Regista sperimentale polacco pluripremiato, Zbigniew Rybczynski ha lasciato, con una carriera piena di capolavori, un essenziale solco nella storia del cinema. Quando si parla di Rybczynski viene però sempre in mente il suo contributo tecnico, più che artistico, al medium cinematografico, tant’è che spesso viene dimenticata, o quanto meno tralasciata, la profonda poesia che ogni sua opera custodisce e porta con sé.
Basti pensare alla sua, a mio parere, opera magna ”The Fourth Dimension”: il film vuole, senza mezzi termini, essere analogia e metafora dell’amore, ma più in grande anche del rapporto uomo-donna nel corso della storia: si tratta di convenzioni e ruoli sociali, ma anche di eros e agàpe (o caritas che dir si voglia). Tuttavia allo stesso tempo The Fourth Dimension cerca in ogni modo di ostentare la maestria tecnica dell’autore, scadendo a volte in eccessivi vezzeggi che appesantiscono irrimediabilmente l’opera. Dunque, anche a sentire le stesse parole dell’autore, è facile sottovalutare l’importanza della ricerca di un qualcosa di più nei suoi film. Di fatto lo stesso Rybczynski definisce i propri lavori “esperimenti”; da sempre il regista desidera essere ricordato per aver lanciato una rivoluzione quasi esclusivamente tecnica in ambito non solo cinematografico, ma anche artistico in generale. Non è un caso che il suo ultimo film (Kafka-1992) risalga a trent’anni fa, pur essendo Rybczynski ancora in piena attività. Infatti da tempo il regista ha intrapreso degli studi di matematica, ottica e fisica, senza tralasciare la scrittura di miriadi di sceneggiature, in modo da realizzare un capolavoro che distrugga l’attuale scena artistica. Infatti, secondo lui, questa ha perso quella lucidità che aveva in passato, soprattutto nella pittura e nella cinematografia, ambiti, oltre alla musica, che riguardano, da sempre, più da vicino il regista polacco. Per spiegare la sua visione di arte e artista in correlazione fa spesso riferimento al Rinascimento, non nascondendo il suo amore per l’Italia: Rybczynski ritiene che l’arte sia in profonda correlazione, se non un’estensione, della scienza, facendosi, a sua detta, portatore e custode dell’eredità di Da Vinci e del Rinascimento in generale, fondendo la ricerca scientifica all’arte in un tutt’uno.
Dunque, nonostante un’apparente avversione verso un’arte di messaggi e critiche, le opere Rybczynski regalano frequentemente spunti di riflessione sui temi più disparati. Personalmente, ritengo che le migliori opere di Rybczynski siano, in ordine di pubblicazione: Zupa (“Zuppa” 1975), Mein Fenster (“La mia finestra” 1979), Tango (1981), Steps (“Scalini” 1987) e The Fourth Dimension (“La Quarta Dimensione” 1988).
Zupa, dalla durata di circa otto minuti, mette in scena la storia di una relazione amorosa tra un uomo e una donna. La principale peculiarità è il fatto che inizialmente sia difficilissimo comprendere cosa stia accadendo, in quanto bisogna districarsi tra un groviglio di immagini inondate da colori fluo, cambi di scena ed effetti sonori che arrivano come pugnalate, permessi dal fatto che il corto sia realizzato in stop-motion. Nel corso degli otto minuti assisteremo a piccoli gesti di vita quotidiana che come un mosaico vanno a creare la storia completa per come poi la interpreteremo. Tutto, durante il corso del cortometraggio, sembra condito da una crescente critica sociale, tra le cacofonie cittadine e i pochi luoghi, soprattutto interni, mostrati decadenti e ammuffiti.
