La mia esperienza scolastica sta volgendo al termine e questa fine si fa sentire maggiormente in questi giorni, quando, come tradizione, vengono celebrati i 100 giorni dall’esame di Stato: la rincorsa per il salto finale, quello decisivo. Avere la possibilità di ritrovarsi con i compagni di classe con cui hai sofferto e gioito insieme è come navigare avanti e indietro in questi cinque lunghi anni.
Sì, è vero, alla fine sono passati, anche se sono sembrati interminabili. Fa impressione che sia passato così tanto tempo, ma non dirò certo che sono volati. Sento ancora come se fosse oggi le notti a piangere sul libro di greco per memorizzare liste di temi verbali infinite o gli atti di scaramanzia più assurdi per ottenere una misera sufficienza alle versioni (inutile dire che non sono serviti a molto).
In questi giorni mi è impossibile non interrogarmi su cosa si celi dietro le imponenti mura di una scuola e su cosa quest’ultima intrinsecamente rappresenti. Quest’anno gli argomenti trattati durante le ore di lezione mi erano vicini, parlavano di me, dei miei compagni, racchiudevano in sé l’universalità dell’essere umano.
A prova del fatto che le notti insonni per studiare latino non sono terminate al biennio, durante una lunga sessione notturna di studio della letteratura latina mi sono imbattuta in un tizio interessante: Quintiliano. Premessa: a me questi romani non convincono completamente, nascondono sempre qualcosa, non si capisce mai da che parte della storia stiano. Ma comunque, nonostante le aree d’ombra di Quintiliano, i suoi testi mi sono sembrati condivisibili e preziosi. Proprio mentre studiavo mi è venuta voglia di scrivere questo articolo.
Alla cena dei 100 giorni, dove studenti e insegnanti non erano divisi dall’insormontabile muraglia che separa cattedra e banchi ma sedevano vicini alla stessa tavola, abbiamo celebrato cinque anni di vita, nei quali i professori ci hanno visto crescere e durante i quali noi siamo diventati grandi senza accorgercene.
Quanto è cambiato di noi in questi anni? Quante cose ci stiamo lasciando alle spalle?
Tutti noi, ormai, siamo abituati ad andare veloci, a guardare sempre avanti, ad anticipare la mossa successiva. Ma è davvero questo progredire? Mi sono resa conto di quanto il proiettarci sempre al dopo mi abbia lasciato negli anni un senso di insoddisfazione e inadeguatezza. Non c’era mai il tempo per mettersi a guardare quello che si era compiuto. Il tempo ci veniva rubato dall’ansia da prestazione e dalla percezione di essere sempre in ritardo.
Per questo motivo, il mio ultimo anno è stato – e voglio che continui a essere – l’anno del presente, del qui ed ora. È l’anno in cui ogni mia azione voglio che sia sentita, vissuta e non solo commessa e messa da parte. Per me questo è l’anno del riepilogo. Come ho passato la mia adolescenza, una parte così corposa e travagliata della mia esistenza? Cosa ho imparato?
L’ultimo anno è una montagna russa continua. La città dove hai sempre vissuto ti sta ormai stretta, il desiderio di lasciarla è diventato legge dentro di te, impulso vitale. Ma allo stesso tempo è proprio questa che racchiude tutto ciò che sei stata: come posso fare le valigie e andare via? Anche la scuola ormai è troppo piccola per ciò che siamo diventati. Molti di noi non riescono a stare seduti nei banchi troppo bassi (questo sicuramente non è un disagio che provo io). Ci sembra strano ormai avere 19 anni, guidare, votare e poi tremare di fronte alla lavagna con il gessetto in mano durante l’interrogazione di matematica. Sono presenti talmente tante incongruenze in questo momento. Ci sentiamo come travolti da una valanga o come se stessimo correndo lungo una discesa: non riesci a rallentare e non puoi fermarti, ormai devi arrivare fino in fondo.
Ma in tutto questo, quindi, cosa ho imparato a scuola?
