IN NOME DELL’AMORE

Tra trent’anni in una scuola italiana, un alunno verrà interrogato sullo scontro di Gaza del 2023. 

In quell’aula ci saranno i nostri figli e loro, come noi, dovranno ricordarsi le date, i numeri, i luoghi, i nomi che hanno caratterizzato una guerra troppo lontana da loro, troppo lontana per capirla, per sentirla e per preoccuparsene.

Come biasimarli? 

Anche noi oggi evitiamo di parlarne, di informarci, di conoscere, di capire.

Come si fa a capire una guerra?

Come si fa ad accettarla? 

I nostri figli, come noi, parlando di una guerra e per descriverne la crudeltà diranno: “ Vennero uccisi uomini, donne e bambini” (frase che riusciamo e che anche loro riusciranno a pronunciare con la stessa freddezza con la quale una persona ne uccide un’altra). 

Siamo così abituati a vedere sangue,morte e dolore ( tutto grazie al lato oscuro di Internet) che non ci scandalizziamo più.

È doloroso, ma l’empatia (sentire il dolore di un altro, per quanto diverso e lontano da te, e farlo tuo) è l’unica cosa per cui possiamo definirci umani ed esserne fieri.

“Vennero uccisi uomini, donne e bambini.” 

Ricordiamoci che cosa significano queste parole.

Non sono qui per fare politica ( anche se tutto è politica); ma perché ho delle domande.

Ho i social intasati da video e immagini riportanti tutti quei “vennero uccisi uomini, donne e bambini”;

padri che tengono fra le mani pezzi del corpo del figlio, bambine che tra le macerie riconoscono le proprie madri, ragazzini che tra la folla dicono di non voler morire e pregano perché intorno a loro c’è solo distruzione e perché la morte non si può ignorare, medici e giornalisti che piangono per ciò che stanno vivendo; hanno appena superato il confine della vita, eppure non sono ancora morti; sono in un’ ignota terra di mezzo.

Come si fa ad essere grati di essere vivi quando si attraversa un incubo del genere? 

Come si fa a definirsi vivi? 

Cos’è un uomo quando perde tutto? 

E dopo come si fa a ricostruirsi una realtà nuova, a fare pace con il passato e dedicarsi al futuro? “Vennero uccisi uomini, donne e bambini”: questo è tutto quello che verrà ricordato.

Un luogo sarà occupato, un popolo vincerà su un altro popolo e poi il contrario e poi di nuovo e ancora.

L’inutilità della guerra è disarmante.

Come fa l’essere più intelligente del cosmo a cadere nel fascino astratto della gloria del potere.

Cosa state ottenendo? 

Siete e siamo (tutti noi) vittime e carnefici di un circolo vizioso senza fine.

Potrebbe esistere un mondo senza guerra? 

Esiste qualcosa che non ha bisogno di spargere sangue per definirsi vincitore? 

E visto che non ho esempi, perché nella storia nessuno ha mai vinto senza aver combattuto con le armi, le cose possono cambiare? 

E noi vogliamo cambiarle? 

“ Vennero uccisi uomini, donne e bambini”,ieri, oggi e domani. Domani. 

Esiste un domani se siamo destinati a vivere i soliti stupidi conflitti? 

In nome dell’amore una persona uccide un’altra persona, un popolo sottomette un altro popolo. 

In nome dell’amore un ragazzo priva della vita una ragazza. 

Non solo una persona, non sono un popolo, non solo una una ragazza.

L’amore, che sia per la patria o per la famiglia o per una donna, non ammette la violenza. 

Qualche giorno fa una ragazza di 22 anni è morta… No, scusatemi: è stata uccisa dal suo ex ragazzo, un bravissimo ragazzo che l’amava tantissimo… 

Appena Giulia Cecchettin scomparse con il suo ex ragazzo Filippo Turetta, nessuno voleva credere al tipico scenario, nessuno voleva credere che la sua famiglia non l’avrebbe più rivista, che non avrebbe più sentito la sua voce; e allora perché eravamo tutti allerta? Noi lo sapevamo che Giulia era una vittima; ma Filippo era così dolce, anche se un po’ geloso, l’amava così tanto, proprio non accettava la fine della relazione. L’amava così tanto, gli preparava addirittura i biscotti, non sarebbe stato in grado di fare una cosa simile. Era geloso, ma è normale, l’amava. Non si rassegnava, ma è logico, l’amava. Era il suo amore, era sua… L’amava. 

Perché l’amore è questo: l’amore è possedere, l’amore è violenza. 

Cara Giulia, mi dispiace tanto che il mondo non sia stato in grado di proteggerti. 

Mi dispiace tanto che il tuo primo amore è quello che di amore non aveva proprio niente. 

Mi dispiace che non festeggerai mai la tua laurea, nonostante gli sforzi e la dedizione.

Mi dispiace che ti abbia uccisa solo perché aveva il potere di farlo; mi piange il cuore se penso che tu ti sia sentita usata come un oggetto e mi dispero, perché è proprio così che ti ha trattata, come qualcosa che può essere buttata via. 

Cara Giulia, mi dispiace perché la nostra società è imbarazzata, ma non si vergogna abbastanza. Posta le tue foto sulle storie, manda le condoglianze alla tua famiglia, ma non si sente colpevole.

