M’ama, non m’ama

Non è il 14 febbraio. Ma voglio scrivere d’amore.

Cos’è l’amore?
No, domanda troppo difficile.
Dove si trova l’amore?
In un ristorante la sera di San Valentino? Nelle storie Instagram delle coppiette che festeggiano anniversari, mesi, settimane insieme?

Perché amiamo?
Come si fa ad amare?
Sappiamo davvero farlo?
Chi ci insegna l’arte dell’amore?

Nessuno. Almeno, a me non si è mai presentato un professore d’amore a indicarmi come si fa la cosa giusta.
Forse proprio perché in amore la cosa giusta non esiste. E quindi, chi si prenderebbe la responsabilità di insegnare a percorrere la strada sbagliata?

Beh, la letteratura.
Che poi è l’espressione più intima dell’anima umana.
La letteratura non teme lo squallore della nuda verità.

Non ho frequentato lezioni sul tema, ma la letteratura parla d’amore.
L’amore va a braccetto con la letteratura. O forse il contrario.

Mi rendo conto di essermi infilata in un labirinto non mappato, iniziando a parlare d’amore – un argomento sempre presente sulla bocca di tutti, eppure, paradossalmente, ancora così incompreso.
Non scrivo certo per insegnare qualcosa a qualcuno. Con i pochi anni di vita che ho alle spalle, sarebbe presuntuoso.
Ho letto molti più libri sull’amore di quanti ne abbia vissuti sulla mia pelle.
E comunque, anche tutti quei libri non sono bastati.
Nessuno mi ha mai consegnato l’ultima parola, la certezza finale.

Eppure continuiamo a cercarla.
L’essere umano ha bisogno di certezze.
Siamo infinitamente piccoli, ma nei territori dello sconosciuto ci sentiamo immensi.

La definizione ufficiale della parola “amore”, secondo il dizionario, è:

“Dedizione appassionata ed esclusiva, istintiva e intuitiva, fra persone, volta ad assicurare reciproca felicità o la soddisfazione sul piano sessuale”.

Mi sembra una definizione a dir poco riduttiva.
Senza offesa per l’Oxford Dictionary.

L’amore primordiale: quello dei genitori

Partiamo dall’amore originario: quello che incontriamo – o ci aspettiamo di incontrare – non appena veniamo al mondo. L’amore dei nostri genitori.
Un amore che, come possiamo intuire, non è né lineare né semplice.
L’amore, in realtà, è un gran casino.

I più fortunati, anche se non possono ricordarlo, sono stati avvolti fin da subito da braccia emozionate.
È lì che si diventa figli: a volte di genitori pronti, altre di genitori assenti.

Il rapporto tra genitori e figli è estremamente delicato.
Una frase che mi ha molto colpito la prima volta che l’ho letta è questa:

È la prima volta anche per i genitori di essere al mondo come genitori.

Esistono corsi che alcune donne frequentano durante la gravidanza per prepararsi al parto, le più fortunate con accanto il partner.
Ma nessun corso può prepararti davvero a cosa significa stringere tra le braccia quell’esserino che hai protetto per nove mesi.
Si dà per scontato che se un bambino è desiderato, alla nascita i genitori – e soprattutto la madre – sappiano cosa fare, e siano solo estremamente felici.
Non si considera che si possa essere confusi, spaventati, esausti. Che ci si possa non sentire pronti, ma soli.

Questo non significa che il bambino non venga amato.
Ma sono processi psicologici e fisici reali che molte donne affrontano nel periodo post-partum.

Chiudo questa parentesi e torno al punto di partenza:
la prima volta dei genitori.

Uno dei momenti più critici di quel rapporto arriva nell’adolescenza.
I figli devono affermarsi ribellandosi ai genitori, e i genitori devono riaffermare la propria autorità.
Le discussioni si trasformano in incomprensioni. Le incomprensioni in guerre. E a volte queste guerre portano alla fine dei rapporti.

Di recente ho letto “Lettera al padre” di Kafka.
Come si può intuire dal titolo, si tratta di una lettera che Kafka scrisse al padre e affidò alla madre, affinché gliela consegnasse.
Attraverso quello scritto cercava di risolvere l’incomprensione profonda che li divideva: voleva far sapere al padre che non l’aveva mai odiato, che semplicemente vedevano il mondo in modo diverso.