Delle milioni di pagine studiate, forse, me ne rimarranno poche centinaia e molte delle nozioni che ho impresse me le ricordo grazie agli sfondoni tirati alle verifiche. Ma di certo non posso dimenticare la tenacia e il desiderio di migliorarsi anche di poco, anche se frustrante. Ho imparato che sì, il lavoro e lo studio vengono ripagati solo quando si è soddisfatti di sé: il voto non vale niente, questo per me è ormai un fatto consolidato.
Non posso lasciar da parte la soddisfazione di arrivare ai propri obiettivi e la sensazione di rinnovato coraggio una volta raggiunti, che nonostante la stanchezza ti fa scegliere di lavorare ancora e di più. Ho imparato di me che non mi piace buttare le cose via, che sono precisa, ma che a volte la vita se ne frega delle liste ordinate delle cose da fare e segue un corso tutto suo dal quale ti esclude. Ho imparato in questi momenti a non far vincere l’ansia, che per tanti anni mi ha attanagliato, ma ad approcciarla come cosa normale e temporanea. Ho imparato a organizzarmi e a fare ciò che mi sembrava impossibile da fare: improvvisare, non seguire un piano, riuscire a cavarmela anche senza punti di riferimento. Ho imparato che è una cavolata rimanere zitti per paura di sbagliare; ho imparato che è bellissimo far sentire la propria voce, anche se tremante, anche senza discorso preparato, ma seguendo unicamente il bisogno di dire qualcosa di importante.
Grazie al passo oltre la paura mi si è aperto un mondo, che non incuteva così terrore come me lo ero prospettato, ma che anzi era molto più coinvolgente e appagante della mia tacita solitudine.
Il primo salto oltre la paura l’ho fatto ormai quattro anni fa, quando, follemente terrorizzata, ho avuto il coraggio di entrare a far parte di questo incredibile giornale. Scrivere ha sempre fatto parte di me e per un anno intero sono rimasta un passo indietro solo perché avevo paura.
“E se non sono capace? E se poi non scrivo bene?” erano le domande che mi frullavano in testa. Ma il mio salto non si è fermato lì.
I primi articoli non mi piacevano neanche. Volevo scrivere senza mostrarmi e per me questo, purtroppo, è impossibile. Non riesco a scrivere ed essere qualcuno di diverso da me. Se prendo la penna in mano, sul foglio, anche se scrivo di altro, ci sono io, interamente. Ed è per questo che nei miei primi articoli non mi venivano le parole, avevo il freno a mano tirato.
Un giorno, mia madre mi disse una di quelle cose che ti danno fastidio, ma che poi ti cambiano la vita. Mi disse esplicitamente che non era niente di che, che quello che stavo scrivendo poteva scriverlo tranquillamente qualcun altro. Sapeva che quella non ero io, che potevo fare di più, che mi stavo accontentando di rimanere nascosta nell’oscurità del banale.
Anonima: la mia scrittura non stava raccontando niente.
Mia madre, una santa donna che sa capirmi quando sono indecifrabile anche a me stessa, mi disse che il mio problema non era il non sapere le cose – perché le cose le sapevo – ma il ritenermi stupida, una completa idiota.
Bene, quello fu per me il momento del click, il momento del ribaltamento.
Non so perché proprio quel giorno in me qualcosa si sia ribellato e abbia deciso di dire “no”, ma è successo e sono intimamente grata alle parole semplici ed efficaci di mia madre e alla mia testolina.
Essendo una persona inguaribilmente testarda, per me è impossibile vedere le sfumature, soprattutto nei momenti di autovalutazione: eccelli o fallisci, bianco o nero, tutto o niente. Ed io di certo non sono stata una da dieci e lode in questi anni.
Ma – può sembrare retorico e vagamente moralistico – quando dicono che il mondo è bello perché vario e che ognuno ha qualcosa di proprio da dare al mondo, è vero. È maledettamente vero.
