Gabriele…D’Annunzianamente!!


162 anni fa: nasceva il nostro Vate.


In quanti ormai si ricordano vagamente di lui o delle sue opere? Gabriele è uno di quei personaggi passati dall’essere l’idolo di tutti fino ad arrivare a un destino di completa dimenticanza. Ebbene, in questo articolo ho deciso di raccontare la sua vita, ma da un punto di vista meno conosciuto dai più.
Gabriele d’Annunzio nacque il 12 marzo 1863 a Pescara da Francesco Paolo Rapagnetta e Luisa De Benedictis. Si sarebbe dovuto chiamare “Antonio Rapagnetta”: Antonio in onore di suo zio e Rapagnetta in base al vecchio cognome del padre. A undici anni, Gabriele fu iscritto al Collegio Cicognini di Prato dove frequentò le materie del Liceo Classico. Durante i primi anni in quella scuola, gli insegnanti continuavano a congratularsi e a elogiare il loro fantastico studente. Negli ultimi tre anni soprattutto, d’Annunzio iniziò a fregarsene della scuola e si ridusse a studiare di notte. I suoi voti furono sempre eccezionali, ma quello in condotta un po’ meno. Ben nota è la “Rivolta della polpetta”, ovvero tutte le volte in cui Gabriele scatenò delle rivolte nella mensa della scuola a causa della scarsa qualità del cibo. A quindici anni iniziò già la sua prima relazione amorosa e a sedici anni pubblicò, a spese del padre, la sua prima opera, “Primo Vere”, una raccolta di poesie scritte riguardo ciò che succedeva al collegio. Per aumentare l’acquisto del libro, fece scrivere sui giornali la notizia della propria morte, raccontando di come una caduta da un cavallo gli fosse stata fatale. Quando i professori, scandalizzati dalle descrizioni di scene inappropriate, vennero a sapere del suo romanzo, lo sequestrarono immediatamente e lo misero subito in punizione, anche se non era niente di nuovo per d’Annunzio. Appena finì i suoi anni alle superiori, si iscrisse alla facoltà di Lettere all’università della Sapienza di Roma. Non si laureò, in quanto ottenne parecchie offerte di lavoro e di pubblicità e decise di accettare quelle più convenienti. Gli scandali non abbandonarono mai il poeta e lui, sapendo quanto aiutassero a far crescere la sua fama, non smentì mai niente. A ventun’ anni mise incinta la duchessa Maria Hardouin e i due cercarono di scappare via insieme. I genitori della duchessa, che non si erano mai affezionati all’amato della figlia, li costrinsero invece a un matrimonio riparatore. Così nacque Mario, il primo figlio di d’Annunzio, che sarà anche il più problematico tra i figli. Gabriele, dopo pochi mesi, si stancò della vita da buon padre e buon marito, quindi decise di andarsene. La Hardouin non ebbe mai buoni rapporti con il padre e quindi, dopo che anche il marito la abbandonò, disperata si gettò da un ponte. Il tentativo però non riuscì e d’Annunzio, appena venne a sapere ciò, ritornò subito da lei. La duchessa intanto continuava a essere corteggiata da altri uomini e quindi d’Annunzio se ne approfittò per andarsene. Andò a Napoli, dove poi incontrerà il suo amore più grande: Eleonora Duse. Gabriele non era ancora tanto famoso rispetto alla Duse e continuava a cercare modi per aumentare la sua fama. Scoprì che il teatro di Napoli era in cerca di opere da mandare in scena e il poeta decise di provare con le sue. Fu accettata “La figlia di Iorio” e fu messa in scena, con la Duse come protagonista. I due per 10 anni furono soltanto dei buoni colleghi e degli amici, ma le storielle sui loro conti continuarono fino a diventare realtà. Così scoppiò la fiamma tra il D’Annunzio e la Duse. Gabriele non amò mai una donna quanto lei e la ricordò fino alla propria morte. Un giorno, Eleonora si ammalò e quindi il non ancora Vate scelse un’altra come protagonista. La Duse se la prese personalmente e non volle più aver a che fare con l’amato. Intanto gli anni passavano e, come cambiava l’epoca, cambiava anche D’Annunzio. Ai primi del ‘900 fu costretto ad esiliarsi in Francia per scappare dai creditori. Lì la sua fama crebbe e fu ammirato da tutti i Francesi. Se ci fu una cosa che però non cambiò di lui, quella sarebbe il suo amore verso l’Italia e la Patria. Continuavano le chiacchiere riguardo allo scoppio di una guerra e, quando iniziò la Grande Guerra, D’Annunzio si trovava ancora in Francia, ma fu subito uno degli interventisti e infatti fu a favore dell’entrata in guerra dell’Italia. Nel 1915 ritornò nel suo Paese e decise di arruolarsi. Ebbe il ruolo di Osservatore, ma fu lasciato combattere su tutti i fronti e in trincea. Il Vate non si sarebbe mai fermato a poco e si inventò il volo su Vienna e Trieste, dove, mentre sorvolava le città, lanciava manifesti tricolore. Sui manifesti Gabriele ci fece scrivere di come l’Italia non voleva la guerra contro le donne, i bambini e gli innocenti, ma contro il governo austriaco corrotto e nemico della libertà. Partecipò anche alla Beffa di Buccari, un’incursione effettuata in motoscafi armati che aiutò l’Italia a rialzarsi con il morale dopo la Battaglia di Caporetto. Alla fine D’Annunzio rimase ferito alla tempia e all’occhio sinistro, da cui diventò completamente cieco. Creò anche il termine della “Vittoria Mutilata”, in quanto l’Italia, in base agli accordi stabiliti con i paesi alleati, non ottenne mai le terre promesse. A