Dall’inizio del 2020 la società ha assistito a un progressivo aumento di interesse, sia da parte di un pubblico di bambini sia da uno più maturo, verso i film e le serie TV di animazione. In Italia si sta formando un grande pubblico che apprezza anche i prodotti di case italiane ed è incuriosito sia dai recenti titoli sia dai classici del passato. In particolare, c’è un’artista che ha affascinato registi e animatori, non solo italiani, e ha creato capolavori, i quali gli sono valsi il titolo di “padre dell’animazione italiana”. Lui è Bruno Bozzetto.
Sin da piccolo era affascinato dal disegno, influenzato dal nonno che era un pittore di personaggi biblici, e dai pochi cartoni animati che vedeva nei piccoli cineclub della sua città, Milano. Durante la sua infanzia, l’animazione era agli inizi e si cominciava a diffondere in tutto il mondo grazie all’uscita del film Biancaneve e i Sette Nani di Walt Disney. Era il primo lungometraggio animato della storia e tutti cercarono di emularne il successo, ma nessuno ottenne un risultato pari alla casa americana. Nonostante ciò, alcuni piccoli gruppi di appassionati della tecnica crearono film indipendenti e artistici, lontani dagli standard della Disney. Purtroppo, poiché ritenuti di livello inferiore dai produttori, che spesso non sapevano niente di animazione, queste opere sono state realizzate con tante difficoltà e con budget limitati, ottenendo pochi riconoscimenti.
Bozzetto sentiva dentro di sé questa forte passione ed era anche stimolato a perseguirla dalla famiglia, in particolare dal padre Umberto, tecnico della fotografia. Addirittura, aveva costruito per il figlio una telecamera fissata all’asse da stiro di sua madre, per fotografare i disegni. Dopo alcuni piccoli esperimenti, Bozzetto decise di lavorare al suo primo cortometraggio, realizzato da solo a casa. Frequentava la quinta del liceo classico, quando trovò la sua ispirazione. Influenzato dagli studi, aveva riflettuto sulla frequente presenza di guerre, massacri e distruzioni nella storia umana e di quanto tempo l’uomo avesse speso a progettare armi per uccidere altri uomini. L’artista voleva diffondere questo suo ragionamento in modo comico e allo stesso tempo con chiarezza e serietà: così, nacque Tapum! La storia delle armi.
Nel 1958, finì il film e lo inviò al Festival di Cannes, che accettò la sua candidatura. La pellicola sarebbe stata proiettata in una sala adibita per i cortometraggi provenienti da tutto il mondo. Bozzetto, unico italiano, conobbe numerosi animatori indipendenti e rimase affascinato dall’animazione stilizzata e poco costosa delle pubblicità e dei cartoni televisivi americani ed inglesi. Divenne amico del regista croato Dušan Vukotić, primo regista europeo ad aver vinto un Oscar con il corto di animazione Surogat, e venne influenzato dal suo stile.
Ciò che cambiò per sempre la sua carriera artistica fu una fortunata coincidenza. Il famoso critico cinematografico dell’epoca, Pietro Bianchi, uscì dalla sala principale annoiato e infastidito dalla proiezione di un film con Sofia Loren. Mentre stava per uscire dall’edificio passò accanto alla saletta dove proiettavano il corto e vide Tapum. Il giorno dopo il titolo della rivista Il Giorno, in cui Bianchi lavorava, affermava che il film di Bozzetto era migliore dell’ultimo di Sofia Loren.
Bruno Bozzetto acquistò così tanta popolarità in Italia che decise di fondare il suo piccolo studio di animazione, la Bruno Bozzetto Film, in cui inizialmente lavoravano solo in nove. Principalmente realizzava cortometraggi e contemporaneamente pubblicità per il Carosello, iconico programma della Rai, grazie alla quale riuscì a guadagnare bene.
Un giorno a Bozzetto balenò un’altra grande idea. I film western erano i suoi preferiti e si era accorto che erano come una fiaba: se bastava sentire il titolo “Cenerentola” per riconoscere subito la storia, lo stesso valeva per i western classici, perché le trame erano molto simili e i personaggi erano archetipi riconoscibili. Così, Bozzetto decise di voler realizzare il suo primo lungometraggio: West and Soda. Visto che la trama era semplice e scontata, si decise di dare risalto alla comicità ed il film è pieno di gag, parodie, citazioni e avvenimenti surreali. Inoltre, sempre per lo stesso motivo, si optò per un’animazione sperimentale, con soluzioni tecniche originali in base a cosa doveva accadere sullo schermo. La produzione di questo film durò tre faticosi anni ed era iniziata prima di quella di Per un pugno di dollari, il primo western di Sergio Leone. Per questo motivo, alcuni studiosi di cinema ritengono che West and Soda sia il primo spaghetti western di sempre, ossia il primo realizzato da uno studio italiano. Bozzetto ottenne non solo uno strepitoso successo in Italia, ma anche all’estero e subito tanti gridarono al capolavoro.
Ma, sicuramente la sua opera di maggior successo, che lo incoronerà maestro dell’animazione italiana, è stata Allegro non troppo del 1976, il terzo lungometraggio del regista. Bozzetto era innamorato del film Disney Fantasia – lo aveva visto ben dodici volte – e gli trasmise la passione per la musica classica. In questo film, l’animazione era sincronizzata con famosissime composizioni classiche, rendendola un’opera unica nel suo genere. Dopo aver ascoltato per la prima volta il Bolero del compositore Maurice Ravel, gli venne l’idea di mostrare, di raccontare, una storia come una sorta di interpretazione personale della musica. Bozzetto voleva fare solo questa animazione, ma quando condivise l’idea ai suoi colleghi, essi lo spinsero a crearne più di una e a fare un film simile a Fantasia. Iniziò a scrivere, così, altre storie seguendo lo stesso principio della prima ed questa è la differenza con il classico Disney. In quest’ultimo, solo l’iconica sezione dell’Apprendista stregone con Topolino – che Bozzetto adorava – presenta una storia originale che seguiva l’andamento della musica classica, mentre le altre erano quasi degli abbinamenti visivi: molto belli, ma sicuramente non raccontavano qualcosa di nuovo. Invece, in Allegro non troppo, ogni episodio animato ha una storia unica, profonda e coordinata con la musica. Per Bozzetto, scrivere queste storie era stata la parte più difficile.

