Il Natale è sicuramente una delle feste più conosciute e sentite in tutto il mondo, che coinvolge milioni di famiglie. Questa festa dona l’occasione di riunirsi con i propri cari e di condividere con loro una giornata felice e spensierata, attraverso un pranzo enorme e ricco e uno scambio di regali per dimostrare il proprio affetto.
Ma è sempre stato così nella storia dell’Europa? E cosa significa adesso questa festa per noi?
Per scoprirlo, bisogna fare un passo indietro di centinaia di migliaia di anni per trovare la sua origine.
Le popolazioni preistoriche si nutrivano principalmente attraverso l’agricoltura e la caccia. Si erano resi conto che la luce favoriva la maturazione delle piante coltivate nei campi ed era necessaria per cacciare gli animali. Il sole era essenziale per la loro sopravvivenza. Si accorsero però che stava sempre per meno tempo in cielo. Quindi, il clima si faceva più freddo, diventava più difficile coltivare e cacciare e dovevano passare tanto tempo riparati nelle loro tende o nelle grotte perché c’era troppa oscurità nel mondo: la vita diventava più difficile. E questo lo chiamarono Inverno. Così, istituirono una festa nel giorno in cui c’erano meno ore di luce: la sfera di fuoco rinasceva dalle montagne e prometteva agli uomini che sarebbero tornate le giornate lunghe in cui la vita era più semplice e tranquilla, che sarebbe tornata l’Estate. Questo giorno era il Solstizio d’Inverno.
Questa sorta di culto verso il sole visto come una divinità è rimasto anche nelle civiltà successive ed ha acquistato vari significati: il bene, la verità, la giustizia e ideali simili. Varie religioni istituirono feste in suo onore tra il 21 e il 23 di dicembre, dato che in questi giorni cadeva il Solstizio d’inverno, secondo studi astrologici. Anche il popolo romano lo venerava attraverso la figura del dio Apollo, anche dio delle arti mediche, della scienza e dell’intelletto.
Con la nascita dell’Impero, con questa figura divina si decise di identificare l’imperatore stesso, come se fosse un dio sceso in terra che avrebbe dato grandezza e gloria allo stato. Ma non tutti erano d’accordo: la vastità dell’Impero Romano racchiudeva al suo interno tanti popoli di differente cultura e religione, i quali ponevano altre figure – il dio Helios per i Greci, El-Gabal per i Siri, Mitra per i Persiani – al posto dell’imperatore. Perciò, si decise di istituire una festa che potesse unire tutte le etnie per rendere più efficiente la gestione dei territori conquistati. Il 25 dicembre del 274 diventò il Dies Natalis Soli Invicti per celebrare il Sol Invictus, divinità che accorpava caratteristiche comuni tra i vari culti esistenti e, inoltre, anche la festività più importante dell’anno per i romani, dato che era al culmine delle Saturnalia, il ciclo di celebrazioni, dal 17 al 23 dicembre, più antico a Roma, dedicato al dio dell’agricoltura e della semina, Saturno, e all’età dell’oro. La festa ottenne da subito un grandissimo successo in tutte le regioni imperiali.
Nel frattempo, una religione, diversa dalla maggioranza di quelle politeiste, si stava diffondendo fra i ceti inferiori dell’Impero: il Cristianesimo. I primi cristiani avevano un cospicuo elenco di festività e una di queste era la Natività di Gesù Cristo, chiamata spesso il Natale, in cui si celebrava la sua venuta al mondo. L’effettiva data di nascita di Gesù era – ed è – ignota, poiché non è riportata all’interno dei Vangeli e molti discutevano su quale potesse essere. Due tesi furono quelle più sostenute: la prima affermava che era il 6 di gennaio, in coincidenza con il Suo battesimo, e quindi, con la sua nascita come Figlio di Dio; la seconda, invece, sosteneva il 25 di dicembre, per far coincidere la Natività di Gesù con il Dies Natalis Soli Invicti, perché nel Libro di Malachia nell’Antico Testamento veniva profetizzata la venuta del Messia, indicato come “Nuovo Sole di Giustizia”. Quest’ultima tesi è prevalsa sull’altra, anche se le varie comunità erano abbastanza isolate e di conseguenza non celebravano tutte le stesse feste; in particolare il Natale era stranamente una delle meno celebrate.
