Non dire pace.

Un esercizio a cui sono stata sottoposta più volte durante la mia infanzia e durante i primi anni di scuola, consisteva nel rispondere ad una domanda:“Qual è il tuo desiderio?”

Lo dovevamo scrivere su un foglio che poi sarebbe stato circondato da tanti altri foglietti colorati contenenti i desideri degli altri bambini. 

Confesso che ad oggi non mi ricordo che cosa avessi scritto, ma ricordo perfettamente cosa non c’era.

 “Desidero la pace nel mondo”.

Questa era la frase che la maggior parte dei miei amichetti mettevano per iscritto.

Mi è sempre sembrata una cosa stupida, perché era ovvio, tutti desiderano la pace. 

Che senso ha annotarlo, sprecare un desiderio, un foglietto colorato per qualcosa di così banale ed universale?

Invece, adesso, mi accorgo che ne serviva uno in più di quei foglietti. 

Non avevo ancora realizzato che dall’altra parte del mondo, o anche molto più vicino, un bambino qualunque, in quello stesso momento, non aveva un foglietto colorato in mano, ma un’arma, che mentre io pronunciavo, sentivo e avevo la libertà di essere annoiata dalla parola pace; lui pronunciava, sentiva e sottostava alla parola guerra. 

Mai avrei potuto immaginare che la parola pace potesse sconvolgere e inorridire più della parola guerra. Mai avrei pensato di avere bisogno di urlare “Voglio la pace”. 

Pace: la situazione contraria allo stato di guerra, garantita dal rispetto dell’idea di interdipendenza nei rapporti internazionali, e caratterizzata, all’interno di uno stesso stato, dal normale e fruttuoso svolgimento della vita politica, economica, sociale e culturale.

 Quindi, la pace è subordinata alla guerra o può esistere autonomamente?

La prima risposta che mi sono data, quella più istintiva, è stata “sì, la pace può esistere senza la guerra”.

Eppure anche io nel mio piccolo mi rendo conto che due parti si andranno sempre a scontrare, a creare un tumulto, a generare un cambiamento. 

Gli scontri ci sono e l’unico modo per risolverli è mediante l’incontro tra le due parti coinvolte…con una sorta di mediazione. 

Per me la guerra è scontro, ma la pace è incontro, discussione.

La pace non inizia quando si conclude lo scontro, ma quando si abbassano le armi e si ascolta l’altro; ma abbattere i muri è la cosa più spaventosa che possa succedere, perché guardare l’altro implica uno sguardo introspettivo.

Ammettere le proprie colpe e perdonare quelle altrui significa abbandonare il piacere di essere vincitore, ma per molti, proprio questo , è la sconfitta peggiore. 

Bisogna farsi crollare la terra sotto i piedi per raggiungere la pace e la felicità. 

Chi è il nemico? 

È una persona alla quale attribuiamo il significato di odio. Il nemico è una nostra invenzione. 

È un’entità che percepiamo come pericolosa. 

Il primo passo per arrivare alla pace, infatti, è la destrutturazione del nemico. 

Perché creiamo un nemico? 

L’esistenza o l’esistenza percepita di un nemico collettivo aumenta la coesione del gruppo. 

Il nemico, quindi, è lo strumento grazie al quale raggiungiamo i nostri obiettivi, perché è faticoso tenere conto e prendersi cura dell’altro.  

Incolpare l’altro ci fa illudere di vincere, di raggiungere l’obiettivo prefissato, e non dico che non è così, alla meta in questo modo ci si arriva più facilmente. 

Ma a che costo? 

Che senso ha? 

Come posso definirmi vincitore se metto in ginocchio un popolo dimezzato, piegato dalla fame?

Che gloria è?

La guerra è un fenomeno sociale, è  l’evoluzione estrema del conflitto; è l’uscita di emergenza, è, paradossalmente, la via più comoda. 

Alla fine, la guerra non si combatte per risolvere il conflitto, per la pace. 

La guerra si combatte per il gusto di farlo, è un banalissimo gesto di egoismo, perché non esiste bomba pacifista.

