Non solo voti ma volti

Qualche settimana fa mi trovavo in un cerchio di confronto sul tema “scuola”, un cerchio composto principalmente da professori. 

Ero l’unica studentessa e mi trovavo in un luogo che non era la mia scuola, con dei professori che non erano i miei professori, a condividere sogni e prospettive.

La scuola è, per noi studenti, un luogo importante e decisivo. 

Per quello che abbiamo vissuto, questo luogo ha quasi sempre fatto parte dei nostri anni di vita. 

La scuola non è un edificio fatto di mura fredde che diventano sbarre, non è abitata da vasi che devono essere riempiti o da prestazioni che si confondono con l’identità. La scuola è luogo di relazioni, meraviglia, interesse, ricerca, crescita, cambiamento, fallimento, sogni, prove, persone e volti.

È abitata da fuochi che devono essere accesi e da persone che devono conoscere e difendere il loro nome e il loro destino (chi sono chiamati ad essere), che non può essere ridotto ad un voto.

Eppure i nomi spesso non vengono salvati e l’infinito in ogni studente viene scambiato per la prestazione. 

Siamo così giunti all’egemonia del voto e dei programmi. 

Non voglio dire che non debbano essere seguiti i programmi e che non debbano esserci i voti, ma voglio porre l’attenzione su quello che gran parte di chi abita la scuola si è dimenticato di essere: la persona. 

Il mio intervento nel cerchio di confronto più o meno aveva questa forma:

“Dalla prospettiva di una studentessa credo che ci sia un urgente bisogno, sia per gli studenti sia per i professori, di rimettere al centro la persona. L’immagine del seme qua è significativa: noi studenti siamo semi e dentro di noi ci sono tutte le potenzialità per sbocciare, per diventare quello che siamo chiamati ad essere. Veniamo piantati nel giardino della scuola per superare la dimensione di seme, diventare germoglio e poi sbocciare. La scuola di adesso è come se volesse schiacciare questi semi, con pretese e aspettative che ci fanno dimenticare che tutto quello che studiamo ci serve a capire chi siamo, e questo viene prima di quello che faremo, sta alla base. Io sogno una scuola che possa costruire strade di felicità e che porti gli studenti a riconoscersi come persone vive”.

Tra qualche mese mi sarà posta l’attesa domanda che concluderà il mio colloquio orale dell’esame di maturità: “che cosa farai dopo”? 

Molti rispondono a questa domanda intrappolati dentro la prospettiva della vita-carriera: se non faccio qualcosa che mi assicuri una carriera e un guadagno importanti, non posso essere felice. Insomma dopo devo fare fare fare, per guadagnare sempre di più. 

E questo schema è molto simile a quando si cade nel considerare il voto l’affermazione di se stessi. Devo studiare studiare studiare, per prendere un voto sempre più alto e affermarmi il migliore rispetto agli altri.

Ma è davvero questo quello di cui abbiamo bisogno? Studiare è utile soltanto per raggiungere quel voto? 

Ho una prospettiva diversa e da questa riesco a sognare una scuola che prenda davvero in considerazione la persona, che si curi dei volti e non soltanto dei voti. Perché l’infinito è in noi, è nel nostro volto e non può essere ridotto ad un voto. 

Lo studio serve a ricordarci che abbiamo un volto, che respiriamo, che siamo vivi. 

Attraverso la meraviglia possiamo conoscere ciò che ci circonda e ritrovarlo dentro di noi. La conoscenza ci libera, ci permette di far esplodere quel seme e farlo germogliare, accende in noi il fuoco.

Il volto è il soggetto di una scuola vivente

La scuola vivente è una scuola in cui essere insegnanti è una vocazione, in cui c’è un continuo contagio di vita, un’alleanza con l’umanità, una gratuità costitutiva, in cui è ben chiaro che prima di essere insegnanti e studenti siamo persone, con un nome e un volto che devono essere salvati. 

Io credo in questa scuola, sogno una scuola così e credo che il cambiamento del sistema parta da dentro e da ognuno di noi. 

Dobbiamo ritornare alla semplicità, all’essenza, al cuore, salvare i nomi, conoscere i volti (che sono le mappe delle nostre anime) e studiare per essere liberi di vivere davvero, per essere liberi di essere ciò che siamo.

“Educare è rendere autonomi, risvegliare il maestro interiore dell’altro: quella voce, o vocazione, spinge a portare a compimento, per una vita intera, la chiamata che ciascuno di noi ha, o meglio, che ciascuno di noi è”.  
Alessandro D’Avenia

Ho scelto come immagine di copertina sei volti della mia scuola, sei studenti dalla prima alla quinta che ci hanno “messo la faccia” e hanno dato una copertina a questo mio sogno.

Sono volti vivi, con diversi lineamenti e cicatrici, in ognuno dei quali vedo l’infinito. Sono volti luminosi di chi sta sbocciando e vuole venire alla luce.

Concludo con un augurio che mi è stato fatto per il mio diciottesimo compleanno e che voglio estendere a tutti voi lettori: che possiate trovare (e in questo la scuola può e deve aiutarvi) la luce vera, fuori dalla caverna, per assaporare l’intima gioia del puro vivere. 

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