Effetti psicologici devastanti, relazioni sociali spezzate, aumento dello stress e deconcentrazione. Gli studi inerenti all’approccio degli studenti alla didattica a distanza sono innumerevoli.
In quest’intervista ci rivolgiamo all’altro lato della Dad: i professori. Tra connessioni deboli, nuovi strumenti e l’imprevedibilità del giorno dopo conosciamo meglio il mondo di chi insegna attraverso i computer.
Sette testimonianze anonime da parte di professori del liceo classico e scientifico del Polo Pietro Aldi. Insegnanti che, chissà, avranno avuto modo anche di imparare qualcosa.
Qual è l’aspetto che preferisce di questa professione?
Ovviamente siete voi. È il rapporto che si ha con i ragazzi e con le ragazze, insomma con gli alunni. Un aspetto può essere quello didattico, e cioè vedere i progressi che fate da Settembre a Maggio, come siete cambiati. Oltre a questo c’è anche un aspetto pedagogico, anzi, umano: spesso si instaura un rapporto che sì, deve rispettare un limite –si tratta di un rapporto tra docente e alunno, non saremo mai amici- ma è pur sempre umano. Non si è avversari, è importante che l’alunno capisca questo: il docente è lì per lui o per lei, non vuole solo che diventi un bravo uomo o una brava donna, vuole che sia anche migliore del docente stesso. C’è una parte emotiva forte, a cui nessun insegnante resta indifferente.
Come vive il rapporto con i genitori dei suoi alunni? Ha mai riscontrato difficoltà?
Non ricordo episodi di particolare difficoltà con i genitori. Sono una persona che tende a restare ‘ferma’ nella sua posizione perché ragiono molto prima di esprimere la mia opinione. Fortunatamente i genitori dei miei alunni hanno sempre espresso fiducia, so che non capita a tutti. Ricordo di una volta in cui un genitore mi disse che forse pretendevo un livello della troppo alto; in quella classe c’erano alunni in difficoltà ma c’era anche chi aveva dieci. Io spazio in tutti i livelli, nessuno deve essere vincolato. Quando il genitore capì questo, condivise il mio pensiero.
Come sta affrontando la didattica a distanza? Quali sono, secondo lei, gli aspetti negativi e positivi della Dad per un professore?
Durante la Dad ho avuto la necessità di implementare le mie conoscenze relative alle tecnologie informatiche e questo aspetto è stato sicuramente stimolante ed interessante. L’aspetto negativo, tralasciando la stanchezza che ha accompagnato il maggior impegno ed il continuo avvicendamento di lezioni in presenza e on line con conseguente adattamento dell’attività didattica, è stata la mancanza di un reale interscambio con gli alunni, la possibilità di capire con immediatezza l’efficacia di una spiegazione o la presenza di eventuali problematiche, che la comunicazione non verbale riesce ad evidenziare.
Le sono mai capitati episodi divertenti o particolari durante le lezioni in Dad?
Durante le lezioni in Dad sono emerse spesso le nostre difficoltà con i nuovi mezzi che dovevamo affrontare: forse i ragazzi avranno riso dei loro insegnanti in difficoltà con computer, cuffie e microfono, ma anche loro spesso hanno rivelato di avere competenze digitali molto inferiori a quello che ci si aspetterebbe. Per un giovane, al di là degli episodi divertenti e delle scuse inventate per sottrarsi a una verifica, questo può essere un grosso problema.
Qual è l’impressione che si è fatt* riguardo l’approccio mentale degli studenti alla Dad? Vede i suoi alunni più stanchi o demotivati rispetto alle lezioni in presenza?
Sì, nei miei alunni ho visto stanchezza e demotivazione, ma forse la parola più adatta a riassumere l’approccio è ‘resa’. Alcuni alunni si sono arresi. C’è un’arresa all’improvvisazione: non si sa di che morte si muore e tutto manca di umanità, manca l’aspetto emotivo che a scuola è fondamentale perché senza emozione non si apprende. C’è indifferenza, e indifferenza significa non percepire se stessi e nemmeno gli altri. Nessuna età dell’uomo merita una resa, ma su tutte l’adolescenza.
Qual è un consiglio o una considerazione che si sentirebbe di rivolgere ai suoi alunni su come gestire al meglio la Dad?
Stare male in una situazione di questo genere è assolutamente normale. C’è un aspetto, però, che prescinde dal benessere e dal malessere: la propria condizione esistenziale. Questa situazione dovrebbe spingervi a porvi delle domande -Cosa sono io per gli altri? Perché sono qui? Cosa farò?- e c’è un unico modo per farlo: leggere. Leggete i grandi romanzi, leggete le poesie più antiche e cercate queste domande nel passato. Attenti però, perché non esiste una risposta.
Cos’è che le manca di più della scuola senza restrizioni?
Mi mancano le piccole cose come gli spostamenti fuori dal contesto classe: la macchinetta davanti alla quale mi soffermo con gli studenti o coi colleghi a prendere il caffè, le chiacchiere fatte coi docenti non solo riguardo la scuola ma anche riguardo l’ultimo film visto o l’ultimo libro letto, sviluppare il nostro rapporto al di fuori della scuola. Mi mancano i contatti umani, soprattutto quelli più immediati e più spiccioli; sembrano i meno importanti quando in realtà sono fondamentali.

