INTERVISTA ALL’AUTRICE SILVA GENTILINI
Ci sono libri e libri. La maggior parte è fatta di inchiostro e carta, pensata per il passatempo, lo studio o il lavoro. Poi esistono le rarità: quei libri scritti con il sangue, necessari, in cui le parole non possono essere trattenute e scorrono da sole. Le formiche non hanno le ali appartiene a questa categoria. Il dolore ti raggiunge attraverso la carta ruvida, la dolcezza dell’amore ti sfiora con delicatezza, la forza della speranza ti attraversa fino a farti rabbrividire.
Il romanzo racconta la vita di Emma e Margherita, due donne di epoche diverse segnate da violenze e abbandoni. Emma, negli anni Sessanta, subisce gli abusi del padre e viene costretta a separarsi dal figlio appena nato. Margherita, agli inizi del Novecento, rimane incinta di un giovane ricco che la rifiuta e, disprezzata dal paese, lascia il bambino alla ruota di un convento prima di emigrare in America. Le loro vicende, lontane nel tempo, finiscono per intrecciarsi in un destino comune di dolore e rinascita, trasformandosi in un’epopea familiare che attraversa un secolo.
Le parole di Silva Gentilini in questo romanzo sono indelebili. Aver avuto l’opportunità di intervistarla e di analizzare insieme la sua opera e la sua storia personale è stato un vero onore.
Inizio con il chiederti quanto il tuo romanzo “Le formiche non hanno le ali” rispetti la tua storia personale e quanto sia invece frutto di fantasia.
La storia di Emma è la mia storia. Molti episodi non li ho raccontati, perché per me è diventato un dramma etico, ma tutto ciò che ho scritto è realmente accaduto a me e alle donne della mia famiglia. L’unica parte inventata è quella in cui Emma ritrova il figlio e incontra i genitori adottivi: io non ho mai rivisto mio figlio e ho preferito immaginare come sarebbe stato, piuttosto che entrare nella sua vita da adulto e rivelargli verità terribili. Avrei voluto solo sapere se stava bene.
Margherita (bisnonna dell’autrice) invece è un personaggio reale, ispirato alle lettere che lei stessa scriveva e che arrivavano fino a mia nonna e mia madre. Anche la casa di Pontigliano è vera, ci ho vissuto dieci anni, ma non ho mai conosciuto i genitori del bambino né il bambino stesso: quella parte è frutto della mia fantasia, così come la voce finale del figlio che mi chiama, che ho aggiunto per un bisogno personale.
Che ruolo ha avuto nella tua vita scrivere questo libro e come è nato? È stato concepito come un diario o è stato pensato sin dal principio come un romanzo da pubblicare? È nato come uno strumento per aiutare te stessa in primis o per aiutare qualcun altro con la tua storia?
Scrivere questo libro è stato un atto di sopravvivenza. Per anni io e la mia famiglia siamo rimasti intrappolati nel silenzio, senza poter parlare delle violenze subite da mio padre. Io soffrivo molto per la vergogna che ci circondava. La scrittura è sempre stata la mia via di fuga: prima la poesia, poi gli articoli, poi il lavoro a Mediaset. Negli anni ’90 avevo già scritto un racconto epistolare, Come la marea, come se fosse un diario condiviso con mia sorella. Era un primo tentativo di dare voce a ciò che non potevamo dire.
Quando ho iniziato Le formiche non hanno le ali ho sentito che era arrivato il momento giusto. Dopo 24 anni, Mediaset mi aveva lasciata senza lavoro, e a cinquant’anni ho deciso di dedicarmi a questa storia. Non l’ho fatto per denaro: ho donato i profitti a un’associazione che sostiene ragazzi provenienti da famiglie difficili. Pubblicare il libro è stato fondamentale, perché i segreti non sono mai buoni compagni, soprattutto quelli grandi e dolorosi.
La mia spinta è stata la necessità di testimoniare. Negli anni Sessanta noi chiedevamo aiuto, ma nessuno ci ha mai riconosciuto o ascoltato. Io sono la prova vivente di ciò che è accaduto. Per questo dico: bisogna uscire allo scoperto, parlare, chiedere aiuto. Oggi si può. Non bisogna vivere nella violenza e nella paura quotidiana, perché questo cambia il modo di vedere le persone, la vita, l’amore e i sentimenti.