Era un gesto d’amore, quello di Kafka. Un tentativo di non lasciarsi con interrogativi irrisolti prima della morte del padre.
L’elemento tragico è che quella lettera non fu mai recapitata.
Non ci fu possibilità di riconciliazione, nonostante il desiderio di farlo.

Amore, dipendenza, e confini sfocati

“Amore” è una parola profondamente sfruttata.
In alcuni contesti, può significare anche questo:

1. Rapporto di subordinazione osservato in vari ambiti, in ossequio alla tradizione, alle circostanze o a particolari esigenze organizzative.
2. L’incapacità di fare a meno di una persona (dipendenza psicologica), oppure il bisogno incoercibile di una sostanza.

Eppure questa non è una sfumatura del sostantivo Amore, ma è la definizione di Dipendenza.

Come si distingue l’amore dalla dipendenza?

Le storie di dipendenza affettiva e relazioni tossiche sono difficili da riconoscere perché radicate in modelli culturali che abbiamo sempre visto, che fanno parte della nostra normalità.

Le dinamiche amorose sono complesse.
Sono fatte di potere, libertà, autodeterminazione, conoscenza di sé e dell’altro.
Ma fino a dove è amore? Dove comincia l’autodistruzione?

Durante la lettura di Atti di sottomissione di Megan Nolan, si viene risucchiati nella relazione tossica tra l’autrice e Ciaran.
Avviso chi fosse interessato: è una lettura tosta. Il vostro umore verrà travolto. Vi sentirete sporchi, a disagio, vittime e carnefici allo stesso tempo.

Non è un bel libro. È un libro doloroso.
Uno di quelli che ti sputano le parole in faccia, che non chiedono scusa, che ti obbligano a guardare.
È schietto, crudo. Ti accusa, ti ferisce, ti fa toccare con mano le conseguenze.

Non è un libro che vorresti rileggere.
È un viaggio necessario, ma che lascia segni sulla pelle.

È un libro che mostra l’inevitabilità dell’amore, nel bene e nel male.
Un libro che mette a confronto amore e dipendenza.
Megan, in alcuni capitoli, descrive chiaramente due relazioni diverse che ha vissuto.
Eppure, pur capendo cosa sia meglio per lei, non riesce a scegliere la via sana.

Già da quella prima delineazione l’ipotesi migliore tra i diversi scenari era facile da capire, ma Megan non può scegliere l’uomo che la fa sentire a suo agio, libera, vera, in carne ed ossa.

Riconosce la situazione in cui si trova: ormai è legata all’uomo che la ferisce e all’idea distorta che ha di se stessa.

L’amore – e chi ci ama – diventa il filtro attraverso cui vediamo il mondo.
E anche lo specchio attraverso cui percepiamo noi stessi.

Ma non tutti quelli che dicono di amarci lo fanno davvero.
E non tutti sanno farlo con delicatezza.
Ed è lì che lo specchio taglia.
Deforma.
Ci fa sentire estranei.

È così che ci si perde.
Ci si ritrova nella visione malata dell’altro, che non guarda, ma modifica ciò che ha davanti.

Non amore, ma possesso.
Non crescita, ma distruzione.

In queste situazioni non è facile dire addio.
Si comincia un percorso di demolimento del sé per diventare più amabili.

Penso soprattutto al corpo delle donne.
Da secoli strumentalizzato, oggettificato.
Le donne hanno interiorizzato forme di violenza normalizzata.
Il corpo diventa lo strumento per far tornare la pace nel rapporto.

Come Ciaran che, dopo aver aggredito Megan, dimenticava tutto dopo una scopata.

Il corpo diventa oggetto. Il partner ne detiene il potere assoluto.
I rifiuti, i “no”, non hanno valore. Se vuole, può. E un “no” non lo fermerà certo dal prendersi ciò che desidera.

