Un mistero da contemplare

Una camminata altrove mi ha fatto comprendere il significato di una frase che mi è stata donata qualche settimana fa da un carissimo amico:

“La vita non è sempre un problema da risolvere, spesso è un mistero da contemplare”.

La quinta liceo è un anno travolgente, ricco di emozioni e nuove consapevolezze, in cui si gonfia dentro ai cuori il bisogno e il desiderio di “cambiare pelle”. 

Non è soltanto l’anno della maturità, ma è l’anno di un passaggio e di una scelta importanti, un anno in cui silenziosamente si inizia a costruire. 

Mentre camminavo, riflettevo sul mio insistente desiderio di trovare i pezzi mancanti per costruire la mia strada, non cercando fuori (come ho sempre fatto), ma dentro di me. 

Condividere questo desiderio con l’amico che avevo a fianco, mi ha permesso di dare forma a pensieri che avevo nascosto e dimenticato, perché concentrata a risolvere questa situazione. 

L’obiettivo era per me trovare tutti i pezzi, la soluzione del problema, la risposta all’enigma, senza dare spazio alla possibilità di fermarmi e sostare nei miei desideri. 

Per tanto tempo (da sempre) la mia vita è stata un problema da risolvere, un cruciverba difficile che mi metteva alla prova, ma che non era impossibile. Potevo farcela.

In ogni caduta e in ogni difficoltà dovevo affrettarmi a trovare la soluzione giusta, che avrebbe garantito un passo avanti nella risoluzione del mio cruciverba. 

All’interno degli spazi di questo gioco enigmistico avevo inserito tutto. Ogni luogo, relazione, situazione, attimo, fallimento aveva la sua casella.

L’obiettivo era arrivare alla fine con tutte le caselle complete. 

Questi primi mesi del mio ultimo anno di liceo mi hanno fatto capire che non è affatto così. Le parole del mio carissimo amico hanno distrutto tutte le mie caselle e nella camminata altrove al tramonto ho imparato a contemplare. 

Ero convinta di saper incasellare e risolvere anche questi nove mesi; adesso sono felice di aver compreso l’inutilità della mia convinzione. 

Il mio cercare la soluzione del problema si era trasformato in uno sterile fare

Un fare senza essere è sterile, non produce frutti, non tende al bene. 

Questo tempo mi ha insegnato, invece, che devo partire dall’essere, da quella ricerca e da quell’ascolto interiori, dai quali posso silenziosamente costruire.

Costruire strade di felicità, costruire un futuro che tenda al bene, accogliendo il mistero della vita. 

Che la vita è un mistero da contemplare l’ho capito di fronte al tramonto che vedete come immagine di copertina di questo articolo. 

Il tramonto che ha accompagnato la mia camminata inaspettatamente illuminante.

Ho visto l’anima del cielo, il suo mutare nei colori e nelle forme delle nuvole. Nel dinamico e silenzioso mutamento di quel cielo ho ritrovato la mia anima. 

Mi sono fermata a contemplare quell’attimo di vita eterna, che non chiedeva di essere risolto, ma accolto e ammirato. 

Alla voce di “contemplare” il vocabolario indica due significati: guardare a lungo, con particolare intensità, dovuta a meraviglia o ammirazione e meditare profondamente.

Questa è la prospettiva che voglio adottare adesso per guardare la mia vita: non un cruciverba da risolvere, ma un mistero da guardare con particolare intensità, data dalla meraviglia. 

Passeggiate come questa sono dei veri e propri intermezzi di respiro (direbbe il mio carissimo amico), dei momenti in cui essere.

 “Anche ad essere si impara”.

Essere significa rischiare e accogliere l’imprevisto che accade nell’avventura della vita, che forse corrisponde al desiderio da sempre provato. 

Per essere bisogna imparare a contemplare il mistero della vita.

In questi mesi che mi aspettano prima del passaggio, voglio accogliere i doni imprevisti e ascoltare i miei desideri. 

Facendo ciò potrò “cambiare pelle”: lasciar morire qualcosa di me, che non mi sta più addosso, per dare alla luce qualcos’altro, che è sempre stato dentro di me. 

Adesso voglio attendere e contemplare, ricevere e custodire, per mettere tutto a frutto, nella strada che mi verrà indicata.

“Come si fa a capire la propria strada se non si abita il periodo che stiamo vivendo?”,

mi scrisse un po’ di tempo fa l’amico con il quale ho condiviso la camminata al tramonto, concludendo la pagina con questa breve sententia:

ABITARE, VIVERE per VEDERE (contemplare, aggiungo io) ed essere CONSAPEVOLI. 

Buona contemplazione! 

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