Post mortem

Da quando ho memoria, ricordo di aver sempre avuto una costante paura: la morte. Non l’atto di morire, non il modo e neanche la perdita di qualcuno vicino a me, bensì la mia di  morte. Più cresco, più mi rendo conto di quanto ciascuno di noi le sia vicino. La vediamo tutti i giorni: la carcassa di un piccione sul marciapiede, il lutto del parente di un amico. Eppure, forse per paura o per una forma di vigliaccheria, non ci fermiamo mai davvero ad analizzarla.

Io sono la prima: il solo pensiero che ruoti attorno a questo argomento mi fa andare in panico, scatenandomi a volte veri e propri attacchi d’ansia. E, ripeto, non è la cessazione della vita in sé; è ciò che c’è, o forse non c’è, dopo. Nonostante io non creda in una religione precisa, ho sempre cercato di autoconvincermi del contrario, quasi per trovare una giustificazione all’inspiegabilità dell’esistenza e della sua fine.

Ricordo che un giorno, a dodici anni, mi ritrovai a parlare con un professore di filosofia. Mi spiegò che ciò che lasciamo a questo mondo ci rende in qualche modo “immortali”, perché finché il nostro ricordo vive, continuiamo a vivere anche noi. Ma quella spiegazione non mi ha mai dato alcun sollievo. Credo fortemente che debba esserci qualcosa di più. Nasciamo, cresciamo, ci costruiamo una strada o una carriera, magari ci sposiamo e facciamo dei figli… e poi? Possibile che tutto sia così vano? Che sia soltanto il frutto della casualità con cui siamo venuti al mondo? Che dopo questa vita non ci sia davvero niente? È questo ciò che mi spaventa.

Inoltre, credo che a terrorizzarmi così tanto sia anche il modo in cui questo tema viene affrontato nella cultura occidentale. La vediamo come un fatto maligno, quando in realtà è solo una tappa inevitabile del percorso di ogni essere umano. La verità è che la nostra cultura l’ha trasformata in un tabù innominabile. Viviamo in una società che esalta l’efficienza, la giovinezza e l’illusione di un controllo permanente su tutto. Tutto ciò che ricorda il limite, il decadimento o il fatto che non siamo eterni viene spinto ai margini, coperto da ritmi frenetici che non ci lasciano mai il tempo di fermarci a pensare. È proprio questa continua rimozione a rendere l’impatto così devastante: non veniamo educati a dialogare con la fine, e così, quando la realtà ci sbatte in faccia la nostra fragilità, ci troviamo impreparati, preda di quel panico che mi stringe la gola ogni volta che provo a spingere lo sguardo oltre il confine.

In alcune religioni orientali, come il Taoismo o il Buddismo, al contrario, la morte non viene vista come una chiusura netta, ma come un momento di transizione fondamentale, un passaggio continuo all’interno del ciclo di nascita, morte e rinascita. Non si cerca di esorcizzare o nascondere la fine, la si integra nella quotidianità. Smette di essere un nemico da combattere per diventare una trasformazione naturale del flusso della vita: l’idea che nulla si distrugga davvero, ma che tutto cambi forma, come una goccia d’acqua che torna al mare.

Mi chiedo spesso se gran parte del mio terrore non derivi proprio da questo scontro culturale: l’Occidente mi ha insegnato a concepire la vita come una linea retta con un precipizio finale, mentre altre filosofie mostrano un cerchio dove non c’è mai una vera fine, ma solo un mutamento. Forse non è l’ignoto in sé ad annebbiarmi la mente, ma la pretesa di voler incasellare la nostra esistenza in qualcosa di finito, dimenticando che facciamo parte di un mistero molto più grande di noi.

Alla fine, mi rendo conto che non posso fare altro che convivere con questa vertigine. Non posso costringermi ad accettare risposte confezionate né cancellare la paura con un semplice colpo di spugna. Ma forse il senso sta proprio nel non lasciarsi paralizzare dal vuoto. Se non possiamo sapere cosa ci attende dopo, l’unica scelta ragionevole è dare un peso immenso a ciò che c’è adesso. Ogni risata con gli amici, ogni momento di stanchezza condivisa, ogni dettaglio della giornata prende un colore più vivo proprio perché non durerà per sempre. Forse la paura non scomparirà mai del tutto, ma posso imparare a usarla non come un freno che mi blocca nel panico, bensì come un promemoria per rimanere sveglia, presente e aggrappata con tutte le mie forze a ogni singolo istante di questa vita.

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