Cito una tua frase per la mia prossima domanda: “La brava bambina che ero stata non aveva trovato nessuna buona ragione per diventare una brava ragazza. Essere brava non mi aveva evitato di arrivare a 15 anni senza diversi denti in bocca, un dito spezzato e la spalla lussata”.
Quando ho letto questa frase, mi ha veramente colpita perché ho pensato proprio a come, quando ci troviamo in delle situazioni di violenza, cerchiamo anche di snaturarci per salvarci. Inoltre, ho pensato anche al bisogno di essere amati e a come cambiamo noi stessi per arrivare a questo obiettivo. Dato che in questo libro tu parli di dolore, di violenza, ma parli anche di amore sano e spensierato, mi chiedevo che visione hai dell’amore, dopo tutti i soprusi che hai subito?
Io ho sempre sentito il peso dell’eredità della colpa. Da bambina ero convinta che essere brava mi avrebbe protetta, ma non è stato così.
Per questo, crescendo, ho iniziato a chiedermi cosa significasse davvero l’amore. Per me l’amore è stato il motore della vita, la forza che mi ha tenuta in piedi e che mi ha salvata. Ho sofferto tanto nei primi esperimenti di amore, ma nonostante tutto ho sempre voluto amare e essere amata. Mia sorella ha vissuto la stessa ricerca in modo diverso, con rancore e vendetta dentro. Io invece ho scelto di liberarmi da quel peso, di aggrapparmi al buono che ho ricevuto.
Mia madre e mia nonna erano donne considerate deboli, senza mezzi, ma piene di amore. Cercavano di rattoppare le macerie con la loro dolcezza, e io mi sono nutrita di quel sentimento. È stato quello a darmi la forza di non cedere al rancore.
Con mio padre, invece, la storia è diversa. Fino a otto o nove anni ho cercato il suo amore, ma poi è diventato il mio nemico giurato. Alle medie e, ancora di più, alle superiori ho capito che la mia famiglia non viveva la normalità che vedevo nelle case degli altri. Mia madre e mio nonna cercavano di travestire quella realtà, ma io ormai vedevo la differenza.
E allora l’amore, per me, è rimasto la chiave: non solo un sentimento, ma la forza che mi ha permesso di sopravvivere, di ricostruire e di credere che, nonostante tutto, la vita potesse avere un senso.
Leggendo la tua storia mi ha colpito molto il silenzio che tu, tua madre e tua nonna avete mantenuto, quasi come fosse un gioco di sopravvivenza, il gioco del “far finta di niente”, come lo chiami tu, per non disturbare gli altri, pur vivendo una condizione invivibile. Oggi spesso si sente dire alle donne vittime di violenza: ‘Perché non sei scappata? Perché non hai detto niente? Perché sei rimasta zitta?’. Secondo te, cosa bloccava davvero queste donne dal salvarsi e dal proteggere le figlie e le nipoti: era l’amore che provavano per quell’uomo o la paura del giudizio della gente?”
Il gioco del “far finta di niente” era il nostro modo per resistere.
Assolutamente dietro quel silenzio non c’era solo la paura, ma anche il giudizio della gente, il timore di disturbare, e allo stesso tempo un legame affettivo che, per quanto doloroso, bloccava le donne dal salvarsi e dal salvare le figlie e le nipoti. Era un intreccio di amore e paura, di vergogna e di sopravvivenza, che ci teneva ferme in quel silenzio.
Negli anni ’60 la mia vita era già cambiata: mia nonna non c’era più, mia sorella si era sposata e io ero rimasta in una casa segnata dalla violenza. All’epoca non esisteva una cultura dell’aiuto, non c’erano strumenti di sostegno. Andavamo dai Carabinieri più volte, ma ogni volta tornavamo con la sensazione di essere noi in colpa, come se fossimo noi a disturbare. A undici anni avevo già sviluppato una reazione interiore: scrivevo che bisognava ucciderlo, non nel senso di colpirlo, ma come pensiero di liberazione, lo stesso che mi attraversava quando lui minacciava il suicidio nei momenti di violenza più forti. Ricordo le pasticche che prendeva, i medici che arrivavano e che non indagavano mai davvero, si limitavano a farlo bere. Uno di loro disse che quell’uomo andava aiutato, che c’era qualcosa che non funzionava. Mia nonna allora parlò di una “molletta nella testa”, e io da bambina mi immaginavo davvero questa molletta che lo teneva prigioniero.
