I dieci migliori film degli anni ’10

i film qui presenti sono i primi che mi sono venuti in mente pensando al decennio appena trascorso. So che può sembrare brutto, è stata però la scelta più giusta da fare; primo perché non sono un critico cinematografico e non ho la spocchia che li contraddistingue nel dire verità “bibliche” riguardanti il cinema, anche perché non ce ne sono. Secondo, perché pensando a un determinato film me ne veniva in mente un’altro che era senza dubbio migliore e più idoneo per appartenere a una classifica che si presenta umilmente come “i 10 migliori film degli anni ’10”. Ho optato dunque per la scelta più sincera che potessi fare ovvero mettere i 10 film di questi ultimi dieci anni che più mi hanno emozionato e arricchito come persona. Eccovi dunque una breve lista di pellicole che secondo me meriterebbero di essere visionate almeno una volta per capire cosa significa fare cinema nel 21° secolo.

The tree of life, Terrence Malick USA(2011)

The Tree of Life è spiazzante, ti lascia senza fiato sia dal punto di vista tecnico per come è girato e per la bellezza delle immagini che mostra sia dal punto di vista emotivo facendoti capire quanto piccolo e allo stesso tempo immenso sia l’essere umano. Un film dove lo spettatore viene letteralmente trasportato dal regista in quella che si può definire  “vita”. All’inizio ci troviamo davanti a un visione quasi metafisica, una luce in mezzo al buio più totale, per poi venire sballottati nell’America degli anni ’50 dove assistiamo alle divergenze di due genitori causate dalla diversa visione che hanno riguardo il modo di educare i figli per poi essere catapultati dove tutto ha avuto inizio, vediamo il big bang, vediamo la formazione delle prime galassie, la nascita del nostro sistema solare, della terra e infine l’evoluzione della specie per rifinire nei nostri anni in quel decennio che si  è appena concluso dove vediamo il figlio finalmente cresciuto. Un film che non vuole raccontare una storia ben precisa ma si muove per concetti filosofici, per immagini, raccontandoci tutto ma allo stesso non raccontandoci niente, una delle poche certezze che ci lascia la pellicola è il cambiamento e la sua necessità, tutto muta in questo film, si trasforma, a partire dalla telecamera di Malick che è sempre in movimento non si ferma un secondo cambiando continuamente così come cambia la natura che si muove allo stesso modo del  genere umano tra armonia e caos. Un film che ti fa capire la fortuna che l’uomo ha nell’amare, nel provare emozioni, nel vivere, che ti porta ad accettare la vita cosi com’è di fronte ai cambiamenti e alle difficoltà, e ricordando che alla fine sono i cambiamenti che ci permettono di continuare a vivere senza lasciarci morire nella staticità del nulla.

Roma, Alfonso Cuaròn, Mex(2018)

