L’universo in versi

Il primo genere che ha avuto dignità letteraria nella storia è stata la poesia; da allora, l’uomo ha sempre creduto che questo tipo di componimento potesse eternare pensieri, parole, sentimenti, storie, personaggi e anime. Nulla che fosse in versi avrebbe ceduto al tempo, alla morte. È quindi divenuta, nel lontano passato, veicolo di insegnamenti, sentimenti, miti, concetti filosofici e religiosi e tanto altro, tanto che a noi posteri ha tramandato una bella fetta della cultura antica. Da lì, la poesia ha acquisito un ruolo sempre più centrale, e noi italiani lo sappiamo bene dal momento che, grazie a quella, abbiamo identificato la nostra lingua comune. È diventata anche strumento di protesta pubblica come l’Inno di Mameli, che ha contribuito alla formazione di un sentimento comune che legasse gli Italiani contro il nemico austriaco. È curioso, però, che, nell’epoca della ragione, della scientificità, della produttività e dell’aridità interiore che è la nostra, continuiamo spesso ad incantarci davanti a un tramonto, affermando che quello sia “cosa così poetica”, come se l’aggettivo poetica indicasse una categoria di cose che hanno una certa spinta inspiegabile nella nostra interiorità; e così un bacio, un abbraccio, una situazione, uno sguardo, una storia, una vita… Poetico diventa quindi un aggettivo, ma anche una sorta di stato d’animo che ci fa desiderare di rendere quel momento eterno, almeno, nella memoria, sia nel bene che nel male. Ma, allora, perché sentiamo quel gruzzolo di versi così potente? Cosa accade in quel componimento? Quando leggo una poesia, mi trovo quasi catapultato un altro mondo come se quelle parole creassero una dimensione alternativa nella quale il poeta mi chiede, anzi, mi permette di accedere; si crea così un universo “unico al mondo”, irreplicabile, dove il lettore, dentro di sé, parla con l’immagine o, meglio, la visione che il poeta ha del mondo, di sé e dei sentimenti. Questa nuova realtà non ha bisogno di descrizioni, di un’attenta sintassi, di una precisa punteggiatura, di un filo logico semplice e comprensibile come una storia scritta in prosa, senza assolutamente svalutare quest’ultima, differente semplicemente nei metodi di scrittura. Questa realtà si crea attraverso lo scambio di idee, ricordi e concetti di vissuto tra l’autore, che, mediante la poesia, mette ciò in condivisione con il lettore, e il lettore attraverso la sua intimità; e tutto ciò avviene nella nostra mente, nelle nostre coscienze. È questo dialogo interiore che, configurandosi similmente alle Confessiones di Agostino, crea uno degli ambienti più intimi della nostra anima.È allora che, nella poesia, l’io poetico fa cadere non solo una qualunque regola sintattica, ma anche lo stesso senso e significato delle parole usate; ogni poesia è quindi un universo a sé. Ricordandosi, inoltre, del termine greco da cui deriva, ποιέω (poieo), ovvero “fare”, si comprende come la poesia sia azione, movimento, lotta, che, però, è senza regole poiché, spesso, mentre leggiamo questi versi e a volte anche nella vita comune, non riusciamo a darci una pausa da questi scontri, un limite che segni la scorrettezza di una mossa troppo cattiva verso noi stessi. Allora la poesia, che nell’antichità esprimeva la cultura di un popolo e quindi era riferita, perlopiù, a temi comuni a più persone , col tempo si avvicina sempre di più ad una maggiore interiorità, fino a cogliere i singoli frammenti di emozioni che prova il poeta. E proprio per questo, talvolta, due poesie dello stesso autore possono apparire contraddittorie e, talvolta, possono essere presenti contraddizioni nella stessa poesia. Sta proprio qui l’infinità di un singolo componimento “in cui ci è dolce naufragar”: ogni poesia è un universo a sé stante e noi lettori i suoi intrepidi esploratori.

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