Successivamente, con l’Editto di Costantino del 313, il cristianesimo venne tollerato dall’Impero e la data del 25 dicembre venne ufficializzata per tutte le comunità diffuse nel mondo. Il Natale acquistò così una fama sempre maggiore, in particolare dopo l’editto di Tessalonica del 380, che metteva al bando qualsiasi religione pagana, tanto che diventò la seconda più importante, seguita dalla Pasqua. La Natività di Gesù significa così tanto per i cristiani, perché Dio, attraverso la nascita del Figlio, Gesù, si è reso uomo per dimostrare agli uomini che è presente nel mondo e tra di loro, per poter donare il Suo amore.
Per i successivi due millenni, il Natale è stato sempre sentito e celebrato, grazie all’influenza mondiale della religione cristiana cattolica. Nonostante ciò, la festività religiosa presentava alcune leggere differenze nei vari territori. I popoli germanici convertiti del 500 importarono dai loro precedenti culti pagani il vischio e l’Albero di Natale, quest’ultimo uno dei simboli più iconici del Natale moderno, insieme al Presepe, realizzato per la prima volta da San Francesco di Assisi nel 1223 con la funzione di rievocare la Natività ed inizialmente utilizzato solo dai cristiani italiani.
A metà dell’Ottocento, però, si iniziava ad assistere, ad un processo di secolarizzazione della festa, ossia la trasformazione dalla celebrazione religiosa ad una festa laica, separata parzialmente o totalmente dal cristianesimo. L’inizio di questo processo si può far coincidere con la pubblicazione di un racconto: il Canto di Natale di Charles Dickens del 1843, la novella natalizia per eccellenza e quella che ha inventato il Natale per come lo concepiamo oggi. Lo “Spirito del Natale Presente”, uno dei personaggi del libro, ha ispirato la creazione di Babbo Natale. Questa figura è uno dei personaggi più iconici della festività odierna, il quale deriva anche dal personaggio di San Nicola di Bari, santo protettore dei bambini. Attraverso di lui, è stato portato avanti nell’immaginario collettivo la tradizione dello scambio dei doni. Inoltre, Dickens introduce per la prima volta, il tradizionale pranzo di Natale e l’idea di passare la festività in famiglia. Non a caso l’autore è stato definito da molti come “l’uomo che inventò il Natale”.
Infine, dalla seconda metà del Novecento, il Natale è anche stato progressivamente commercializzato. Basti pensare all’utilizzo della figura di Babbo Natale in tantissime pubblicità e in film a tema natalizio per il cinema o per la televisione, volti ad attirare il pubblico dei bambini e delle famiglie, o alla stagione di elevati sconti da parte di grandi catene di negozi e di centri commerciali, che trovano ogni anno milioni di consumatori in cerca dei regali. Nonostante questo, la festività non è stata privata del suo significato principale, ottenuto attraverso la sua lunga storia: l’importanza di vivere felicemente una giornata insieme alle persone a cui teniamo di più.
Credo che il Natale ci voglia dire anche altro, che dalle radici delle sue origini continua a vivere nella festa odierna. È strano che una delle celebrazioni più importanti dell’anno non sia in primavera o in estate, nel periodo dove tutto fiorisce, invece è in inverno, nel periodo più freddo e più buio. In realtà sta qui la vera grandezza della festa, perché ci insegna che anche quando tutto è difficile, quando l’oscurità offusca la vista, abbiamo bisogno che ci sia una luce che alla fine ci farà stare di nuovo bene. Il Natale ci dona la speranza, che non è una banale forma di ottimismo, riassumibile nell’idea che bisogna aspettare il futuro perché sarà il bene, ma è la volontà di cambiare le cose, di migliorarsi, di mettersi in gioco, di “essere più buoni”, nella consapevolezza che l’impegno ci condurrà verso la luce.