Solo più tardi avrei saputo che mia madre aveva trovato un amore segreto, un uomo che le aveva promesso aiuto e che stava organizzando una fuga. Ma era una fuga illusoria, dentro un’altra casa, e mio padre scoprì tutto. Ricordo la valigia nascosta, i preparativi, e poi il momento in cui tutto crollò. Mia madre mi disse con dolcezza che non saremmo più andate via, perché mio padre aveva scoperto tutto e aveva detto che ci avrebbe ammazzate. Me lo diceva proprio così, come te lo sto dicendo ora, con una nonchalance che mi sconvolgeva e mi paralizzava. Mia madre cercava sempre di abbassare i toni. Ma era come una sentenza, e io capivo che non c’era più una via d’uscita. In quel tempo non esisteva la possibilità di salvezza, e tutto quello che potevamo fare era tentare, con i pochi mezzi che avevamo, di resistere.
Mia nonna era una vedova di guerra: mio nonno era morto da trentatré anni, lasciando mia madre che aveva solo tre anni e che praticamente non lo aveva mai conosciuto. È cresciuta da sola, lavorando nella prima cooperativa del paese di Orbetello, e ha dovuto affrontare la vita senza alcun sostegno. In quella famiglia, tra madre e figlia, il peso più grande era il giudizio della gente.
Ho portato dentro di me questa eredità: il giudizio radicato, che ti accompagna e ti condiziona. L’ho visto anche oggi, nei laboratori che faccio con i ragazzi giovani, dove emerge ancora il problema dell’accettazione legata al corpo: sei troppo magro, sei troppo grasso, ti vedono bene o ti vedono male. Eppure ciò che gli altri pensano non dovrebbe riguardarci, ma è difficile liberarsene. Per me è stato un peso enorme, un dolore che mi ha accompagnata a lungo.
Ho lavorato molto su questo aspetto e ora, a sessantaquattro anni, posso permettermi di vivere con più serenità, di fare bene quello che faccio e di farlo fino in fondo. Se qualcuno vuole impazzire dietro al giudizio degli altri, lo faccia pure, ma io non lo considero più un problema. Certo, se avessi iniziato a liberarmi da questo peso quando ero più giovane, forse avrei alleggerito anche il senso di colpa che mi portavo dentro.
Hai mai pensato, erroneamente, di essere colpevole e di essere tu la causa delle reazioni violente di tuo padre?
Da bambina non sentivo di commettere una colpa, non mi percepivo colpevole. Tralasciando il periodo delle elementari, in cui ero convinta che tutti quei drammi che vivevamo fossero in qualche modo legati a me. Ricordo un episodio molto forte, tra i cinque e i dieci anni: mio padre, arrabbiato con me per una sciocchezza legata a una bambola, mi mise la mano sopra la stufetta a legna, proprio dove si appoggiava l’acqua a bollire, e la tenne lì. Mamma e nonna urlavano, piangevano, cercavano di fermarlo, e io piangevo disperata. In quel momento ero convinta di aver fatto qualcosa di sbagliato, di meritarmi quel dolore.
Questa visione però cambiò alle medie. Cominciai a capire che lui faceva certe cose senza che ci fosse alcuna ragione, senza che noi avessimo innescato nulla. Allora mi dissi: “La colpa non è nostra”. Diventai più lucida, ma da piccola era inevitabile che nascessero pensieri confusi. A volte mi dicevo: “Sei stata una brava bambina, bravissima”. Pensavo che forse, se fossi stata perfetta, lui mi avrebbe amato, sarebbe diventato buono, sarebbe stato davvero mio padre. Ma questo non è mai accaduto.
