“SEI SOLO UN PESO!”

Crescendo, arriva un giorno dove quello che sei ti disgusta, dove le parole altrui, che fino ad allora non comprendevi, assumono senso e diventano grandi, enormi. In quest’istante non si prende coscienza di sé, ma si perde, si cambia, si confonde, si mescola… Ci perdiamo e ci identifichiamo nella cosa più lontana da noi: gli altri. Tutto ciò che ci circonda, il mondo che prima era pronto ad accoglierci a braccia aperte, adesso strizza il naso, ci evita, ci ripudia, ci indica e dice “fate schifo”. Il mondo che sentivamo nostro, diventa lo specchio che riflette il giudizio degli altri. Ma perché improvvisamente cambia tutto? A cosa è dovuto tutto ciò? Beh, dalla società e dal nostro primo incontro con questa.

 Adorabile, non trovate?

Sono la prima che non si era resa conto, che era assuefatta dalla normalità di oggi. Eppure, ci sono segni ovunque. La televisione, i social, i negozi…tutto. Il mondo ci spinge ad odiare noi stessi per essere amati dagli altri.

 3780 sono gli adolescenti che nel 2023 sono morti a causa di una malattia, di un DCA.

I DCA ( disturbo del comportamento alimentare) sono disturbi psichiatrici invalidanti, potenzialmente mortali, che compromettono la salute fisica e il funzionamento sociale dell’individuo.

Sono morti, non per cercare attenzioni, per manie di protagonismo, per capricci, per una “normale fase adolescenziale”. No, sono morti per una malattia, tragica, meritevole di attenzione e di cure come qualsiasi altra malattia.

 Chissà cosa ne pensa il nostro governo, che, avendo sottomano questi dati, ha deciso di non rifinanziare i fondi per il contrasto dei DCA.

 Chissà cosa pensano dei giovani di oggi, ah, no, lo sappiamo già cosa pensano.

DEVIATI; deviati dall’amore, dallo stile di vita, dalle malattie. 

SBAGLIATI per come e chi amiamo, per ciò che facciamo e che non facciamo. Sbagliamo a vivere e sbagliamo anche a morire.

 Insomma, un vero disastro.

Questi 3780 ragazzi miei coetanei, che fine hanno fatto? 

Vabbè, ignoriamoli, sono solo un peso, un inutile capriccio. Sono sempre quelli svogliati che pur di non alzarsi dal letto si inventano di stare male.

 Ragazzi, ma non lo sapete che sono gli anni più belli della nostra vita? Non lo sapete che noi non sappiamo? Noi non sappiamo né cos’è il dolore né cos’è l’amore. Siamo troppo giovani, stupidi, ignoranti, svogliati, ingrati, pigri, deviati, sbagliati.

 Ma non azzardatevi a lamentarvi, state zitti, non sapete di cosa state parlando. Sì, però fatelo un sorriso qualche volta; no, non chiudetevi nelle vostre stanze, toglietevi quelle maledette cuffie dalle orecchie, parlate bene, siate moderati, non siate scalmanati, non siete più dei bambini, ma che ne volete sapere voi. Siate grati e ricordatevi: questi sono i migliori anni della vostra vita.

I DCA sono malattie; si presentano un giorno, quando meno te l’aspetti e ti stravolgono la vita. 

Di DCA si muore ogni giorno, si perdono pezzi di sé e, purtroppo, molti pezzi non si ritroveranno mai. 

Gli altri diventano lo specchio di ciò che non siamo.

La malattia si presenta sotto vari aspetti; non è facile riconoscerla, soprattutto nella società odierna, che ci soffoca con la cultura della dieta, con gli insulti che fanno ormai parte del linguaggio comune, con il comparare se stessi agli altri, con l’invidia e con la naturale concezione dell’ ”io devo odiare me, in quanto me”. 

Tutti questi input, che se notate bene, sono ovunque, indicano a tutti la stessa strada, ci uniformano.

Dobbiamo rientrare nelle medie di peso e di calorie. Dobbiamo pensare allo stesso modo. Dobbiamo essere dei manichini.

“ Puntiamo alla salute!”. 

Quanto è stata sfruttata questa parola: salute. 

Il concetto di equilibrio: mangia poco, ma allenati tanto; mangia solo verdure, non ti avvicinare agli zuccheri; il tuo peggior nemico è il carboidrato; senza sapore è tutto indolore.

Amati, solo quando sarai come ti vogliono gli altri. Impegnati e sii generosa con gli altri, ovviamente, con te stessa no, non ne hai bisogno. 

I DCA isolano, cambiano e feriscono. 

C’è chi previene individuando dall’esterno il disagio, c’è chi riconosce le criticità e riesce a chiedere aiuto, c’è chi aiuto non riesce a chiederlo, c’è chi il problema non lo vede, anzi ci vede una soluzione, una via d’uscita, un modo di essere presenti nel mondo, di provare qualcosa, di sentirsi giusti e adatti; c’è chi trova, finalmente,  qualcosa su cui ha il controllo in un mondo che gli sfugge continuamente.  

Una persona speciale una volta mi disse: “ho capito che le persone non possono essere salvate se non da se stesse, una persona non può essere salvata da un’altra”. Quelle parole  hanno preso forma; non possiamo salvare l’altro, è vero, ma possiamo accompagnarlo, essere presenti, vederlo. 

