“Ricorda Aaron Bushnell, lui non è da solo”. Queste sono le parole pronunciate da un gruppo di militari mentre danno fuoco alle loro divise in segno di protesta per la morte di Aaron Bushnell, venticinquenne informatico nell’aeronautica militare degli Stati Uniti, che domenica 25 febbraio 2024 si è dato fuoco davanti all’ ambasciata israeliana a Washington.
Ha deciso di filmarsi e prima di darsi fuoco ha dichiarato: “Sto per commettere un atto estremo di protesta, ma, rispetto a ciò che la popolazione palestinese sta soffrendo per mano dei suoi colonizzatori, non è nulla. Non voglio più essere complice di un genocidio” ed è proprio urlando “Palestina libera” tra le fiamme che è stato soccorso (non prima che un poliziotto abbia avuto il tempo di puntargli la pistola contro), per poi morire poche ore dopo in ospedale.
I media hanno parlato di un gesto non chiaro, di una vicenda che necessita ulteriori indagini e di una tragica morte che, però, non è stata degna di più di qualche misera menzione nei tg o qualche breve articolo sui giornali. Eppure il senso di ciò che ha fatto sta proprio nelle sue parole, che ha gridato fino all’ultimo anche nella morte: “Palestina libera”.
Quello che sta accadendo in Palestina, a Gaza, è un genocidio, supportato e finanziato dai governi occidentali, che dal 7 Ottobre ha causato più di 30.000 morti (di cui un terzo bambini). Ciò che il governo sionista sta facendo è sotto gli occhi di tutti, eppure c’è chi ha ancora il coraggio di negare.
Nel suo testamento Aaron scrive: “Se i palestinesi potessero riavere la loro terra e se gli uomini e le donne della terra fossero aperti a questa possibilità, mi piacerebbe che le mie ceneri fossero disperse in una Palestina libera”.

