Mafia cancro della società

“Non credo che lo Stato italiano abbia veramente intenzione di combattere la mafia” “Tace sui potenti?” “Più prolifico sui malacarne, su quelli che stanno vincendo e sugli scappati”

Che cosa è la mafia? Il termine mafia deriva dal dialetto siciliano, presente anche negli altri dialetti meridionali nella variante “maffia”, nella forma di “baldanza spocchia” poi degenerato in quello attuale “mafia”. Essa è un fenomeno con cui si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato. Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione. La mafia, detta anche Onorata società, da cui la definizione di “uomini d’onore” per i suoi membri, viene normalmente associata alla Sicilia, dove ha assunto il nome di Cosa nostra. Ciò avviene per motivi storici, poiché in tale regione c’è stata una presenza di questo contro-potere fin dal 19° secolo. Ma negli ultimi decenni la criminalità organizzata, che si rifà a comportamenti e regole interne di tipo mafioso, si è estesa ad altre realtà locali, con denominazioni diverse: “Camorra” in Campania, “’Ndrangheta” in Calabria, “Sacra corona unita” in Puglia; oppure raccoglie gruppi di persone che agiscono in più contesti territoriali ma sempre con gli stessi canoni, contraddistinti dalla nazionalità di chi ne fa parte: da qui le definizioni di mafia russa, mafia cinese, mafia albanese e così via.
Dal 1982 l’associazione mafiosa rappresenta un reato specifico del Codice penale: viene cioè punito il sistema di regole che costituisce il contro-potere mafioso, indipendentemente dalle realtà locali in cui si manifesta, dalle persone che lo rappresentano e dai singoli reati commessi dal gruppo criminale (per esempio: omicidi, traffico di droga, corruzione). Venti anni prima dell’introduzione di questo reato, nel 1962, la Camera e il Senato per occuparsi del fenomeno avevano istituito una commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia che da allora è stata ricostituita a ogni legislatura.

Fatta questa piccola introduzione la domanda che sorge spontanea è: “A quanta gente, compresi i politici, interessa seriamente combattere la mafia? È nell’interesse del popolo combatterla? Soprattutto in quello delle persone meridionali che la vivono in prima persona sin dalla nascita? E lo Stato perché tace? Chi lotta contro la mafia? Nelle attività di contrasto alla criminalità, il ministero dell’Interno adotta strategie di ricerca e cattura dei latitanti più pericolosi e di gestione dei collaboratori di giustizia. L’elenco dei latitanti viene costantemente aggiornato e condiviso con gli uffici di polizia di tutto il mondo. Molti uomini e donne hanno lottato contro la mafia fino a sacrificare la propria vita. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano due magistrati siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia fino a che poi quest’ultima non li ha uccisi come ha fatto con tante altre persone, che lavoravano contro di essa. Sono tantissimi, infatti, i nomi di coloro che hanno dedicato la loro vita proprio nel tentativo di cancellare la mafia dal nostro paese e dalla politica.

Era il 1969. L’Italia era distratta da scontri e contestazioni. Un paese in pieno subbuglio ignaro, inconsapevole del fatto che stava per incominciare una guerra senza precedenti. Una guerra che non si è fermata nemmeno dinnanzi a bambini innocenti, uomini giusti, nemmeno al santissimo crocifisso, infierendo contro uomini indifesi: stava cominciando la guerra della mafia e la strategia del terrore. Negli anni a venire morì la speranza dei meridionali onesti che ad un certo punto si erano resi conto di vivere e lavorare in una terra a lutto, segnata da omicidi, attentati, barbarie mafiose. Il cielo sotto cui abitavano era nero. Una terra in cui nemmeno i bambini hanno avuto pace e serenità, perché avevano peccato di essere nati nelle famiglie sbagliate. Un nome, un uomo spiccava e si illudeva di speranza per salvare la sua terra: Giovanni Falcone aiutato dal suo amico Paolo Borsellino e tanti altri che nel corso degli anni però, forse per paura di diventare l’ennesimo nome in una lista di morti, si allontanarono. Il tacco dell’Italia dove vagano o hanno vagato vedove di mariti onesti senza pace il cui terreno è macchiato dal sangue fatto versare dai sicari mafiosi. Uno Stato assente e un popolo che non ne vuole sapere niente di cambiare, di salvarsi. Perché questo accade? Perché da dopo la morte di Falcone e Borsellino nessuno più si è impegnato nella lotta contro la mafia, che ancora oggi vaga come un fantasma nella nostra società?
Ancora esiste il traffico di umani, di armi, di droga, il contrabbando e chi più ne ha ne metta e lo Stato tace. Lo Stato si impegna a battibeccare su sciocchezze e non si impegna nelle cose importanti. Non salva quel tacco italiano, non parla delle morti per mano della mafia, non punisce i malacarne e non salva gli onesti.
Calogero Zucchetto, Piersanti Mattarella, la strage di viale Lazio, Cesare Terranova, Lenin Mancuso, Boris Giuliano, Libero Grassi, Giuseppe Insalaco, Sebastiano Bosio, Mauro De Mauro, e altre centinaia di morti tra cui Borsellino, Falcone e la sua amata moglie. Tutti nomi incisi su una lapide perché non si sono piegati al potere della mafia. La lista della vergogna italiana che colpisce in primo luogo uno Stato, che ha dedicato un aeroporto a un uomo che la mafia invece l’ha finanziata.
Sappiate che quando andate in vacanza al sud, o chi vive là e porta semplicemente a spasso il cane sta vagando per angoli maledetti di un camposanto, segnato da chiazze rosse a memoria di una guerra che non è finita e che ha puntellato l’infanzia di almeno quattro generazioni meridionali. I ragazzi che sono cresciuti e continuano a crescere lì guardano dritto in faccia la violenza, taluni respingendola, altri accarezzandola e facendone un motivo di impegno, altri si abituano, altri si adattano all’orrore della malavita. Un popolo e uno Stato che non è mai stato capace, neanche di fronte alle denunce di persone del tenore di Falcone e Borsellino, di vedere le lapidi e lo stillicidio di una catena di morte abbattutasi su innocenti o chi ha opposto resistenza ai malacarne.

Resistete, ricordate quelle vittime del cancro della società, ovvero la mafia, nel quale ancora oggi inconsapevoli ci muoviamo inseguiti dal terrore e dai veleni che hanno fatto stragi di innocenti. Non dobbiamo avere paura di denunciare il traffico di persone, la prostituzione illegale, spesso di minorenni, il traffico di armi, che vengono acquistate senza un porto d’armi e spesso da quindicenni.

Come disse Falcone: “si muore perché non si dispone delle alleanze necessarie, perché si è privi di sostegno…”. La mafia ha colpito i servitori dello Stato che quest’ultimo non è riuscito a proteggere. Lo Stato è stato ed è tutt’oggi colpevole e, dopo aver dedicato un aeroporto a un servitore della mafia, lo è ancora di più. Non possiamo stancarci di indicare la strada giusta a chi purtroppo è nato nel posto sbagliato. Non possiamo negarli una speranza, non dobbiamo più stare con le mani in mano. Non è rispettoso nei confronti di chi ha pagato con la propria vita perché ha lottato per salvare una bellissima terra dal cancro della società.

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