Martedì 3 dicembre è la giornata internazionale delle persone con disabilità, proclamata nel 1981 dall’ONU con il fine di promuovere i diritti e il benessere di queste persone. Dopo anni di lavoro nel 2006 le Nazioni Unite adottarono la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, che promosse ancora di più i principi di uguaglianza e la necessità di garantire la piena ed effettiva partecipazione delle persone diversamente abili in ambito politico, sociale, economico e culturale.
Oltre alle organizzazioni internazionali, anche l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ha adottato il principio di aiutare tutti, affinché nessuno rimanga indietro, comprese persone diversamente abili. In particolar modo questo programma punta a rafforzare i servizi sanitari nazionali e a migliorare tutte quelle strutture che possano garantire un accesso totale all’intera categoria affetta da disabilità. Oltremodo è importante la sensibilizzazione dell’argomento e dell’opinione pubblica per favorire l’integrazione di tali soggetti, permettendo un processo repentino verso uno sviluppo inclusivo e ragionevole tale da creare una società migliore, che garantisca il più possibile l’eliminazione delle disparità di genere e l’inclusione sociale, politica ed economica di tutti i cittadini.
Questa giornata deve ricordarci quanto sia importante la valorizzazione di ogni individuo e dei suoi diritti, cercando di abbattere le barriere che li limitano.
Tutti noi possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo per aiutare queste persone affinché la società sia maggiormente aperta e unita anche su questo specifico argomento.
Ogni anno tra febbraio e marzo si svolge un concorso “Liberi tutti” che cerca di promuovere e far riflettere i giovani su questo tema. La frase-fondamento che quest’anno doveva aiutare a creare riflessioni, opinioni o proprie idee sul concetto della disabilità era:
“Gentilezza, rispetto, vicinanza, per scoprire i “talenti” nella disabilità”.
Dietro la proposta del mio professore di italiano e latino, ho deciso di partecipare a questo concorso e scrivere un racconto in forma breve, che ha arricchito la mia conoscenza e mi ha fatto esplorare a fondo quest’argomento.
Il testo parla di come le disabilità possono diventare dei veri e propri punti di forza nella vita di queste persone e che, diversamente da come si crede, non siano sempre degli ostacoli insuperabili:
“Ho sempre sognato di essere “normale”.
All’età di cinque anni mi sono ritrovata a essere oggetto di battute e risate, poiché il pallido velo che copre i miei occhi mi rendeva a detta degli altri bambini “posseduta” o un “mostro”.
All’età di dodici anni sono stata spinta per le scale a scuola dai miei compagni di classe; cadendo mi sono rotta un braccio, ma ai miei dissi che ero inciampata sulle stringhe slacciate.
All’età di quindici anni mi sono innamorata di un ragazzo che con il suo tono di voce mi calmava e mi faceva sentire apprezzata; lo stesso che con poche parole si è approfittato di me, distruggendo quella melodia precedentemente creatasi.
Mi sono domandata spesso il “perché” di tutto ciò.
Perché non posso essere semplicemente come qualsiasi altra persona al mondo?
La mia cecità ha sempre reso la mia vita difficile e i miei obiettivi irraggiungibili rispetto agli altri ragazzi della mia età. Mi ha fatta sentire “ingiusta”, senza un’identità e una meta precisa, ha prosciugato tutti i miei sogni e desideri, facendomi sentire inutile. I miei familiari mi hanno sempre fatta sentire accettata e amata, ma arriva un momento nella propria vita in cui ti sembra che quell’amore non basti più, ed è ciò che è capitato a me. Voglio parlarvi del picco del mio crollo mentale con una piccola storia che mia nonna mi raccontò quando ero più piccola.
C’era una ragazza che per molto tempo aveva creduto di essere amata per ciò che era, ma non si era mai voluta bene in realtà; solo successivamente si era resa conto di quanto fosse sbagliato tutto ciò, poiché l’aveva portata a nascondersi, guardando il mondo in bianco e nero, allontanandosi sempre di più dal capire effettivamente chi era e cosa voleva.
Un giorno, però, inaspettatamente, arrivò un’anima gentile e pura, che aveva compreso chi lei fosse, donandole amore, ma non quell’amore che si concede solo a momenti, un amore incondizionato. La dolcezza di quell’anima dimostrò alla ragazza quanta luce ognuno ha dentro di sé e come tante volte involontariamente siamo noi a non volerla far splendere. Da quel giorno la ragazza comprese che, fino a quando non era disposta ad accettare la propria essenza in modo autonomo o grazie all’aiuto di qualcun’altro, non avrebbe potuto esistere veramente e capire chi fosse, né quale fosse il proprio talento e cosa volesse fare nella propria vita. Ciò che mia nonna voleva dirmi era: – “Tu non sei ciò che gli altri vedono o provano per te, sei quello che decidi di essere per il tuo bene”-.
