Lettere contro la guerra

Tiziano Terzani nasce il 14 settembre del 1938 in un’umile famiglia fiorentina. Il padre prima di gestire una piccola officina meccanica fu un partigiano comunista, mentre la madre, convinta cattolica, lavorava come cappellaia in un negozio di sartoria locale. Nella sua carriera di studi ha sempre raggiunto ottimi risultati arrivando a fare uno dei migliori esami di maturità di tutta Firenze. Dopo di che ottenne una borsa di studio alla Normale di Pisa. Iniziò così a studiare Legge. Venendo da un contesto di povertà sin da piccolo ha modo di vedere da vicino i soprusi che subiscono i più “deboli”, e perciò, come racconta nella sua biografia, sceglie Giurisprudenza ritenendolo il modo migliore per difendere i diritti dei più penalizzati nella società. In questo periodo conobbe Angela Staude, grande amore della sua vita e madre dei suoi figli che l’accompagnerà per il mondo nei suoi futuri viaggi. Dopo la laurea fallì il tentativo di continuare gli studi all’Università di Leeds, avventura che durò appena 5 mesi e tornato in Italia accettò la proposta della Olivetti di Ivrea nel settore risorse umane: doveva reclutare nuovi laureati. Grazie agli ampi orizzonti globali di cui godeva l’Olivetti, Tiziano potè viaggiare in tutta Europa e in Oriente. Iniziò così a prendere forma il sogno della Cina. Insoddisfatto del lavoro alla Olivetti si aggiudicò una borsa di studio che gli aprì le porte della Columbia University di New York, dove scelse il corso di laurea in Affari internazionali. In questo periodo mantenne una corrispondenza con L’Astrolabio raccontando le lotte civili del movimento nero, gli scontri tra gli studenti pacifisti che manifestavano contro la guerra in Vietnam e le forze di polizia nella protesta della Columbia University e un evento storico come l’allunaggio dell’Apollo 11. Nel 1968 si trasferì in California frequentando la Stanford University dove imparò la lingua cinese. Qui si interessò allo studio del maoismo e del comunismo cinese. Girò tutta l’Europa alla ricerca di un posto di lavoro finché l’occasione arrivò dal settimanale amburghese Der Spiegel il cui direttore gli offrì un contratto da free lance per coprire il Sud-est asiatico. Iniziò così il suo pellegrinaggio nel lontano Oriente. In questi trent’anni di vita sarà testimone della caduta di Saigon, raccolse le prime impressioni sulla politica e sulla società cinese sconvolta dalla morte di Mao, fù testimone della tragedia dei profughi indocinesi e raccolse testimonianze dell’olocausto cambogiano di Pol Pot. Oltre al giornalismo di dedicò anche alla scrittura, tra i suoi libri piú importanti da citare Pelle di leopardo, Buonanotte, Signor Lenin, In Asia, Un indovino mi disse, Lettere contro la guarra. Un altro giro di giostra è uno degli ultimi libri che scrisse prima di andarsene da questo mondo. Parla del suo modo di reagire alla malattia, un tumore all’intestino, e di tutto il suo processo interiore per raggiungere uno stato di maggior pace e benessere, percorso che lui stesso ha definito “il più difficile viaggio mai affrontato”. Dopo aver trascorso un lungo periodo di isolamento in una piccola baita dell’Himalaya, visse i suoi ultimi mesi di vita a Orsigna, sull’Appennino Tosco-Emiliano. Le sue ultime memorie sono registrate in un’intervista televisiva intitolata Anam, il “senza nome” e nel libro postumo La fine è il mio inizio, in cui Terzani riferisce al figlio Folco le proprie riflessioni di tutta una vita.

Lettere contro la guerra è stato pubblicato nel 2002, è una raccolta di lettere che Tiziano scrisse dopo l’11 settembre 2001 (anno in cui sono state abbattute le torri gemelle di NY). Ho letto questo libro più volte e ognuna di queste mi ha sempre colpito la sua visione molto particolare degli eventi di cui parla, della storia. In ognuna delle sue parole risalta il suo essere uomo prima che scrittore e giornalista. L’islamismo per esempio, tema centrale di queste lettere è affrontato con una prospettiva diversa da quella comune, fondata sulla comprensione e l’umanità. In queste lettere Terzani si chiede se è possibile identificare ancora il bene e il male, il buono e il cattivo, in una società, come ci piace definirla, civilizzata. “Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette le totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.” Così conclude la lettera di apertura del libro, scritta soltanto tre giorni dopo la tragedia. L’odio insaziabile che possiede le persone e le spinge a prendere posizioni estreme, a essere non curanti dalle condizioni di vita di civiltà molto diverse dalle nostre, quest’ignoranza generata dalla rabbia che chiude gli occhi alle persone di fronte alla comprensione, questa è il vero nemico non la Jihad. Come si può limitarci a compiangere i morti delle torri gemelle quando continuamente in Afghanistan e in Pakistan, territorio della popolazione pashtu, come in molti altri luoghi, continuamente vengono uccise famiglie intere? L’accaduto dell’11 settembre è stato un evento raccapricciante, non umano, compiuto certamente da qualcuno di folle, ma il punto è chiedersi perché? Cosa spinge così tante persone nel lontano Oriente ad unirsi a gruppi estremisti come quello di Al Qaida? È possibile che “loro” siano i cattivi e “noi” i buoni? Su queste domande si basano i suoi pensieri riportati nelle lettere.

Tiziano passò molto tempo nel territorio pashtu durante il quale parlò con molte persone del luogo, potendo crearsi una propria opinione, perlomeno indipendente dalle grandi linee d’informazione. Gli americani dopo l’11 settembre attaccarono Osama Bin Laden e gli estremisti islamici con il movente della vendetta, ma di fatto attaccarono i territori dell’Asia centrale, generando grande odio tra i locali verso questo straniero devastatore, e finendo per alimentare gruppi estremisti come la jihad. “Il fatto che i talebani siano ora attaccati da degli stranieri fa sì che anche chi aveva poca o nessuna simpatia per il loro regime ora si schiera dalla loro parte.” 

Siamo talmente immersi nel nostro mondo occidentale da finire per dimenticarci che per tutte le persone morte l’11 settembre, nello stesso momento, sotto le bombe americane sono morte un numero molto più alto di persone in Pakistan e Afghanistan. Queste parole fanno riflettere, è difficile ma dobbiamo abbattere le nostre barriere per raggiungere un grado più alto di consapevolezza “dell’altro”, e perciò di noi stessi. Un indiano illuminato molti anni fa diceva “l’odio genera solo odio” e ancora “l’odio si combatte solo con l’amore”, queste parole vengono riportate dal giornalista come a chiudere un percorso che inizia nel dolore e il devasto del mondo e si chiude nella pace e nella speranza dell’amore interiore.

Tiziano dedicò la sua vita a trovare una via “a misura d’uomo”, forse oggi tocca a noi metterci in discussione e porre al centro delle nostre vite un po’ più di empatia e di immedesimazione nell’ “altro”, cercando una visione a tutto tondo della realtà.

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