Mi casa es tu casa

Tante volte riteniamo che casa nostra sia solo quel piccolo spazio, determinato da 4 mura, in cui passiamo la maggior parte della nostra giornata.

In questi ultimi anni, però, ho imparato a rivalutare questa definizione. 

Ho finalmente capito, grazie a tutte le esperienze che mi hanno fatta crescere, che tutti possiamo essere casa e trovare casa ovunque: basta solo desiderarlo e, di conseguenza, cercarlo. 

Ma alla fine cosa è una Casa? Quando ci sentiamo a Casa?

Ho provato a dare delle risposte a queste domande, per niente scontate, e mi sono resa conto di sentirmi a Casa quando non ho paura di essere me stessa al 100%. Percepisco di essere a casa quando non ho alcun problema a piangere davanti ad altri, a ballare come una matta e cantare a squarciagola, ad abbracciare fino a togliere il respiro e ridere di cuore. 

Insomma, casa è dove si è felici.

Per trovare questa definizione, soggettiva ma totalmente pura, ho dovuto fare una cosa: accogliere ed essere accolta.

/ACCOGLIERE/

ac·coglie·re

  1. Ricevere presso di sé
  2. Accettare, approvare
  3. Ricevere dentro di sé

Aprire le porte di casa mia, sempre in disordine e colma di cose che mostrano la Vera Me, non è stato facile all’inizio, ma credo che sia stata una delle esperienze migliori che abbia mai fatto. 

Certo, in questo caso parlo della casa fisica, in cui ho ospitato fratelli, che conoscevo solo superficialmente, provenienti da altre città, giunti a Grosseto principalmente per feste di amici in comune, ma, ve lo assicuro, far sentire gli ospiti come se fossero a casa loro, non è facile per niente.

Però, come ho già detto, queste esperienze mi hanno fatto crescere tanto: in tutte le persone che ho ospitato nella mia cameretta, ho conosciuto un mondo inaspettato, uscito fuori attraverso chiacchierate infinite, prolungate fino a mattina. 

In questo episodio sto parlando di casa intesa come un’ospitalità legata ad un letto e un tetto sopra la testa, che poi ha portato dei legami fortissimi, ma l’accoglienza che in assoluto preferisco è quella “spirituale”, se così si può definire. 

Per spiegare meglio questa cosa che tanto amo, voglio raccontare l’ultima esperienza vissuta a riguardo. 

All’inizio di Gennaio è giunto qua, a Grosseto, un gruppetto di ragazzi, provenienti da un oratorio di Pero, una cittadina nei pressi di Milano.

Ecco, io e i miei fratelli ci siamo donati anima e corpo per farli sentire davvero a casa. E non li abbiamo ospitati nelle nostre abitazioni, ma abbiamo comunque cercato di diventare una Casa per loro. Abbiamo scelto di trascorrere gli ultimi momenti liberi delle vacanze natalizie per passare tutto il giorno con quei 15 ragazzi, cercando di farli entrare nel nostro piccolo grande mondo.

Se prendiamo come criterio di giudizio la definizione che io ho dato di casa, ovvero il posto in cui si è felici e liberi di essere se stessi, credo che la nostra missione sia stata completata appieno: insieme, in solo 3 giorni, ci siamo raccontati e aperti l’un l’altro; abbiamo imparato alcuni modi di dire nel dialetto altrui; abbiamo giocato e riso fino a farci venire il mal di pancia; abbiamo imparato ad abbracciarci. Tutti insieme non abbiamo avuto paura a fare giochi un po’ pazzi  e bans urlati a squarciagola davanti al Duomo, nel mezzo della piazza: tanta gente, compreso  il sindaco, ci fissava, alcuni ci hanno anche fatto foto e video, ma noi eravamo felici e basta.

Non vorrei essere troppo affrettata, ma credo che si siano sentiti a casa, e questo mi riempie il cuore.

Però, se ci pensiamo, la parola ospite ha due significati: può indicare sia chi è ospitato, e quindi accolto, e chi ospita, ovvero che accoglie.

Infatti, a parer mio, non si può davvero accogliere gli altri se non si è mai stati accolti in prima persona.

Se non abbiamo mai trovato una casa altrove, fisica o spirituale, allora sarà davvero difficile comprendere la mia personale definizione di Casa. 

Per questo, specialmente le prime volte, per sentirmi libera di ospitare e accogliere, ho dovuto attingere a tutte le altre esperienze in cui, invece, ero stata io ad essere accolta. 

Come, per esempio, quest’estate, quando un sacerdote di Perugia ha aperto a me e una mia amica le porte di casa sua, sebbene fosse già affittata a un’altra ragazza, pur di non farci dormire una settimana intera su dei materassini gonfiati e messi in mezzo a un salone parrocchiale.

Se, però, penso all’ultima Casa fuori città che ho trovato, non posso non pensare alla casa Crossroad di Jesi, dove ha avuto luogo l’ultimo camposcuola invernale organizzato per ragazzi. Lì, oltre alla struttura in sé, nata proprio con lo scopo dell’ospitalità, si trovano persone che, con un semplice sguardo, ti penetrano dentro e diventano una vera e propria famiglia nel giro di pochissimo tempo. 

A essere sincera, potrei parlare delle mie esperienze di accoglienza vissute in giro per tutta l’Italia per ore, ma non è questo il mio scopo: infatti, caro lettore, mi piacerebbe riuscire a spronarti a riconoscerti come  una Casa, e quindi un dono per gli altri, senza paura di essere visto per ciò che sei davvero. 

Sì, lascerai il cuore in ogni luogo in cui, grazie all’accoglienza e all’ospitalità altrui, sarai libero di essere davvero te stesso al di fuori della tua cameretta, ma, fidati, ne vale davvero la pena!

Caro lettore, abbi il coraggio di mettere il naso fuori dalla porta della tua abitazione. 

Sentiti a Casa per poter essere Casa! Riconosciti come tale! 

Buttati, perché troverai un mondo bellissimo, totalmente sconosciuto, ma di cui non potrai più fare a meno! 

Fallo per Te; fallo per iniziare a essere te stesso e a essere felice ovunque, specialmente a Casa!

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