Serializzazione, immagine, vendita

Risale ormai al primo dell’anno la notizia: Mickey Mouse e Steamboat Willie (il primo corto in cui appare l’emblema di Disney) sono di pubblico dominio, non più soggetti a restrizioni di copyright. Ecco spuntare numerosissime iterazioni che vedono il topo più famoso del mondo, la cui impronta nasce nell’occidente più radicale e, cingendo tutto il globo, arriva in estremo oriente, nel mondo dell’horror (sono già due i film in cantiere, ovviamente non licenziati dalla Disney) e persino protagonista di un gioco definito “antisemita” e “apologetico del nazismo”, strizzando forse l’occhio alle accuse spesso rivolte all’ideatore di Topolino, Walt Disney. Duro colpo, sembrerebbe, per la compagnia d’intrattenimento statunitense.

Sono gli anni ‘60, nasce la pop art e Andy Warhol è a capo del nuovo movimento artistico, un’onda tsunami che travolge tutto, dove passa fa terra bruciata e prosciuga i portafogli delle pedine del capitalismo, chiamasi media borghesia; la sua firma è ovunque: Velvet Underground, Moma, Magliette. La schiera della serializzazione marcia per le strade di New e intona “Art is business”. E come biasimare il Warhol: il suo era un monito; certamente dietro il bianco sorriso a trentadue denti che stacca dalla giacca nera e la cravatta dell’artista-businessman, non c’era la volontà di creare un impero, quanto più di avvisare della pericolosità di un mondo pubblicizzato, in cui la gente canta jingle, mangia la marca e veste il logo. Il Warhol gioca al gioco del mondo e lo esorcizza esagerandolo, un universo certo lontano dal Basquiat, scapigliato di fine novecento, ma le cui critiche sono se non altro simili.

Come agiscono su di noi i loghi, le marche, le pubblicità, la ricorrenza, la rimodellazione delle immagini, e cosa succede quando una mastodontica potenza commerciale perde il controllo della sua stessa immagine?

Il dubbio è quanto di più moderno si possa trattare e certo quella dell’immagine è una realtà in continuo mutamento, ora sempre più che prima. La ricorrenza seriale ci avvolge ovunque ci giriamo e non c’è modo di scappargli; basta alzare lo sguardo e rare volte non troveremo il nome di una marca riflesso nei nostri occhi, così tanto che nemmeno lo notiamo, lo perdiamo di vista , lo abbandoniamo all’inconscio, e il seme pubblicitario si fa strada nel labirinto cerebrale. Il nome diventa nozione passiva, il logo lo ricreiamo noi stessi individui reimmaginando la natura: ecco tre rombi, Mitsubishi. Siamo così immersi nel mercato che viviamo in funzione di lui, e ciò non è bene: siamo vittime del nostro stesso meccanismo, automa severo e paradossalmente alieno e avverso all’uomo, il costrutto umano che schiavizza il suo creatore, siamo noi stessi ambasciatori del tiranno, con le nostre felpe e magliette firmate, cartelli pubblicitari ambulanti. È chiaro, come ho anticipato nell’introduzione, che quest’entropia nomen-immaginale travolga non solo la marca, ma la figura famosa in sé e per sé: Topolino, Marilyn Monroe. È in questo caso che il fatto si aggrava: la ripetizione seriale svuota di significato e semplifica: colui che è portatore di una massima e di un ideale, di uno o più messaggi, Freud, Mao, Prince, ne viene privati, il volto complesso e strutturato si riduce a poche linee, addirittura a tre sfere, una in basso e due in alto, nel caso del topo americano. La ripetizione banalizza e ordina, svuota e idealizza, scompone e semplifica e così il nostro cerebrum le va dietro, la assume in pillole, come una medicina quotidiana, crea schermi pubblicitari nella natura e nell’universo, lo ricompone a misura umanamente commerciale, capitalistica. E quando le tre sfere collassano? Certo il futuro non tarderà a informarci del destino della compagnia nord-americana, ciò che sappiamo è che già in passato, questa data, considerata funesta dai capoccia di Disney era stata rimandata più di una volta. Certo questa perdita del copyritght significa, sulla carta, una sconfitta a livello economico, ma culturalmente è un novizio: il folklore del nuovo millennio, Mickey Mouse non è ora diverso, commercialmente, da Biancaneve, Hansel e Gretel, Teseo, per giunta, e certo, grazie a questo fatto otterrà un’ancora più grande diffusione socio-culturale, se si può espandersi più di così. Inutile dire che per la Disney questa sia un’arma a doppio taglio, non c’è più quel rigoroso controllo della propria immagine che prima era assicurato e ferreo. Ma il folklore degli ultimi due secoli è sempre stato segnato dalla spinta ipertrofica del capitale: azioni, investimenti, tazze, magliette. Si tratta di una delle prime grandi sconfitte per l’universo dei diritti d’autore, che hanno ragion d’essere solo nel mondo dove il mercato si autoregola e schiavizza il compratore. Che sia una prima crepa nel sistema alieno e asettificante? Improbabile. Che sia il simbolo dell’imprevedibilità cannibale di questo costrutto? Verosimile. Viene da chiedersi: non sarebbe più artisticamente stimolante organizzare un reddito universale dallo stato ai cittadini e abolire i diritti d’autore, garantendo comunque il pane agli autori? Vivere l’arte come patrimonio culturale proprio dello stato e non dell’individuo? Questo solo il destino saprà dircelo, e forse nemmeno lui. Si tratta di un’utopia, un movimento che l’umanità tutta deve essere disposta a fare, ma quelli oltre alla barriera, la cinta, del capitalismo, sono lidi che nemmeno Ulisse sarebbe disposto a raggiungere, figuriamoci esplorare.

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