Mein Fenster, dal canto suo, sembra di più una critica al modo che abbiamo di vedere la televisione e le immagini mediate in generale: quando le immagini del televisore si girano su loro stesse, similmente fanno il liquido nella bottiglia e l’uccellino in gabbia, non sembra più essere dunque il programma televisivo (in questo caso un telegiornale) la conseguenza degli avvenimenti, ma gli avvenimenti conseguenza di ciò che viene mostrato in televisione, pensiero che, per il 1979, è relativamente avanguardistico.
Tango, vincitore di un Oscar, è invece considerato l’apice dell’arte Rybczynskiana: vengono presentati otto minuti di persone che con il passare del tempo, compiendo azioni ripetute, riempiono la stanzetta inizialmente vuota, unica ambientazione del film, sulle note di un monotono e ripetitivo tango. Il corto è claustrofobico e devastante, le vite dei personaggi di una famiglia si sciolgono e si raccontano con dei piccoli gesti (il bambino che recupera il pallone, l’uomo che cambia la lampadina) che rimangono, ripetendosi, congelati nel tempo. La telecamera ferma contribuisce poi a trasmettere una freddezza glaciale, facendo risultare Tango una grandinata, osservata da piccola finestrella, di vite ed aneddoti che si ripetono cercando di dare anche una sferzata alla società moderna che impone la routine meccanica e disperata.
Steps, per contenuto, durata e mezzi tecnici sembra a primo acchito anomalo rispetto ai suoi predecessori, per essendo chiaramente riconducibile al regista polacco. Con una durata di ben venticinque minuti, Rybczynski in questo caso si prende il suo tempo per descrivere e ridere sardonicamente di un pubblico che ormai sfregia e non si cura più dell’arte, la tratta e la fruisce come passatempo passivo, un pubblico che ormai vuole solo sfoggiare una consapevolezza nozionistica dell’arte, rifiutando e quasi scappando dallo studio dell’opera, per ottenerne un’effettiva conoscenza. Vengono dunque messi in scena un gruppo di turisti americani, scelti dal regista per essere campione del primo mondo, che vanno in visita ad uno studio cinematografico e vengono guidati da un cicerone sovietico attraverso una rappresentazione tangibile e interagibile della scena dell’arrivo della corazzata Potëmkin ad Odessa, dal film “La corazzata Potëmkin”. I turisti rovinano l’arte della scena non accorgendosi che cercando di fare foto e interagire nel modo sbagliato con le immagini che li circondano tolgono qualsiasi tipo di poesia alla scena.
The Fourth Dimension, dal canto suo, essendo dal mio punto di vista la sua opera meglio riuscita, è in grado di fondere la bravura tecnica di Rybczynski con un tema dei più poetici e mediati, quello dell’uomo e della donna in comunione. Si parte dunque descrivendo tramite l’utilizzo di vortici e spirali i ruoli e i dogmi sociali che la società ha sempre imposto, in un’esplorazione analitica del rapporto tra uomo e donna, tramite due soli personaggi che rappresentano ciascuno il proprio sesso e si avvitano in pose statuarie sopra le note di una musica a volte tribale a volte orchestrale, figlia del post modernismo musicale. Si può dare anche un ulteriore significato al film, quello per il quale il corto sarebbe un’interpretazione del peccato originale: vediamo infatti, nei primi secondi, un tomo, che rappresenterebbe la Bibbia, avvolgersi attorno ad una candela. Ci sono poi anche altri riferimenti al testo sacro, per esempio i movimenti serpentini a cui sono indotti i personaggi tramite le spirali, e la scena nella quale la donna mangia una mela, il frutto proibito. Entrambe sono interpretazioni altrettanto affascinanti, ed è per questo che preferisco The Fourth Dimension rispetto a tutte le altre sue opere.
Reputo Rybczynski un regista da non sottovalutare. Le sue opere sono facilmente reperibili su internet, e quindi è possibile esplorare quasi completamente la sua filmografia in un giorno, sfruttando la breve durata di ogni corto. Un regista romantico e poetico quanto glaciale, ma al tempo stesso estremamente tecnico.