quell’epoca il Governo era guidato da Giovanni Giolitti,  l’Italia era nel Biennio Rosso e continuavano ad esserci scioperi, rivolte, manifestazioni. I pianti degli Italiani furono ascoltati soltanto da Gabriele d’Annunzio. Appena fu informato di come gli Italiani avrebbero voluto ottenere come minimo Fiume, organizzò subito tutta l’impresa senza esitare un minimo anche se febbricitante a cui si aggiunsero degli ex combattenti della Prima Guerra Mondiale. Partirono da Ronchi di notte e arrivarono a Fiume il 12 settembre 1919 a mezzogiorno. Una volta arrivati davanti alle porte della città, lo aspettava il generale Emanuele Vittorio Pittaluga che cercava di evitare l’occupazione di Fiume. Il Comandante, così sarà poi chiamato D’Annunzio dopo l’Impresa di Fiume, non si fece piegare e difese le sue intenzioni spiegando di come stesse facendo tutto per la sua patria. Sfidò il generale e gli disse di sparargli sul petto coperto dalle medaglie se ne avesse avuto il coraggio e batté due volte violentemente sul suo petto. Pittaluga non ne ebbe il coraggio e mise via l’arma. Il Comandante, quindi, gli si avvicinò e lo abbracciò. Nemmeno i Croati opposero resistenza all’Entrata Santa e gli Italiani gioirono appena videro il Vate e tutti i Legionari arrivare. D’Annunzio fu un ottimo Comandante e gestì le tensioni a Fiume nel migliore dei modi. Diede a tutti quanti gli stessi diritti, senza badare alla nazionalità, al sesso, alla religione e alla politica dei cittadini. Le donne votavano, divorziavano e partecipavano alla vita militare; tutti quanti andavano a scuola; non ci furono restrizioni per il commercio; il nudismo non era condannato e così nemmeno l’omosessualità. Lo Stato Indipendente fu lo Stato più progressivo di quell’epoca e D’Annunzio era chiaramente avanti con la sua mentalità. Giolitti continuava a minacciare D’Annunzio e a obbligarlo di andarsene, ma il Comandante non gli diede mai ascolto. Il 25 dicembre 1920 Fiume fu bombardata dalla Marina Militare per ordine di Giolitti e venne buttato giù anche il quartier generale. D’Annunzio fu costretto a evacuare. Ci furono diversi morti e feriti e il Vate partecipò a tutti quanti i funerali, rendendo le sue preghiere davanti alle tombe dei Legionari. Gabriele si ritirò poi al Vittoriale degli Italiani e capì subito che quella sarebbe stata la sua ultima residenza. Gli anni passavano e il suo umore peggiorava sempre di più. Intanto Mussolini era salito al potere e anche lui non amava tanto il D’Annunzio. Il Duce diceva di lui che era come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro. Mussolini scelse la seconda. Allo stesso tempo, anche Hitler aveva preso il potere in Germania e voleva in tutti i modi creare un’alleanza con l’Italia fascista. Il Vate capì subito che Hitler non fosse una persona buona e lo definì come “un pagliaccio feroce” oppure “un ridicolo nibelungo truccato alla Charlot”. Mussolini sapeva del potere del D’Annunzio e che avrebbe potuto torcergli l’Italia contro, quindi continuava a finanziare il suo Vittoriale. Il Comandante però non rimaneva in silenzio e fece diversi discorsi contro il regime fascista.
1 marzo 1938: erano le 20.05 e Gabriele se ne stava seduto a scrivere alla sua scrivania. Ad un certo punto appoggiò la testa sulla superficie e iniziò a respirare affannosamente fino a smettere di respirare del tutto. Morì a causa di un’emorragia cerebrale. C’è chi sostiene che fosse stata la cocaina che assumeva a ucciderlo; oppure una sua infermiera tedesca che gli diede del veleno al posto dei farmaci; c’è chi invece sostiene che questa morte sia un suicidio, in quanto assunse del veleno appositamente. Quello però non fu il suo primo tentativo, infatti anche il suo arruolarsi in guerra era un modo per morire, quantomeno in modo glorioso, combattendo per la patria, oppure “Il Volo dell’arcangelo”, quando cadde una finestra del Vittoriale.
Al suo funerale parteciparono parecchie persone e chiaramente anche il Duce. Anche il suo primo figlio, Mario, si presentò, ma soltanto per ottenere qualche dono vista la morte del padre.
Gabriele fu una persona dall’animo buono e ebbe sempre la mania di aiutare chiunque anche se avrebbe dovuto rischiare la sua stessa vita. Dopo il Volo dell’arcangelo, D’Annunzio finì per essere ricoverato a letto e Mario se ne approfittò per derubarlo. Da quel giorno, Gabriele non lo volle più vedere e scrisse all’architetto e amico Giancarlo Maroni <<Non fate più entrare quel figlio mal nato in casa mia>>. Il Vate non ebbe rapporti tanto positivi con la sua famiglia, ma volle profondamente bene a sua madre Luisa, che difese ogni volta da suo padre, anche se la situazione diventava violenta. Volle anche molto bene a Renata, la sua unica figlia femmina, che gli rimase sempre vicino per accudirlo dopo che fu ricoverato dalla Grande Guerra.
Gabriele D’Annunzio può essere definito ed è uno dei personaggi più importanti per l’Italia, anche se quasi scordato al giorno d’oggi. Spero di aver dato un’idea giusta della persona che fu il nostro Vate. Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma quello spetta a voi di scoprirlo da soli.


Auguri a Gabriele D’Annunzio, il Vate d’Italia!

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