Riporto una passo dove la scrittrice spiega questo fenomeno:”Era già qualcosa di impossibile dire di no ad un uomo, così difficile da accettare la possibilità di venire ferita o disprezzata o insultata. Devi fare uno sforzo così grande per dire di no quando ti hanno insegnato a dire di sì, a essere accomodante, a rendere gli uomini felici. Dopo che hai detto di no, un uomo che fa le moine per convincerti a cambiare idea diventa intollerabile. Anche se lo fa con educazione, o gentilezza, ignora le intenzioni espresse in modo chiaro. Significa: la tua scelta di fatto non conta. A contare è il mio desiderio.”

Si diventa soprammobili nella casa dove si dovrebbe vivere con i propri compagni di vita.
Ma se si è lì, non è più per amore, è per bisogno.
Perché se non sei utile, non sarai più amato.
E Megan questo meccanismo lo capisce perfettamente. Capisce come funzionano le cose, e decide di rendersi utile, indispensabile per il suo uomo.
Diventa tutto ciò di cui lui ha bisogno, così che non possa fare a meno di lei.
La donna, da soprammobile, diventa cuoca, balia, madre.
Diventa onnipresente. Diventa necessaria.
Prende con la forza l’autosufficienza dell’uomo per garantirsi un posto nella sua vita, per diventare insostituibile.
Perché l’unico posto che non si può perdere è quello che non è rimpiazzabile.

Ma in quello scambio l’uomo diventa un bambino capriccioso, subordinato alla donna, e la donna una serva.
In questo scenario, la struttura del sé si disintegra.
Inizia a marcire, chiuso dentro un legame che si nutre di decomposizione reciproca.

Ed essendo una relazione, sono entrambi coinvolti in questa rovina.

Non c’è un confine netto a segnare la fine.
Non c’è un giorno in cui tutto finisce.
Ci si consuma, lentamente, provando nuove strategie per ferire l’altro, e ferendo se stessi.
E si continua a chiamarlo “amore”.
Perché nessuno vorrebbe credere di essere rimasto incastrato in una prigione simile senza una buona ragione.
E si sa: per amore si è disposti a fare qualunque cosa.

E poi c’è l’amore. Quello vero. Quello con la A maiuscola.

Quello eterno, onnipresente, rigenerante.
Quello per cui vale la pena aspettare una vita intera.
Quello per cui vale la pena rischiare tutto, giocarsi tutto, vivere davvero.

Forse sto diventando tragica, lo so.
Ma penso che l’unico gesto d’amore puro sia quello che si compie sapendo che l’altra persona non lo vedrà mai.
È quello che nasce da un bisogno profondo, da dentro, che non chiede risposta.
È dire “ti amo” solo perché lo si prova davvero.

Ed è per questo che scelgo, come simbolo d’amore, il lenzuolo di Clelia Marchi.
Non è un libro, ma è fatto di parole.

Clelia Marchi si sposa giovanissima, appena quattordicenne con Anteo, un ragazzo più grande di lei, nella Milano del Novecento.
Erano perdutamente innamorati, nonostante la giovanissima età.
Hanno passato una vita insieme, costruendo da zero quel poco che potevano desiderare: una casa, una famiglia, una quotidianità. Una vita intera.

Poi, una mattina, Anteo viene investito da un’auto mentre attraversava la strada.
Clelia resta sola. Dilaniata.
Tutto perde senso in un attimo. La vita si è prosciugata.

Inizia a soffrire d’insonnia.
Passa le notti a scrivere, come se solo le parole potessero tenerla in vita.
Scrive per sopravvivere alla mancanza. Ma una notte la carta finisce.
E il bisogno di scrivere è insostenibile.
Non può fermarsi.

Allora prende un lenzuolo.
E ci scrive sopra.
Quel lenzuolo diventa il manifesto non del suo dolore, ma del loro amore.
Un lenzuolo come libro, come pelle, come reliquia.

“Care Persone, fatene tesoro
di questo lenzuolo che c’è un po’ della vita mia.”

Ecco, forse l’amore è questo.
Non l’ossessione. Non il possesso.
Non la rabbia travestita da passione.
L’amore è qualcosa che resta, anche quando chi amiamo non c’è più.
È qualcosa che si scrive sul corpo delle cose, perché la carne non basta a contenerlo.

Caterina Carollo

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