La sconfitta avviene quando si intraprende la guerra, non quando si conclude. Questo è quello che succede quando il conflitto si evolve in una guerra. 

Un altro fenomeno a cui abbiamo potuto assistere, consiste nel fingere che  il conflitto non esista. 

Nazım Hikmet, poeta turco, scrisse:

“Mi sembra una vergogna vivere con uno che agonizza al mio fianco“. 

Ma è una vergogna ancora peggiore renderlo invisibile, passarci sopra.

Negli ultimi mesi le persone (prima i diretti interessati, poi personaggi noti in diretta televisiva e, infine, il popolo in piazza) hanno fatto sentire la propria voce per la pace; ma sono stati contestati perché la TV non è il posto giusto per parlare di pace ( e neanche le piazze) Sono stati ignorati, poi zittiti e, infine, picchiati a sangue.

In Italia se sei uno studente e scendi in piazza non puoi dire la parola pace, o meglio puoi farlo, ma non aspettarti di tornare a casa sano e salvo. Perché in Italia se sei studente e manifesti in piazza per la pace, devi avere paura, devi essere intimorito da coloro che ti proteggono, perché “stai togliendo il supporto delle forze armate ed è pericoloso”. 

In Italia puoi dire la parola pace, in Italia, c’è la libertà di stampa e di parola, ma se sei un cantante non puoi parlare di politica, non puoi farlo sul palco perché devi rispettare il ruolo che hai, in Italia c’è la libertà di manifestare pacificamente, lo puoi fare, ma potresti essere identificato come il prossimo nemico.

 Puoi fare tutto ciò, ma c’è sempre un prezzo da pagare. 

Quindi, non dire pace o scatenerai una guerra.

Io ho un privilegio: ho i mezzi adatti  per alimentare e diffondere la pace.

Probabilmente non sono in grado di descrivere ed esprimere pienamente il significato di guerra, perciò userò le parole del poeta sopracitato che ha vissuto la guerra ,confidando ogni giorno nella pace: questo è il suo foglietto colorato.

La notte

Una cotonata a quadretti blu copre il tavolo

e sopra, senza menzogne, sorridenti, arditi

stanno i nostri libri.

Sono un prigioniero, madre mia,

che ritorna al paese

da una fortezza nemica.

È l’una di notte

la lampada è ancora accesa.

Al mio fianco è coricata mia moglie

mia moglie

incinta di cinque mesi.

Quando la mia carne tocca la sua

quando le poso la mano sul ventre

il bimbo si muove un poco.

Sul ramo la foglia

nell’acqua il pesce

nella matrice il piccolo dell’uomo. Mio piccolo.

La camiciola di lana rosa

per il mio bambino

l’ha sferruzata sua madre

è grande come la mia mano

con le maniche appena così.

Mio piccolo.

Se sarà femmina

voglio che sia sua madre dalla testa ai piedi,

s’è maschio, che sia della mia statura.

S’è femmina, che abbia gli occhi verde dorato

s’è maschio, azzurri.

Mio piccolo.

Non voglio che a vent’anni t’ammazzino

se sei maschio, al fronte

se sei femmina, dentro qualche rifugio, di notte.

Mio piccolo.

Femmina o maschio

a qualsiasi età

non voglio che tu conosca il carcere

per essere stato dalla parte del giusto

del bello, della pace.

Ma so bene

figlia mia

o figlio mio

che se il sole tarderà molto a sorgere

dalle acque

dovrai combattere e anche…

Insomma oggi, da noi, è un ben duro mestiere

essere padre.

È l’una di notte.

La lampada non l’abbiamo ancora spenta.

Tra mezz’ora forse, forse verso il mattino

la mia casa conoscerà

ancora un’altra irruzione della polizia

e mi porteranno via, prenderò con me qualche libro.

I questurini della politica

mi prenderanno in mezzo

e io mi volterò indietro a guardare:

mia moglie sarà sulla soglia

davanti alla porta

il vento del mattino

gonfierà la sua gonna

e nel suo ventre pesante

il bambino si muoverà un poco.

Lascia un commento