Crescere significa anche imparare ad allontanarsi dal passato, soprattutto quando porta con sé tanto dolore. Nel racconto di Margherita, che a un certo punto dice di non aver mai permesso a un uomo di trattarla in modo violento, aggiunge che per lei riuscire a salvarsi da sola dal proprio inferno è rimasto un motivo inamovibile di vittoria. Questo è fondamentale: riconoscere i passi avanti, la forza di essersi salvata da sola, e la decisione di non tornare mai più a essere sottomessa.
È un tema che non appartiene solo al passato, ma che vedo anche oggi. Che ne pensi?
Non dobbiamo seguire un uomo solo perché lo amiamo. Nel momento in cui un ragazzo o un uomo, anche amatissimo, fa qualcosa di coercitivo, non è la persona giusta. Non parlo solo di violenza fisica, ma di piccoli gesti che ti fanno sentire costretta: il vestito troppo corto, il controllo sul telefono, il giudizio su come ti presenti. L’amore non è controllo, l’amore è fiducia. La fiducia può anche perdersi, ma non deve mai trasformarsi in regole imposte per farsi amare.
Io stessa sono sempre stata una persona curata, ma non ho mai voluto trasformarmi per piacere agli altri. Credo che dobbiamo restare autentici. Se una ragazza mette ciglia finte o unghie in gel perché le piacciono davvero, va benissimo; ma se lo fa solo per compiacere qualcuno, diventa una forma di coercizione che si infligge da sola. Io voglio piacere per come sono, non diventare una bambola per piacere a qualcun altro.
Questo è importante, perché oggi i social, pur essendo strumenti utili, possono diventare destabilizzanti, soprattutto per le ragazze che stanno crescendo. L’autenticità è la vera forza: piacere a se stessi prima di tutto, e non vivere sotto il giudizio o il controllo degli altri.
Questa immagine perfetta che ci viene rimandata dai modelli estetici non mi appartiene. Nessuno nasce perfetto in quel modo e nessuno può mantenersi così per sempre. Ho amiche che ogni mese si rifanno, e sono felici, e io sono felice per loro, ma non voglio sottostare a questa logica. Io sto invecchiando e lo accetto. Molti mi chiedono perché tengo i capelli lunghi, ma io rispondo che posso farli crescere anche fino al culo se voglio. Nessuno può impormi di non avere i capelli lunghi. Non voglio sembrare una bambola finta: a sessantaquattro anni la bellezza per me è quella che viene da dentro.
Amo le rughe, perché sono testimonianza. Testimoniano la vita, testimoniano che sono sopravvissuta. Le porto quasi come una bandiera: lui non è riuscito a uccidermi, e le rughe raccontano questo.
Quello che lui voleva era spezzarci, annientarci, umiliarci, privarci della dignità. Forse lo faceva senza piena consapevolezza, per via del suo disturbo di personalità, ma questo non lo giustifica.
Molti dei tuoi personaggi, per esempio Margherita, fanno ricorso alla scrittura per crearsi un proprio mondo, per trovarsi, per superare il dolore. Nella vita quotidiana, è normale perdersi a volte, qual è il tuo modo di ritrovarti?
Per me la scrittura è come mangiare, bere, respirare. È stata fin da subito un’ancora di salvezza, qualcosa di tangibile che mi ha permesso di affrontare il bisogno d’amore, che invece è più aleatorio e difficile da afferrare. Da bambina ho iniziato a creare storie, e scrivere mi ha dato la possibilità di trovarmi altrove, oppure di stare immersa in un mio spazio, anche se doloroso, ma utile per tirare fuori e rendere comprensibile un percorso, un cammino.
Quando scrivo come ghostwriter e racconto le storie degli altri, metto dentro molto di me stessa. Questo mi pesa, perché sono generosa e dono frasi, metafore, intere parti della mia personalità che poi non posso più usare per me. Con Le Formiche ho riversato le mie parti più intime, piangendo mentre scrivevo e piangendo mentre rileggevo. Ogni parola era un dolore che usciva. Ma tutto il resto l’ho scritto con amore e leggerezza, perché scrivere mi fa stare bene. È uno strumento potentissimo, come leggere: senza, mi sentirei soffocata.