Se l’obbiettivo(riuscitissimo) di Malick in “The tree of life”  era di voler raccontare la vita attraverso “l’universale” altrettanto riuscito è il tentativo di Cuaròn di raccontarla  attraverso “il particolare”. Per chiunque volesse fruirne è disponibile su Netflix, fatto abbastanza strano dato il fatto che la pellicola si discosta tantissimo dai canoni “pop”di Netflix ci troviamo infatti davanti a un film in bianco e nero interamente sottotitolato con dialoghi in spagnolo dalla durata di quasi 2 ore e mezza dove per una buona metà del film non accade essenzialmente nulla, ed è proprio questa la parte forte del film. La trama è molto semplice, parla della storia di una famiglia messicana durante gli anni ’70 nel quartiere di Roma a Città del Messico, la figura centrale è Cleo la domestica di casa la quale fungerà da catalizzatore per tutto il film. Per quanto semplice sia la trama di “Roma” altrettanto difficile è parlare di cosa il film voglia rappresentare, esso prende in considerazione una miriade di argomenti che sarebbe impossibile elencare uno ad uno, sono due però i “campi semantici” che saltano subito all’occhio; la vita e le donne. La vita perché quello che il regista vuole raccontare facendoci immergere in 2 ore e mezza di quotidianità è proprio lei, non siamo di fronte ad una storia che si dirama in fatti sensazionali o in cambi di rotta. Quello che vediamo è la storia di una domestica che pulisce i pavimenti, della macchina del padre di famiglia che entrando nel cortile della casa schiaccia le cacche dei cani,  dei figli che fingono il mal di stomaco per saltare la scuola. Ma “Roma” non è solo questo, ha anche una forte valenza sociale, rimarcando l’importanza delle donne che vivono subendo il patriarcato dell’epoca sacrificando loro stesse per far crescere i figli nella speranza che il loro paese un giorno migliori dal punto di vista umano. Guardano “Roma” non guardiamo un film, guardiamo la vita, ci confrontiamo con la durezza di essa, siamo imbambolati dalla quotidianità e da eventi “normali” per poi venire stesi dalle catastrofi, dalle rivolte, dalle ingiustizie che il caso ci riserba, il film ci culla come fa la domestica con quelli che alla fine saranno anche figli suoi per poi farci perdere in quell’oceano infinito che sono le disgrazie della vita, come Cuaròn ci mostra in quel piano sequenza magistrale che costituirà una delle ultime scene del film, dove però grazie all’aiuto del prossimo i protagonisti riusciranno a salvarsi. E’ questo che ci insegna il film, a fidarci del prossimo, a non considerarci mai persi, ci sarà sempre qualcuno in grado di salvarci e ridarci la nostra dignità di esseri umani.

Holy Motors, Leos Carax, Fra(2012)

Senza dubbio è l’opera più complessa e “autoriale” della classifica. Un film che ai molti potrebbe sembrare una miscela senza senso di sequenze surreali e grottesche, lo  feci vedere un pò di tempo fa a un mio carissimo amico e mi chiese che cosa ci trovassi di bello in un film che parla di un disabile travestito. Mai interpretazione fu più corretta. Ma cos’è Holy Motors? E’ un film sul cinema, un misto tra 8 e mezzo di Fellini e una dose di surrealismo alla Bunuel. Il film ci dice essenzialmente che il cinema è morto, nonostante venga girato non viene visto dunque non esiste. Holy Motors ci racconta però anche dell’immenso bisogno(anche un pò egocentrico) da parte di un regista di interpretare personaggi, di creare situazioni, di fare arte. Il cinema potrà pure morire, la poesia potrà marcire visto che è fatta di persone ma l’arte vivrà sempre e comunque magari muterà forma ma sopravviverà e accompagnerà l’uomo fino alla fine dei suoi giorni.

“Perché lo fai”

“Per la bellezza del gesto”

Recita uno dei passaggi chiave del film. Penso che questo basti a descrivere Holy Motors. Un film impossibile da descrivere poiché non composto da parole, dialoghi ma bensì da gesti, azioni.

Twin Peaks 3, David Lynch, USA(2018)

Premessa: è una stagione di una serie TV

Altra premessa: Cahiers du Cinéma l’ha messa al primo posto tra i migliori film del decennio, quindi se l’ha fatto una rivista dove hanno scritto Truffaut e Godard lo posso fare anche io.