L’opera è composta da sei episodi animati legati da alcune scene girate dal vero (in live action, come si dice adesso) che fungono da cornice. Queste sono una parodia delle scene dal vero presenti in Fantasia, nelle quali veniva mostrata l’orchestra organizzata ed elegante e veniva introdotta la sequenza animata successiva. Secondo Bozzetto erano la parte più debole del classico, poiché le riteneva “fasulle”, così le sue diventarono satiriche e comiche. In un teatro di Milano, un egocentrico e stravagante presentatore rompe la quarta parete e annuncia al pubblico di quanto grandioso e originale sia lo spettacolo che stanno per vedere. L’orchestra che suona è composta da sole vecchiette, non tutte brave a suonare, e il disegnatore, che dovrebbe occuparsi delle animazioni, è una sorta di schiavo, maltrattato dal direttore d’orchestra, rozzo e maleducato.
L’animazione di Allegro non troppo è un miscuglio di stili e tecniche diverse per ogni traccia musicale, frutto di una collaborazione con famosi disegnatori dell’epoca e con piccoli studi di animazione italiani, nati da poco. Ogni storia propone riflessioni riguardo tematiche di attualità, con ironia oppure con serietà.

A mio parere, gli episodi più belli dell’opera sono due. Il primo è quello del Bolero di Ravel, in cui viene mostrata sullo schermo un’imponente ed epica marcia – e dai tratti anche comici – di animali surreali, che si evolvono continuamente in nuove specie, all’interno di un paesaggio onirico. Inizia tutto con un minuscolo essere, che esce da una bottiglia di Coca-Cola, e finisce con tutti gli animali uccisi dalla tecnologia e dalle infrastrutture dell’uomo. Una aspra critica contro la modernità e l’incontrollabile progresso umano, che rischia di schiacciare la vita animale, tema tuttora molto sentito. Il secondo è la storia struggente sulle note di Valse triste del finlandese Jean Sibelius: un gattino si aggira per le rovine della sua vecchia casa e malinconico ricorda le stanze, i mobili, gli inquilini e la loro vita quotidiana, sperando che il passato possa materializzarsi di nuovo, seppur invano. Questa storia è ispirata a un aneddoto della vita della moglie di Bozzetto, la quale aveva trovato demolito il palazzo in cui abitava da piccola, ma anche da fatti di attualità: nell’agosto di quell’anno un violento terremoto si era abbattuto in Friuli, distruggendo tantissime abitazioni.

Uscito nel mese di ottobre, Allegro non troppo ottenne un grandioso successo in tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti. Bozzetto ricevette tantissimi riconoscimenti da parte degli artisti e degli animatori americani: John Lasseter, fondatore della Pixar, era un suo grande ammiratore e lo aveva invitato a visitare gli studi in California. Inoltre dal 2013, il Walt Disney Family Museum di San Francisco ha installato la mostra retrospettiva a lui dedicata Animation, Maestro! e Allegro non troppo è studiato nelle migliori scuole di animazione nel mondo come esempio di perfetta fusione tra animazione e musica.
La carriera di Bruno Bozzetto è così affascinante, secondo me, perché il regista ha cercato di creare una corrente artistica originale, che potesse attingere dalle opere americane, in quanto fondamenta dell’animazione, ma senza emularle. Invece, ha creato un mondo di immagini, colori e suoni iconico e riconoscibile, diffondendo le sue riflessioni sull’attualità e ispirando generazioni di appassionati per il cinema e per l’animazione ad inseguire i propri sogni.