Ognuno trova il proprio modo di respirare: c’è chi gioca a calcetto, chi va a tennis. Per me la scrittura è il mio respiro. È anche una forma di trance, un modo per uscire dal corpo e ritrovarmi.
In Margherita ho messo molto di me, del mio carattere e della mia personalità. Mi sono divertita a scriverla, perché lei è una creatura altra, una decisionista, una donna che prende i suoi stracci e se ne va di notte. Non è ciò che io sarei stata da bambina, ma è ciò che avrei voluto essere: una donna capace di scegliere e di salvarsi da sola.
“Continuavo a scrivere cercando il mio posto nel mondo, un posto che non poteva essere troppo lontano perché l’idea di lasciare mamma da sola con lui mi era impossibile da sopportare”. Cosa ha significato per te il timore di lasciare tua madre sola?
A un certo punto della mia vita ho pensato che me ne sarei andata da casa. Ma non riuscivo a sopportare l’idea di lasciare mia madre da sola, perché era fragile e io avevo assunto il ruolo di essere la sua mamma. Mi sentivo investita di una responsabilità enorme: lei aveva bisogno di una spalla, di qualcuno che fosse sempre presente, e mia sorella non poteva assolvere questo compito per via del suo carattere diverso.
In Margherita mi sono trasportata, perché avrei voluto essere quella guerriera che se ne andava. Lo sarei stata, se mia madre fosse stata un po’ più forte.
L’unico modo per allontanarmi è stato sposarmi molto giovane. Mio padre non mi aveva sostenuto negli studi, mi aveva impedito di andare all’università, e così ho finito il liceo e mi sono sposata. Certo, c’era l’amore, ma non è stata solo una scelta di cuore: era anche un modo per trovare un’uscita. Sono andata a vivere vicino, non troppo lontano, perché sapevo che mia madre avrebbe potuto raggiungermi in qualsiasi momento, e io avrei potuto raggiungere lei. E l’ho fatto molte volte, prima che morisse, perché c’era sempre bisogno. Sono contenta di esserci stata, e mi è dispiaciuto profondamente quando se n’è andata.
Prima, mentre parlavi di tuo padre, stavi parlando del suo disturbo bipolare, ma hai anche detto che questo non lo giustifica. Scrivi di disturbi e delle dipendenza in modo molto onesto, però senza giustificare le persone. Nel senso, hanno dei problemi, ma questa è solo parte di loro, non rappresenta la loro totalità.
Sì assolutamente. Mio padre aveva un disturbo bipolare, ma questo non lo giustifica. Nel libro parlo di vari disturbi e di dipendenze, perché fanno parte della nostra storia, ma non sono mai una scusa. Sono una parte di una persona, non la persona intera.
Io credo che sia importante parlarne con onestà: riconoscere i problemi, ma senza usarli come alibi. Perché i problemi esistono, ma esistono anche le responsabilità. Non si può cancellare il male che viene fatto solo perché dietro c’è un disturbo.
Io stessa ho dei problemi, non di bipolarismo, ma di stress post-traumatico. Non riesco a prendere un aereo, non entro mai in un ascensore, non sopporto gli spazi chiusi. Mangio male perché il cibo è sempre stato una tortura per me: sono stata anoressica per diversi anni. Tutto ciò che di brutto accadeva in famiglia iniziava sempre a tavola, e per me la tavola è rimasta il simbolo di una guerra che stava per cominciare. Anche se la mia mente oggi sa che va tutto bene, il mio corpo si prepara alla battaglia.
Da anni sono in psicoterapia e faccio tutto quello che devo fare. Non voglio scaricare il peso sugli altri. Credo che se una persona ha un problema, deve curarsi. Ai tempi di mio padre era diverso: i disturbi mentali non venivano presi in considerazione, c’era un grande stigma. Oggi invece ci sono psicologi, psichiatri, strutture pubbliche. Non è una giustificazione: se hai un disturbo della personalità o qualsiasi altro problema, devi affrontarlo, con la terapia o con le medicine, ma devi farlo. Per me non esiste che un disturbo diventi un alibi.
Perché la formica?