La storia di Twin Peaks è una storia davvero particolare, la prima stagione uscì a fine anni ’80 primi ’90 e fu un vero successo di pubblico e rivoluzionò in tutto e per tutto il prodotto televisivo. La seconda stagione dopo una prima parte davvero interessante finì per perdersi nella seconda parte anche perché Lynch litigò con i produttori e fini per riprendere la serie solo negli ultimi 2 episodi della stagione. Anni dopo Lynch fece un film (Fuoco cammina con me) dove raccontava alcune cose che secondo lui erano rimaste incomprese e finì per creare ancora più dubbi sulla storia, terminò così la sua avventura con Twin Peaks , se non che, 25 anni dopo , nel 2017, dopo decide di girare 18 ore di prodotto audiovisivo per completare la maestosa epopea di Laura Palmer e Dale Cooper. Twin Peaks 3 non è Twin Peaks, è il testamento cinematografico di David Lynch uno dei registi più bravi della storia del cinema senza eccezioni di regola, non è una serie TV, non è nemmeno un film, è un mondo, un mondo iniziato nel 1977 con “Eraserhead” e che sembrava compiuto nel 2006 con “Inland Empire”. Lynch fa la stesa cosa che fece nel ’90 dopo l’uscita della prima stagione ovvero alzare l’asticella, creare qualcosa dove chiunque vorrà fare cinema in futuro dovrà confrontarsi. Il fatto che sia uscita con l’etichetta di “serie TV” è solo una scusa, innanzitutto perché certe cose hanno più riscontro passando in televisione che al cinema e anche perché nessun produttore sano di mente avrebbe dato disponibilità a Lynch di creare un prodotto audiovisivo di 18 ore dove mettere in gioco tutta la sua anarchia visiva e narrativa. Twin Peaks 3 è uno dei livelli più alti non solo raggiunti nel decennio ma in tutta la storia del cinema.

Nymphomaniac, Lars von Trier, Den(2013)

Parlare all’interno di un giornale scolastico di un film del genere non è una scelta facile, è quindi opportuno fare delle premesse, siamo di fronte ad un film che parla di sesso nel mondo più cruento ed estraniante possibile, questo film (diviso in 2 parti dalla durata complessiva di 5 ore e mezza) è la storia di una ninfomane che ripercorre con la memoria tutte le avventure sessuali della sua vita attraverso il dialogo con un anziano ebreo vergine. Quindi senza peli sulla lingua partiamo dal tema principale del film, il sesso, il quale dalla maggior parte delle persone viene vista come un taboo ignorando che sia una delle esperienze più belle che l’essere umano possa provare. Quello che Von Trier ci vuole raccontare è il mondo di perdizione all’interno del quale vive l’uomo, un uomo che pur di provare piacere finisce per subire violenze e soprusi, il sesso nel film è paragonato a un’opera d’arte che però come in una crisi di Stendhal finisce per divorarci da dentro, portandoci ad espellere anche l’ultimo baluardo di umanità che ci contraddistingue dagli animali spinti solo ed esclusivamente dall’istinto. Uomo che diventa animale, che non controlla le sue emozioni, viene spinto dalla fisicità, dal corpo, sino ad arrivar a distruggere se stesso. Un film politicamente scorretto che muove una critica di fondo a tutto il genere umano accusandolo di lussuria e di ipocrisia. Per capire la potenza del film è necessario parlare del finale ma fidatevi che la trama fa solo da contorno al film essa infatti  è solo un metodo per mettere in scena la psiche umana, la vera forza della pellicola sta nelle immagini, il film oltre alle memorie della protagonista si inoltra in digressioni filosofiche dell’anziano il quale cerca di dare un senso a ciò che la donna ha fatto, nonostante il vecchio ci pare faccia da controparte razionale, alla fine dell’epopea cercherà di stuprare la donna in un momento di fragilità, un finale che dunque rafforza l’idea che il regista ci aveva fatto percepire in tutto il film. Un mondo fatto solo esclusivamente di opportunismo, un mondo estremamente materialista che lascia morire ideali etici in cambio di 20 minuti di piacere.

