
CUI BONO? CUI PRODEST?
Intervista a Gian Biagio Conte
Intervistiamo Gian Biagio Conte, latinista, autore tra l’altro di “Il Dizionario della lingua latina”, “Il nuovo latino a colori” e “La Bella Scola”, rispettivamente vocabolario di latino e manuali di grammatica e letteratura latina rivolti ai licei. È stato professore di letteratura latina all’Università di Siena, di Pisa e alla Scuola Normale, oltre che visiting professor a Cambridge, Oxford, Berkeley, Stanford e Princeton.
Gli domanderemo del suo lavoro, di come lo studio della materia già al liceo possa aiutare nella crescita personale, di cosa, secondo lui, andrebbe migliorato nel sistema scolastico e infine cercheremo di capire cosa pensa della scuola in modalità a distanza e di cosa siano privati i ragazzi in un periodo in cui è esatta l’assenza dei corpi. Uso il termine esatta privo del comune significato di giudizio, ma solo come participio passato di esigere: esatta nel senso di imposta, e a tal proposito fa sorridere pensare alla carenza del contatto come ad un’imposta esatta dallo Stato. Come per ogni dazio diviene il pretesto di propagande politiche, come per ogni tassa vi sono evasori, come per ogni aggravio ci si domanda se sia necessario, come per ogni imposta sorge il dubbio se lo Stato sarà in grado di sfruttarla a vantaggio dei cittadini.
Direi di cominciare con una presentazione del tuo lavoro, quello del filologo, in cosa consiste e come ti sei avvicinato a tali studi?
«Vedi, io ho iniziato a studiare queste cose per merito dei professori che avevo al liceo, capaci di accattivarmi, e che poi mi hanno spinto ad una formazione in questa direzione, tentando il concorso alla Scuola Normale. Andò bene e grazie ai maestri eccezionali che avevo, tra cui degli scolari di Giorgio Pasquali, che si era formato in Germania, alla scuola positivista – il movimento filosofico che dominava in Europa in tutta la metà dell’Ottocento e che cercava per mezzo delle scienze esatte di raccogliere dati positivi appunto, empirici anche sui fatti letterari – mi avviai in modo specifico alla materia.
Il mestiere del filologo è un abito mentale, nel senso che presuppone un’attitudine, più che una dottrina: la dottrina si costruisce col tempo e con l’esperienza, l’attitudine del filologo è fatta di scetticismo e dubbio. Il filologo ha a che fare con testi frammentari, quindi bisogna saperli ricostruirli con acribia, intelligenza critica e diffidenza, scoprendo certe costanti, studiandone, per esempio, le leggi metriche: in fondo si tratta di stringhe di lettere di qualità artistica e in quanto artistiche soggette a certi procedimenti regolari.
Lavorare su Omero, per esempio, significa ricostruire un testo probabilmente trascritto nel’Ottavo secolo avanti Cristo ed ecco che la filologia si palesa come un’ancella, ossia un ausilio, dell’indagine storica, il cui scopo è affrontare documenti, testi, dati, cercando di ricostruirli e verificandone la veridicità. Oggi noi siamo lontani dagli autori e in certi casi si tratta di riviverli (“noch einmal erleben” in tedesco, col significato di “fare esperienza”) una seconda, ma anche una terza volta . Questo è il lavoro che ho imparato a fare, che va oltre l’interpretazione del testo, e si pone invece secondo una prospettiva storica.
Un grande filologo, che da giovane voleva fare matematica, diceva: “c’è ancora molta algebra nella mia filologia”. Come l’algebra è un modo di immaginare rapporti numerici e leggi, così questi dati sui testi andavano e vanno tuttora riorganizzati trovandone un senso, ma non un senso qualunque, che piaccia a noi, attualizzandolo. È vero che la storia è sempre fatta di riattualizzazioni: lo stesso Virgilio disfa e ricompone, per sfida, i poemi di Omero, così come i grandi impressionisti francesi riattualizzano modelli precedenti, infondendo nelle rappresentazioni una sensibilità contemporanea, il filologo però è un servitore dei testi, deve contestualizzarli nel giusto periodo storico. Il lavoro di critica è differente: un critico moderno è un altro dall’autore e cerca di interpretarlo aggiungendovi la propria sensibilità, potendo forzare il testo originario. Il filologo, al contrario, compie un lavoro minuzioso, paziente, modesto, ma anche superbo, proprio perché vuole stabilire la verità, riaccendere il testo perduto».
Quale ritieni sia l’importanza dello studio delle lingue antiche e dell’approccio filologico a scuola, quali sono i benefici?
