Il mondo è perfetto

Viviamo per morire. Infatti ogni nostro sforzo come organismo intelligente coordina ogni singolo movimento per raggiungere lo stato finale delle cose. Ogni secondo che passa ci avvicina alla fine, quando sia infausta e quando felice: la fine esiste ed è il fondamento della perfezione, potremmo dire che la fine è la perfezione stessa e ciò non sarebbe un azzardo, ma un’accorta descrizione della realtà.

“Mishima – una vita in quattro capitoli” del regista americano Paul Schrader anticipa la mia intuizione di alcuni decenni: il cineasta si serve della storia dello scrittore giapponese, per l’appunto, Mishima, per parlare della fine, della bellezza e del completamento dell’arte come della vita. “Lo scrittore più brillante della letteratura giapponese” alterna quattro fasi di nascita e autodistruzione: parte dalle rovine e anela alla bellezza, la raggiunge e la congela con la distruzione, come una fotografia; Mishima raggiunge il picco della bellezza e la perfeziona, la completa, con la distruzione, poiché da quel picco si può solo peggiorare.

L’uomo individuo non è mai unico tra tanti, ognuno è schiavo del proprio zeitgeist, dunque il gesto di uno è riflesso e specchio di un movimento dell’umanità intera e si abbatte a effetto domino su tutta la società. Se un umano è umano, è umano come lo sono tutti gli altri, e questa nostra condizione di umani ci porta ad avere comportamenti uguali a noi stessi: se uno anela alla perfezione e la raggiunge al momento tra l’autodistruzione la perdita di coscienza, gli umani come unità hanno questa stessa tendenza, e questo accade dall’inizio della storia. Per questo dalla nascita del linguaggio “perfezione”, “completamento” e “fine” vanno sempre a braccetto. Notiamo il susseguirsi meticoloso di catastrofi e fioriture nella storia dell’uomo: prima fase, pace e quiete; seconda fase, malattia (che sia pandemia o guerra), distruzione; terza fase, rovine, gli uomini raccolgono i cocci infranti lasciati dalla fase di malattia e inaugurano una fase di pace e quiete, come una fioritura, una nuova genesi. Recentemente la fase delle rovine e poi quella di pace si sono sovrapposte hanno sovrastato una fase di malattia giunta in anticipo rispetto al previsto (se da una parte è vero che il covid-19 è stato debellato in modo sbrigativo ed efficace, lo stesso non si può dire delle guerre, che sono però decisamente meno catastrofiche di una terza guerra mondiale). I morbi che prima decimavano la popolazione, riducendo drasticamente il numero delle persone sulla terra, vengono debellati in modo relativamente facile: su questa terra siamo troppi, il rito di ciclicità è stato rotto, l’unica cosa che uccide l’uomo in considerevole quantità è l’uomo stesso, con inquinamento e, appunto, guerra. Dunque sulla spiaggia di un mare infinito vedo il sole  addormentarsi tra le acque infuocate e mi chiedo: siamo così vicini alla perfezione? Morirò prima io o prima la Terra? E la risposta è tragica e struggente: non sono l’unico convinto che la vita dei ragazzi della mia generazione finirà con quella del pianeta e combattiamo questa consapevolezza, io credo, affogandola in sedativi di iperstimolazione neurologica, annichiliamo la consapevolezza della fine incedente e la rimandiamo all’indeterminato. 

Ma io trovo meravigliosa la fine. Adoro le narrazioni dell’apocalisse. Amo la catarsi e la nuova genesi che la segue. Ma io venero la fine solo in funzione della consapevolezza che al telos segue comunque qualcosa: in Neon Genesis Evangelion all’apocalisse segue un mondo migliore, in Final Fantasy VII il mondo si riappropria di sé stesso, l’uomo finisce, e ciò è bene. Per noi umani la fine individuale è di per sé incomprensibile, è sublime, figuriamoci la morte della propria specie e di un intero pianeta, compresa ogni forma di vita; non possiamo, non vogliamo ragionarla: la perfezione è una realizzazione inumana, una comprensione che contravviene alle leggi della natura, una conoscenza arcana e cosmica, trascendente, di quelle che si leggono nella narrativa lovecraftiana. Ma è paradossalmente l’apoteosi della natura, che trova compimento e perfezione nella conclusione e nel ciclo, un meccanismo che ha scelto dopo migliaia di anni di escludere l’uomo: a pagarne le conseguenze siamo noi giovani, noi che nelle piccole città siamo disinteressati e indifferenti e nelle grandi città studentesche gli sforzi corrispondono a manganellate. I cervi che nel 2020 arrivano in città, i cinghiali per le strade di Roma e gli orsi che sbranano gli intrepidi esploratori sono gli ultimi sprazzi di vita che Gaia, disperata, ci lancia, ma se l’uomo, la creatura più egoista di tutti, non è disposto ad ascoltare gli aneliti degli organismi suoi simili, come può ascoltare i simboli che non sono banconote? Il mondo è perfetto.

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