Ed ecco il click che mi ha fatto dire: ma perché quello che devo dare io è da meno? Perché ritengo tutti capaci e intelligenti e creativi a parte me stessa? Perché tutti possono avere momenti alti e bassi, ma il mio percorso dev’essere crescente e costante?
Click.
Cosa posso dare io? Qual è quella cosa che nessuno può togliermi, che è solo mia?
La passione.
Click.
Se c’è una cosa che non manca mai in ogni mia reazione interna ed esterna, e che nessuno può togliermi, è la passione: la visceralità con cui provo ogni singolo squilibrio umorale, ogni sentimento. Sono incontenibile e per anni non ho fatto altro che cercare di contenermi. Ho sempre vissuto la mia capacità di meravigliarmi come una condanna all’esilio e, per evitare di rimanere esclusa in una dimensione diversa dalla mia, ho giocato d’anticipo.
È stato come amputarmi un arto.
Riappropriarmi del mio entusiasmo non è stato semplice: è difficile non venirne travolti, ma è anche una gioia poterlo condividere.
Ho sempre apprezzato di me la trasparenza dei momenti di vulnerabilità. Per esempio, questo è una testimonianza di tale vulnerabilità. Quando scrivo, sono presente a me stessa e a tutte le cose che sono stata prima.
Mi vedo dall’interno come una casetta, e ogni mattoncino è un click, un salto oltre la paura.
Sapere che oggi, dopo cinque anni, molti professori non hanno idea del voto che ho nella loro materia, ma sanno che mi tuffo a capofitto nelle cose che faccio mi riempie di gioia e mi fa sentire realizzata.
Questo sicuramente è uno dei mattoncini della mia casetta.
Un altro mattoncino è stato scrivere qualcosa che non avesse solo la mia firma, ma anche la mia voce. Ed è così che è nato “Il diritto di fallire”, il mio primo vero articolo, dove ho abbassato le armi e ho mostrato le ferite legate al sentimento del fallimento, alla percezione di essere invisibile.
Mi sembra, adesso che sto scrivendo questo articolo, di chiudere un cerchio. Ho iniziato ad aprirmi parlando di scuola, con sguardo duro e disprezzante, e adesso ricalco quelle orme con una nuova consapevolezza e quattro anni di più sulle spalle.
Mi guardo indietro e mi sembra di avere di fronte un’altra persona: arrabbiata per le ingiustizie, con tante cose da dire e i brividi che provava per il bisogno di ribellarsi.
Continuo a essere arrabbiata e continuo ad essere un fiume in piena di parole, ma adesso le lascio scorrere. Sento ogni singola volta il brivido che anticipa la ribellione: quello è il segnale d’attacco, quello è il momento del salto oltre la paura.
Per questa volta vi ho risparmiato il mio tono duro e critico verso il mondo e le sue dinamiche. Forse oggi più che mai mi serviva pensare in positivo, riportare alla luce un po’ di speranza.
Spero che questo articolo possa ispirare qualche ragazza o ragazzo come me a guardarsi dentro e a riconoscere il proprio valore, a voler fare di più per dimostrare a se stesso che può, a valorizzarsi per quello che è.
Non buttatevi giù se vi sentite controcorrente o non capiti: seguite la vostra strada. Ricordatevi che comparare se stessi agli altri distrugge le vostre personalità ed è un’azione completamente illusoria: non conosciamo l’altro finché non ci relazioniamo con esso e, per farlo, dobbiamo essere sinceramente noi stessi.
Auguro ai miei compagni di scuola, quelli che sono appena entrati e quelli che stanno per uscirne, di non far morire mai la voglia di imparare. Solo questa ci salverà dal diventare cinici servitori, perché in un mondo in cui ci vogliono ignoranti la cultura ci rende critici e la critica ci rende liberi.
Vi auguro di rimanere ostinatamente indigesti.
Adesso tocca a me e ai sedici disgraziati che popolano la mia classe fare il salto finale. Ognuno a proprio modo, ognuno con la propria strada, ognuno con la propria casetta di mattoncini.
Questo sì che sarà un mattoncino indimenticabile!