«Recentemente ho finito di leggere “Un tempo senza storia” di Adriano Prosperi, nel quale lamenta una perdita della profondità storica tipico delle generazioni più recenti. Ora, la perdita di senso storico è sinonimo della perdita di identità. Io sono nemico del concetto di identità perché è uno slogan che il sovranismo utilizza per celare il razzismo, ma è anche vero che l’identità è un patrimonio. Non sono del tutto sicuro che la coscienza della storia sia necessaria al sopravvivere dell’identità – per esempio negli Stati Uniti, nella cultura comune, si è privi della profondità storica posseduta dagli Europei, eppure gli Statunitensi avvertono un forte senso di appartenenza – certo è evidente che l’agevoli ampiamente.
Filologia e storia sono sorelle, non esiste ricerca storica che non sia filologica, essendo la filologia quell’attitudine con cui si affronta ogni documento storico e artistico: anche chi per esempio ascolta musica o guarda un palazzo riconoscendone la cifra stilistica o il gusto particolare indossa l’abito mentale tipico del filologo, ricorre a quell’attitudine critica.
Come quando si vede una statua senza un braccio si cerca di ricostruirla, o un affresco evanido lo si sistema, così fa il filologo: lo storico dell’arte ed il restauratore sono in un certo senso filologi dell’arte. Anche l’archeologo scava, scava, scava e ricostruisce: questo grazie alla filologia, una filologia materiale certo.
Il filologo è “amante della parola”, e nelle parole cerca sempre qualcosa di perduto, ossia il senso storico, in maniera che il reperto non resti lì inerte e insignificante. In questo senso la filologia si colloca nel rispetto della cifra storica e della dimensione storica.
Noi viviamo nel presente, nel passato e nel futuro. Il nostro presente non è altro che il futuro dell’immediato passato. La storia ha sempre una profondità e non si può vivere solo il presente, si crede di viverlo, ma “chi non capisce gli errori del passato è costretto a ripeterli”. Per esempio, l’idea di guerra civile la si comprende con la guerra civile di Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio, col mito di Polinice, con quella tra Guelfi e Ghibellini, con lo studio della guerra civile in Italia del ’43, solo tre quarti di secolo fa».
Data l’importanza dello studio della storia e la contiguità che ha con la filologia (oltre che a vedere l’esercizio di quest’ultima come perfezionamento di quell’attitudine critica nei confronti di qualsiasi oggetto artistico o storico) è evidente come si inserisca, dunque, la risposta alla domanda circa l’utilità dello studio della materia.
Nel 2020 è stata pubblicata la nuova edizione del manuale rivolto ai licei classici e scientifici di letteratura latina che, con un rimando dantesco, porta il nome di “La Bella Scola”. Nel tuo percorso di studi quali problematiche hai riscontrato nel sistema scolastico italiano, cosa l’ha resa meno bella?
«Sì, il titolo è una citazione del quarto dell’Inferno: “così vid’ i’ adunar la bella scola”, in riferimento ai poeti che vede nel limbo. Per Dante la cultura era quella latina, anche perché il greco non lo conosceva, dilagherà in Europa dopo la caduta di Costantinopoli. Della cultura latina poi conosceva quello che era rimasto: Lucrezio, per esempio, no, così come al suo tempo ancora non sapevano che Plauto fosse metrica, perché è una metrica complicata.
Relativamente al sistema scolastico il discorso è molto difficile. Io ho insegnato negli Stati Uniti, in Inghilterra, Francia e non credo affatto che la scuola italiana sia inferiore, senz’altro è però da rivedere.
Personalmente, nel mio cammino, un limite notevole che ho riscontrato della scuola, avendo studiato prima al liceo classico e poi filologia classica, e che fa parte della nostra cultura per intero temo, è che è antiscientifica, per effetto dell’idealismo gentiliano e crociano; intendo avversa al metodo scientifico. La cultura italiana soffre della mancanza di uno studio rigoroso delle matematiche, della fisica: c’è una prevenzione dovuta anche alle scuole religiose, che sono più portate a discussioni teologiche ed umanistiche che non al lavoro delle scienze dure, che sono quelle della natura. Le scuole gesuitiche, con tutto il rispetto per il corrente papa – che peraltro è uno dei pochi che rispetto perché l’ultimo che si occupa degli ultimi – hanno portato ad una cultura che soffre di questo, ossia di retorica sofistica, complice la riforma Gentili, in cui si pensava alla filosofia soprattutto come mero esercizio del pensiero speculativo. Insomma serve maggior rispetto per le scienze della natura, senza eclissare le materie umanistiche. Per questo dicevo che la filologia è una branca umanistica delle scienze: usa la teoria, che è scientifica, per studiare fatti umani.