Her, Spike Jonze, USA(2013)

Prima di parlare di questo film un piccolo consiglio, se volete recuperarlo fatevi un favore e guardatelo in lingua originale perché la vera forza del film sta nella voce calda ed avvolgente di Scarlett Johansson. La trama è molto semplice, a tratti banale, in un futuro prossimo un uomo si innamora di un sistema operativo autocosciente. Her è un film sorprendete e complessissimo per quanto in realtà la sua struttura sia semplice, si passa da inquadrature ristrette che mettono in risalto i volti delle persone e quindi le emozioni a panoramiche cittadine che ci fanno capire quanto il microcosmo creato dai personaggi sia vuoto e artificioso. Sinceramente non trovo molto da dire su questa film, è un film che va visto, è un film che educa, che ci fa capire quanto sia bello e complesso l’amore, quello vero, l’amore non solo rose e fiori dove si ride e si scherza ma l’amore fatto anche di difficoltà, di momenti morti. Quell’amore che ci rende uomini davvero liberi, che ci fa apprezzare la diversità il non essere sempre d’accordo. Per quanto possa esser bello e facile amare un dispositivo elettronico che basa le sue risposte sui tuoi gusti e i tuoi ideali non sarà mai come amare una persona in carne ed ossa che ti porta sempre a metterti in confronto con te stesso che ti porta a migliorarti e ad amare prima che lei te stesso. Il film va visto come un inno alla vita, bisogna vivere, uscire dalle certezze di una vita sempre statica, rischiare, esprimere le nostre emozioni non importa se vengono accettate o rinnegate. Bisogna amare, solo cosi potremmo essere umani.

Non essere cattivo, Claudio Caligari, ITA(2015)

L’ultima fatica di Claudio Caligari rappresenta per me uno dei film più belli che l’industria cinematografica italiana abbia sfornato negli ultimi vent’anni. E se ultimamente in Italia si sta discutendo sulla rinascita di un “cinema di genere” è proprio grazie a questo film. Non essere cattivo racconta la storia di due amici, Cesare e Vittorio, che cercano di tirare avanti nell’Ostia di metà anni ’90. Intorno a Cesare e Vittorio ci sono storie di dramma comune: una ragazza madre alle prese con la sopravvivenza economica, l’Aids che ha colpito la sorella di Cesare e, purtroppo, anche la figlioletta, i cantieri sempre aperti, appaltati a operai di varie nazionalità sempre in nero, in cui si lavora oggi sì e domani forse. E poi il senso di noia e inutilità sempre opprimente: lo si sente quando si guarda il mare, quando ci si siede al bar dell’angolo dove ci si ubriaca prima della sniffata del giorno, quando si torna a casa all’alba con gli occhi a palla per troppe allucinazioni che sembrano sempre più lontane quando il sole si alza all’orizzonte. Caligari evita le trappole alla “Trainspotting”, non fa un ritratto di gruppo di “gente drogata”. No, la sua opera vola altissimo dal primo all’ultimo minuto: la sua ambizione è quella di creare un vero romanzo di vita vissuta, un affresco corale di una gioventù bruciata non per amore della trasgressione ma perché costretta a recitare nella comunità il ruolo di coloro che sono emarginati. Terminando il tutto con un finale “Pasoliniano” (vedasi “Accattone” e “Mamma Roma”). Un ritratto di quella che è stata l’Italia negli anni ’90, ma che purtroppo, in alcune realtà, ritroviamo ance oggi.

Il filo nascosto, Paul Thomas Anderson, USA (2017)

Per descrivere la grandezza di questo film basterebbe fare due nomi: Daniel Day Lewis e Paul Thomas Anderson rispettivamente attore e regista della pellicola, coloro che secondo me hanno dato vita a uno dei sodalizi cinematografici più belli e importanti della storia del cinema (al pari di Herzog e Kinski, Pasolini e Ninetto Davoli tanto per fare qualche nome). Il filo nascosto è un inno al cinema, di quelli più puri che si potessero fare. La regia di P.T.A. è una delle cose più sofisticate che sia siano mai viste sul grande schermo, andando a ricreare per ogni inquadratura vere e proprie opere d’arte ( processo simile lo fece Kubrick con il suo Barry Lyndon). Una messa in scena tanto sofisticata che però si mette in contrasto con la storia narrata, una storia fatta di perversioni, di sentimenti repressi, di disfunzioni in un contesto borghese (Cose che ricordano vagamente “I buddenbrook” di Thomas Mann). Il film può essere visto dunque come una costante dicotomia tra la regia: ordinata e sofisticata, che va a rappresentare il contesto borghese visto da fuori e la storia narrata che rappresenta tutta la decadenza morale di una classe sociale. Inutile fare tante discorsi, un film da vedere assolutamente.