Ci sono stati molti momenti in cui mi sono sentita sola e abbandonata da tutto e tutti, momenti nei quali ho avuto persone accanto a me che, invece di colorare le mie giornate, le rendevano solo grigie e senza sfumature, momenti in cui ho smesso di vivere completamente solo perché ero e sono “diversa”. Avrei tanto voluto la vicinanza di quelle compagne di classe che ormai consideravo mie amiche e a cui mi ero affezionata, di quel ragazzo che mi ha usata, tanto come diceva lui “lei è cieca… cosa vuoi che capisca” o di quell’amica che, nonostante fossimo cresciute insieme, non ci ha pensato due volte a girarmi le spalle. Il bullismo che ho subito a causa della mia disabilità mi ha fatto sentire ancora più in prigione di quanto già non mi ci sentissi, non vedendo ciò che mi circondava. Incolpavo continuamente la mia cecità ma sorridevo, cercando di andare avanti. Purtroppo, però, la verità è che, tornata a casa a fine giornata, mi chiudevo nella mia cameretta, versando lacrime su lacrime che speravo calmassero per lo meno il mio senso di solitudine, che però continuava a permanere dentro di me.
Rispetto non ne ho mai ricevuto se non dai miei genitori o dai miei nonni. Mentre dall’altra parte c’erano gli insulti, le battute, le provocazioni, le minacce, i colpi, i calci e continuavo a chiedermi ogni giorno per settimane, mesi e anni: “perché a me?”.
Nel frattempo cercavo di andare avanti e portavo avanti l’unica passione che avevo: suonare. Mi innamorai follemente dell’armonia che più note potevano formare insieme, trasmettendomi leggerezza, quella che non mi era mai appartenuta.
Imparai a suonare il violino all’età di cinque anni da autodidatta e i miei dicevano che ero molto brava, un talento della natura nella musica, ma non ci ho mai creduto e perciò ho continuato a tenere nascosta questa mia passione, perché avevo paura del giudizio degli altri e di essere considerata incapace solo per la mia disabilità.
Un giorno, però, avvenne il picco del mio crollo mentale. Ero in biblioteca a scuola e stavo veramente male; mi era stata fatta una battuta ridicola e superficiale; nonostante ciò, iniziai a credere che fossi io l’errore e che scomparendo forse tutto si sarebbe risolto. Prima di fare quella mossa così azzardata a cui non avevo mai pensato prima di allora, decisi per un’ultima volta di afferrare l’unica fonte di tranquillità che allietava la mia mente, il mio corpo e la mia anima e iniziai a suonare senza preoccuparmi di dove fossi, seguendo solamente ciò che il mio cuore voleva in quell’istante.
Suonai, feci danzare la mia anima con la canzone, in un primo momento cercai di liberarmi da tutti quei pensieri oppressivi riguardanti la mia disabilità, ma, non riuscendoci, decisi di scandire ogni singola nota nella mia mente e nel mio cuore.
Quel giorno le corde del mio violino entrarono in sintonia con quelle del mio cuore… e non solo. Durante la melodia avvenne la cosa più inaspettata della mia vita fino ad allora. Una dolce voce si mise a cantare e l’armonia che fino a pochi secondi prima ero certa derivasse solo dal mio violino si espanse in me, facendomi sentire protetta e viva. Questa fu la prima volta in tutta la mia vita in cui mi sentii “amata”. Quell’armonia che si era andata a creare sembrò curare tutto l’odio che avevo ricevuto nella mia vita e mi fece realizzare finalmente chi ero. Mia nonna era colei che cantava dentro di me, colei che mi aveva fatto comprendere che non devo sognare di essere “normale”, ma essere solo me stessa. Ho trascorso la mia intera esistenza a basarmi sul giudizio altrui e non sull’amore che ricevevo dalle persone che avevo vicino e sulla possibilità che avevo di brillare grazie al mio talento. La mia disabilità è stata la rivelazione più grande della mia vita, poiché mi ha fatto capire che anche chi non vede può comunque scorgere la bontà del prossimo, perché il rispetto, la gentilezza, l’altruismo possono essere trasmesse se si è soggetti di amore e si vuole donarlo.
A un tratto ho capito di non star più sognando, ma di star vivendo.
La luce mi ha investita e ho compreso che la mia disabilità non era il mio mostro, ma era il mio più grande talento, che mi aveva portato a scoprire il mio amore per la musica e aveva fatto di essa la via per trovare chi ero veramente.”
A oggi nel nostro Paese, secondo l’Istat, le persone con disabilità sono 3,1 milioni, pari al 5,2% della popolazione, e parte di esse subiscono e vivono situazioni di violenza e difficoltà ogni giorno. Il ruolo che ognuno di noi ha è immenso e tante persone ancora non si rendono conto di quanto un semplice gesto o azione possano essere fondamentali per il rispetto, l’aiuto e la valorizzazione di queste persone.
Il tema della disabilità è un qualcosa che tocca ogni singolo essere umano ogni giorno e per tanti, fino a quando questo tema non si introduce nella propria vita non riescono a vedere con occhi diversi queste persone, continuando a tralasciare una parte profonda e grande della nostra umanità.
