato, la vita è un’eterna successione di sé stessa con la morte, un valzer in cui una avanza e l’altra lo segue. Forse niente ha valore, ancora di più se pensiamo che la nostra stessa esistenza finirà e, con ogni probabilità, sarà cancellata ogni sua traccia, ma ritengo anche che ognuno può trovare il proprio scopo: il mio è quello di non averne uno, di sfruttare i regali che la vita mi porge anche di fronte all’idea dell’oblio; in questo, la prospettiva della morte non è annullamento di quello che ho vissuto, ma valorizzazione di esso.
Ricordati che devi morire.
Ultimamente, la corsa della sabbia nella clessidra che sto seguendo più con attenzione è la fine della scuola. Nel mio caso mi sto sforzando di pensare, combattendo la stanchezza finale, che, fra poco, le risate con i compagni di classe si interromperanno per un po’ e che, molti ragazzi che vedevo e con cui avevo a che fare ogni giorno, non si troveranno più tra le mie stesse mura, ma là fuori, nel mondo. È difficile realizzare una consapevolezza del genere, che nella sua semplicità disordina il paradigma dell’andare a scuola. Quando si tratta di un’abitudine che ha avuto il tempo di stanziarsi sulla nostra strada, è complicato pensare, comprendere, il suo termine. Io mi sforzo spesso di rendermi conto di tutto, di amare ogni atomo dell’esistenza, focalizzandoci la mia mente, ma pensare troppo ci distoglie dall’azione che caratterizza il vivere stesso. Io stessa mi devo ricordare che a volte non si può capire tutto, quindi possiamo solo piantare i piedi per terra e immettere lì le nostre energie. A volte, non possiamo nemmeno essere felici di tutto, e se riuscissimo a farlo sarebbe come paradossalmente darlo per scontato. A volte, apprezzare la scuola è un’impresa ostica, anche se chi l’ha conclusa ci dice di godercela al massimo, farlo sempre è impossibile e incongruente con la condizione umana che è intrisa imprescindibilmente di un po’ di sofferenza e insoddisfazione, ma se ci riflettiamo, godere della vita è anche permetterci di prendere parte al dolore che essa ci offre. Ogni uomo muore, gli antichi romani, che hanno recitato «Memento mori» tante volte, sono morti e chissà, se grazie a quel monito, hanno goduto maggiormente della loro vita. La morte è un destino a cui non si può sfuggire, ma che ci rende tutti uguali (“Morte livellatrice”, la chiamava Totò) e soprattutto più vivi, insieme. E adesso anche le mie parole devono morire, come prova di quel che ho appena detto.