Storia di un matrimonio, Noah Baumbach, USA (2019)

A discapito dei vari Irishman, Parasite, Joker questo secondo me è il film di gran lunga più bello uscito nel 2019. E’ stato definito come “il Kramer contro Kramer del 21° secolo”, ed è vero, il film ha molte cose in comune con la pellicola di Benton, ma non è solamente questo, ad esempio nel film ho trovato alcuni passaggi degni del miglior Woody Allen. Marriage story è la storia di due borghesi, di due artisti, e per questo, forse, potrebbe suonare come un’eccezione, come una fregatura, come una sviolinata romanzata di una vita che non esiste. Invece, nella sua eccezionalità, nel suo essere così ricercata e raffinata, fotografa perfettamente una situazione, e dà modo ai protagonisti di esplorare aspetti che altrimenti non potrebbero esplorare (non c’è il problema dei soldi, e va bene). Non è il racconto di due persone, un uomo e una donna, perfetti. È il racconto di due ex che provano a stare insieme per il bene di loro figlio, che falliscono, e che restano schiacciati dagli eventi. Non sanno nemmeno loro come ci sono finiti tra avvocati e corti di tribunale. La prima cosa che s’erano promessi, e Charlie lo ripeterà fino alla nausea, ingenuamente, è che se la sarebbero sbrigati tra di loro, pacificamente. E invece, forse, senza tutta questa ostilità non ce l’avrebbero mai fatta; non sarebbero mai riusciti a dirsi tutto quello che si dovevano dire. Avevano bisogno, ecco cosa, di qualcun altro che facesse per loro la parte del cattivo. E poi c’è la fisicità di questo film. Ci sono le vene che si gonfiano e che pulsano sul collo di Adam Driver; ci sono gli occhi perennemente arrossati di Scarlett Johansson, e i suoi capelli corti arruffati, mossi e in disordine. In questa terza dimensione così vera. Baumbach costruisce il suo spettacolo, il suo teatro (perché questo è, prima di essere cinema, teatro), e racconta una storia che in parte, o forse del tutto, parla di lui, della sua vita, di quello che ha subito.

Carnage, Roman Polanski, USA(2011)

In seguito alla lite dei propri due figli due coppie della buona borghesia di New York fanno la reciproca conoscenza, iniziano a discutere cordialmente per risolvere un problema cercando di mostrare il loro lato migliore come prescrivono la loro educazione e i ruoli che si sono guadagnati nella società. Ma gradualmente il confronto tra Penelope e Michael Longstreet (Jodie Foster e John C. Reilly) e Nancy e Alan Cowan (Kate Winslet e Christoph Waltz) degenera. La trama è tutta qui e lo scenario, praticamente per tutta la durata del film, è un salotto. Non c’è altro paesaggio che faccia contorno all’inarrestabile progressione di critiche reciproche e accuse personali, tutti contro tutti, nella demolizione completa di tutto ciò su cui avevano basato le loro vite. Ma il tavolino attorno al quale tutto questo “massacro” prende forma ha un ruolo cruciale. Si frappone tra loro come se fosse la rete di un estenuante match di tennis o pallavolo, permette di vederli come se fossero disposti su quattro punti cardinali. Un film che riesce a farci ridere ma allo stesso tempo anche riflettere sull’ipocrisia umana.

2 commenti

  1. Bell’articolo, non conoscevo molti di questi titoli. Nynphomaniac, Her e Carnage sono stati aggiunti immediatamente alla mia wishlist 👍

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Ipocrisia e sincerità nel teatro di Yasmina Reza – IpseDixit Cancella risposta