La scelta della formica nel prologo nasce da un ricordo preciso. A Porto Ercole, dove ci trasferivamo appena finiva la scuola, non avevo amichette perché la mia vita era ad Orbetello. Mi sentivo isolata, circondata da donne vestite di nero che stigmatizzavano mia nonna perché non portava il lutto, mentre noi eravamo colorate e bionde, diverse da loro. Passavo molto tempo da sola, raccoglievo piante e fiori, e mi incantavo davanti ai formicai. Restavo ore a osservare le formiche, perché mi affascinavano.
Le formiche sono creature alla mercé nostra: basta un piede per schiacciarle, basta un gesto per distruggerle. Un po’ come eravamo noi, con lui. Eppure loro hanno una forza incredibile: trascinano molliche enormi, pezzi più grandi di loro, e non si fermano. Io mi sono sempre rivista in quella resistenza, in quella capacità di portare un peso enorme sulle spalle. A quindici anni pesavo trentacinque chili, ma portavo comunque il mio carico.
La formica è diventata la mia metafora: fragile e schiacciabile, ma capace di una forza ostinata. Non eravamo leoni, non avevamo la forza del leone, ma eravamo formiche. E in quella immagine ho ritrovato la mia storia, il mio modo di sopravvivere e di resistere.
Cosa diresti alla Silva adolescente che viveva in un contesto violento e cosa direbbe lei alla te di adesso che si è costruita da sola un futuro migliore?
Alla Silva adolescente direi di fare davvero quello che voleva: di andarsene, di scappare, come sognavo di fare con il mio fagottino, proprio come Margherita. Non serviva andare lontano, bastava Roma o Firenze. Ero intraprendente, soprattutto da giovane, e avrei trovato un modo per essere felice e costruirmi una vita senza subire ancora.
Ma nello stesso tempo non sarei riuscita ad abbandonare mia madre. Era fragile, dolce, accogliente, ma spezzata, come un piccolo gioiello ferito. La sua fragilità mi legava, non avrei potuto lasciarla sola. Per questo so che la Silva diciottenne non sarebbe mai scappata. Però non mi sarei sposata: avrei combattuto di più, sarebbe stato difficile con lui, ma avrei cercato una strada diversa. Il primo matrimonio non è stato una scelta felice: non violento, non cattivo, ma non il miglior padre per mia figlia.
Alla Silva di oggi, invece, l’adolescente direbbe: “Brava. Hai fatto il possibile con il poco che avevi”. Non perché io sia perfetta, sono imperfetta e cadenzata, ma sono una persona onesta e reale. Ho sempre cercato di dare una mano, non per carità, ma in modo paritario, a chi aveva bisogno: una vicina che non riusciva a pagare la bolletta, qualcuno che non poteva più curare un animale, o altre piccole cose. Credo molto nell’aiutare gli altri. E nei miei momenti bui ho avuto qualcuno accanto. Questo è ciò che penso, ed è ciò in cui mi riconosco.
Per concludere, cosa vorresti dire ai giovani di oggi?
Quello che voglio dire ai giovani, e alle ragazze prima di tutto, è di non sottostare mai a regole che non sentono, di non seguire percorsi che non le rispecchiano e soprattutto di non abbandonare mai i propri sogni. Anche se sembrano irrealizzabili, bisogna provarci, bisogna sperimentare, cambiare strada se serve, senza fissarsi sull’idea del fallimento.
Non esiste un’età giusta per fare qualcosa. Esistono tanti momenti diversi e non dobbiamo lasciarci imprigionare dalle convenzioni sociali che ci impongono tappe obbligate: laurea entro i venticinque anni, matrimonio entro i trenta, figli subito dopo, carriera a seguire. Sono bugie. Esiste solo ciò che desideriamo davvero, ciò che sentiamo giusto nel momento in cui lo scegliamo.
Se iniziamo medicina e poi scopriamo di voler dipingere, dobbiamo dipingere. L’importante è ascoltare i sogni che ci renderanno realizzati.
E non bisogna mai sottostare a imposizioni, soprattutto in nome dell’amore. L’amore vero non pretende, non controlla, non impone. L’amore rispetta. E il rispetto è la chiave di tutto.