Probabilmente verrò presa per una romantica, ma confido pienamente nella forza dell’amore.

 L’amore salva.

 Non mi limito a parlare della relazione sentimentale tra due individui, non limito la mia concezione d’amore, non più.

L’amore salva.

A me l’amore mi ha liberato più volte.

La prima volta quando mi sono concessa di amare gli altri, anche al prezzo di mostrarmi.

La seconda volta quando inconsciamente ho iniziato ad amare me stessa, a vedermi non solo come un corpo che è in grado o non è in grado di fare determinate cose, ma come persona.  Ho iniziato a guardarmi con gli stessi occhi con cui guardo gli altri, a trattarmi con cura, ad avere pazienza, ad andare oltre.

Una volta ho letto una frase: “il nostro corpo è una macchina”.

 Questa frase mi aveva aperto gli occhi, ma oggi la voglio un po’ modificare.

“Il nostro corpo è il nostro compagno di viaggio”.

Non sono mai riuscita a immaginarmi nel futuro; sì, ho pensato alla mia carriera, ma non ho mai avuto il coraggio di sognare, probabilmente per la paura di fallire.

 L’unico desiderio era quello da vecchia di avere le rughe. Sì, lo so, abbastanza deludente. Qualche mese fa ne stavo parlando con un’amica e giustamente lei mi ha chiesto il perché. “Significa che ho sorriso tanto”… Dirlo ad alta voce mi ha fatto rendere conto di quanto i “difetti” del nostro corpo siano importanti e raccontino una storia. Io non sono solo il mio corpo, ma il mio corpo è lo strumento grazie al quale posso amare gli altri e posso fare ciò che amo. 

Sono frasi semplici, forse anche un po’ ingenue, ma racchiudono tutta la speranza che provo. 

Ho finalmente trovato un mondo che è pronto ad accogliermi così come sono e mi voglio vivere la vita fino all’ultimo secondo.

 È giusto fare i conti con se stessi, arriva un momento dove tutti siamo costretti a farlo; ascoltatevi, rispettatevi, quando siete il vostro peggior nemico cercate di trattarvi con gentilezza. Non autosabotatevi, non perdete la speranza, non abbiate paura di mettere il cuore nelle cose che fate, non pentitevi mai dell’amore che avete dato e non scappate dall’essere amati. Non siete solo un peso. Siete validi, sempre.

 Il governo non vi capisce, ma le persone scendono in piazza, parlano, rompono il silenzio. Parliamo anche per chi crede di non avere più la propria voce, vi aiuteremo a tirarla fuori. Saremo compagni di viaggio, ci racconteremo la nostra storia, ci ascolteremo e quando non troveremo più le parole, ci lasceremo guardare, ci leggeremo a vicenda; così e solo in questo modo ci faremo forza, ci daremo la spinta, respireremo a pieni polmoni.  Solo così sarò in grado di dire: “sì, ho sorriso tanto”. 

Parleremo con nostalgia dei pezzi di noi che abbiamo perso durante questo lungo viaggio e ci rallegreremo per tutto ciò che abbiamo ottenuto.

E allora, come si cura un DCA? Essendo un disturbo psichiatrico, si interviene mediante le terapie e la psicoterapia. Entrambe possibili grazie ai fondi del governo. 

L’assistenza è fondamentale.

 Serve una serie di aiuti più ampia e più immediata.

 Perché un altro problema dei centri è rappresentato dalle liste di attesa infinite.

 Purtroppo, molte persone sono morte prima di entrare in un centro, proprio a causa dei mesi e degli anni che devono trascorrere prima di poter iniziare un percorso. 

Ma la malattia non aspetta, si prende tutto in un secondo. 

Sono stati numerosi anche i suicidi, dovuti ad una vita passata ad aspettare di essere “abbastanza malati” per ricevere aiuto.

Da questo capiamo la considerazione che c’è verso questi disturbi, queste malattie di “serie B”. 

O addirittura si può essere anche “troppo malati”, senza speranze. 

C’è una scala di merito anche per quanto riguarda le persone e le rispettive malattie. 

Per “meritarti” un letto d’ospedale devi essere malato, deve vedersi, deve essere palese, ma non troppo, non c’è un posto per una carcassa; non c’è posto,non c’è tempo, non c’è speranza. 

E queste persone che fine fanno?

 Quelle non troppo malate, devono peggiorare per essere inserite nella famigerata lista d’attesa; quelle troppo malate vengono rispedite a casa morire, lontano da tutti, per concludere la vita nel silenzio del proprio dolore, inghiottite da qualcosa più grande di loro.  

C’è l’evidente bisogno di  rifinanziare i fondi e di ottimizzare i centri;  non possiamo lasciare le persone da sole, c’è bisogno di fare dei passi avanti, prendendo consapevolezza del problema che cresce ogni giorno. 

C’è bisogno di speranza, c’è bisogno di azioni concrete per intervenire e non arrivare troppo tardi. Perché, no, le persone che soffrono non sono un peso, mai; perché non si dovrebbe mai privare una persona della sua dignità e della speranza.

 Non siete carcasse, non siete il fardello del mondo, non siete un peso; siete vita e noi non rimaniamo indifferenti.

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