Perché tu cara Giulia, come le altre, non sei stata uccisa da Filippo, sei stata uccisa da tutti noi che guardiamo senza fiatare, senza agire, perché preferiamo “lasciare a fare agli altri”. 

Cara Giulia, mi dispiace dal profondo del cuore, perché tu non sei la prima e non sarai neanche l’ultima, perché il tuo caso sarà uno tra tanti e la gente metterà da parte e si dimenticherà di tutto questo dolore.

Spero che tu, nonostante tutto, nella tua vita ti sia sentita amata e che, in nome dell’amore, abbia amato a tua volta, perché l’amore è solo amore, è dedicarsi, guardarsi, curarsi e, se necessario, anche allontanarsi. 

Sono arrabbiata e frustrata. 

Questo articolo non doveva trattare un argomento del genere, non di nuovo, invece eccomi qui, a scrivere con le mani che tremano una storia che è stata vissuta già troppo volte. Basta. 

La morte di Giulia mi ha fatto cambiare rotta e mi ha aperto gli occhi.

Ogni guerra è una guerra fatta in nome dell’amore e la guerra non si fa solo sul campo di battaglia. Giulia ha combattuto la sua guerra sulla riva di un fiume, un bimbo appena nato ha combattuto la sua guerra in un’incubatrice, quando i soldati hanno tolto l’energia elettrica ad un ospedale. 

Un’altra donna sta combattendo la sua guerra a casa con i lividi in volto, un bambino sta combattendo la sua sotto le macerie. 

Non solo una donna, non solo un bambino. 

Ed io sto combattendo la mia qui, adesso, scrivendo queste parole, tormentandomi, perché nel mio dolore, mi sento sola; nella mia impotenza, mi sento sola; nei miei sforzi, mi sento sola. 

In nome della guerra piango e combatto, ma in nome dell’amore scrivo e agisco.

Filippo Turetta io lo chiamo Filippo, non bestia, non mostro, solo Filippo, un semplice ragazzo, perché Filippo non è pazzo, Filippo è figlio sano del patriarcato. Filippo è una persona come un’altra, Filippo è un uomo come un altro. 

Quando ho pubblicato un articolo su una ragazza palpeggiata all’interno di una scuola e i 10 secondi più famosi del web (almeno fino a che il trend non è finito nel dimenticatoio) una persona, un uomo, mi disse che quello che avevo scritto era giustissimo, ma che era importante per me sapere che non tutti gli uomini sono così. 

Io questo lo so benissimo, eppure non l’ho scritto, perché la protagonista era la ragazza.

Perché davanti all’ennesimo femminicidio esordire con “non sono tutti gli uomini” significa affermare che non siamo in grado di dire che c’è un problema; perché gli uomini che non uccidono sono quelli che non hanno creduto alle parole dei propri padri, dei propri nonni, dei propri fratelli, dei propri amici… Sono eccezioni alla regola e purtroppo le eccezioni diventano  a loro volta vittime, uomini diventano vittime di altri uomini ed è importante da sottolineare, perché non credo nella gerarchizzazione della violenza e, di conseguenza delle vittime; non credo che esista un dolore più meritevole di un altro, non credo nel sessismo. Mi dispero per le mie sorelle violentate e mi dispero, in egual modo, per i miei fratelli. Perché è vero, “non sono tutti gli uomini” e certe volte anche gli uomini sono vittime, ma sono tutte le donne. Non voglio zittire la voce degli uomini, ma voglio dare spazio anche alle altre, voglio sentire la voce di mia madre, di mia nonna, delle mie zie, delle mie cuginette, delle mie amiche…Avrei voluto sentire la voce di Giulia. 

Questo articolo è per gli uomini: guardatevi intorno e cambiate la narrazione; per tutte le donne che come me si sentono privilegiate perché siamo ancora qui e per tutte le 105 vittime… No, non generalizzerò le vite delle mie compagne.

 Per Giulia, Teresa, Martina, Oriana, Alina, Giuseppina, Yana, Margherita, Antonia, Melina, Rosina, Chiara, Sigrid, Maria Luisa, Giuseppina, Caterina, Rosalba, Iolanda, Julian, Rossella, Petronilla, Pinuccia, Francesca, Agnese, Carla, Alessandra, Sara, Brunetta, Rosa, Manila, Stefania, Barbara, Wilma, Antonella, Rossana, Barbara, Teresa, Daniela, Jessica, Giulia, Pierpaola, Giuseppina, Maria, Floriana, Cettina, Rosa, Svetlana, Margherita, Laura, Maria, Ilenia, Mariella,  Angela, Mara, Sofia, Iris, Anna, Vera, Francesca Renata, Rossella, Marisa, Maria Rosa, Rosaria, Liliana, Manuela, Annalisa, Piera, Eleonora, Silvana, Concetta, Marta, Antonella, Giuseppina, Pinuccia, Annalisa, Michele, Patrizia, Francesca…

Per voi non staremo in silenzio, per voi non saremo moderate e accondiscendenti. Per voi bruceremo tutto e metteremo, anzi, oggi stesso, mettiamo un punto a questa storia. Per sempre. Perché se io sarò la prossima, voglio essere l’ultima.

#non restiamo indifferenti

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