Inoltre servirebbe rispetto per le lingue straniere. Al di là degli Inglesi, che parlano il latino di oggi, e che pure non danno molta importanza allo studio di altre lingue, la maggior parte dei paesi invece sono di fatto bilingui, si pensi a quelli scandinavi.
In generale, quello che deve dare la scuola è la capacità di imparare, come si dice “imparare ad imparare”; questo diventa un bisogno irresistibile, una catena continua di apprendimento. In questo senso la scuola deve essere come la filologia: un’attitudine alla verifica, all’imparare, al dire “ah ho capito”. Deve portare al riconoscimento del falso, così come nel quindicesimo secolo il filologo Valla, svelando un documento falso, tolse la giustificazione giuridica al potere temporale della Chiesa. In questa direzione, l’esercizio della filologia è libertà, ricerca del vero».
Una domanda legata più all’attualità. Come pensi che influenzerà la mancanza dei corpi i giovani e come vedi l’idea della scuola a distanza?
«La scuola non è un caso che da sempre, da circa duemilacinquecento anni, sia stata fatta in presenza: la scuola è vita comune. Uno dei segreti della Scuola Normale è che vivevamo tutti insieme, correvamo tutti gli stessi rischi, imparavamo l’uno dall’altro. Il rispetto che io ho per la fisica, per la matematica, per la biologia nasce da un’esperienza. Quando io studiavo i cantica di Plauto il mio compagno accanto era un biologo che studiava la genetica dei colori degli occhi e, di nascosto, aggiungeva una vocale breve o una lunga sui miei tabulati facendomi arrabbiare a morte, ma è lì che è nato il rispetto per le altre materie. Eravamo orgogliosi che un compagno a ventiquattro anni fosse già in cattedra di matematica perché aveva fatto quattro teoremi. Lo stesso vale per fisici e astronomi.
Eravamo pochi, poi per un periodo mi sono allontanato, perché ho studiato anche in Germania, ma ognuno consigliava l’altro. Si avvicinava il fermento del Sessantotto e tenevamo discussioni interminabili, ci scannavamo sul potere operaio. Tutti studiavamo qualche cosa di diverso e tutti portavamo un briciolo di esperienza nel contatto comune.
Voi questo lo ottenete “allargando” la scuola, per esempio avete lo scientifico accanto al classico. È chiaro che non si può sapere di tutto un po’, ma, come dicevo prima, serve la capacità di imparare. La scuola è un serraglio che rinchiude, ma soprattutto una palestra.
Il problema che mi hai principalmente posto sul contatto va poi al di là della scuola, ma, rimanendo su questa, è ovvio che la scuola è la prima esperienza di realtà esterna alla famiglia e privare un giovane di tali contatti è pericolosissimo: purtroppo è la condanna sancita da questa pandemia.
Il giovane tende al contatto, la paura che le scuole diffondano il contagio è proprio dovuta alla natura libera ed esuberante dell’adolescente e per questo comprendo alcune delle decisioni prese dal governo.
Detto ciò, siete quelli che ne soffrono di più, state rintanati nelle stanze, quando invece gli adolescenti amano credere di sapere tutto, vogliono fare esperienza di tutto e intanto chiacchierano e imparano tra di loro, accrescendo i dati ed il giudizio che una persona possiede. “Alter ex altero sapiens”: si impara dall’altro, anche orizzontalmente.
Il contatto col professore, poi, con l’autorità, non è da sottovalutare: l’anarchia è una bella utopia. Andare a scuola, per un giovane, vuol dire impiegare la propria vita: la prima domanda che si fa ad un adolescente sono la classe e la scuola frequentate.
Privare del contatto è quindi una castrazione dell’apprendimento e soprattutto della forza vitale giovanile».
La domanda che viene da porsi a questo punto è: tolti gli sfoghi alle pulsioni adolescenziali, in futuro si registrerà un ingentilimento dell’approccio tra i corpi, o al contrario sarà facinoroso, feroce, animalesco, proprio di chi non ha potuto imparare a gestirsi nel culmine del sentimento?

Gian Biagio Conte (La Spezia, 30 settembre 1941) è un latinista e accademico italiano. […] Gli autori a cui sono stati dedicati i suoi contributi maggiori sono Virgilio e Petronio, senza dimenticare Lucrezio, gli elegiaci, Lucano.
