CAMMINARE
/cam·mi·nà·re/
figurato:
Progredire, svilupparsi, andare avanti
Camminare è tra le cose più semplici ma anche più importanti che si possa fare. Questa è una parola piuttosto sottovalutata secondo me: agli occhi di molti è un verbo insignificante, banale o dal significato scontato; io invece la ritengo una delle parole più belle che esistano all’interno della lingua Italiana. In nove semplicissime lettere sono contenute le basi della vita; “andare avanti”, in ogni senso, come dice Wikipedia. Nove lettere, solo nove, ma piene di sfaccettature. Sicuramente l’espressione che preferisco in assoluto per spiegare cosa significa per me camminare è: “La modalità grazie al quale posso percorrere il sentiero della mia Vita”. Camminare, andare avanti, progredire spiritualmente, emotivamente: non fermarsi davanti agli ostacoli quotidiani.
L’importanza che questo verbo ha acquisito per me è molto recente in realtà, al contrario di Davide, che conosceremo più avanti.
Ma adesso eccomi, Camilla, pronta a darvi la mia testimonianza.
Ad essere sinceri non ho mai né camminato molto né fatto escursioni o pellegrinaggi: ho sempre vissuto il termine “camminare” come una cosa strettamente spirituale, senza però farlo diventare qualcosa di davvero concreto. Ha avuto questa accezione molto astratta fino a quest’estate quando, a metà Agosto, ho percorso gli ultimi 150 km della via francigena, partendo da Acquapendente per arrivare alla tomba di San Pietro in Vaticano.
Siamo partiti in 13, un solo adulto con 12 adolescenti senza alcun legame tra di loro e, nonostante i numerosi ostacoli del cammino, siamo arrivati tutti a destinazione. Ci avremmo creduto se qualcuno ce lo avesse detto? Assolutamente no. E’ stata una settimana faticosa, molto faticosa, ma davvero tanto piena. Abbiamo camminato ore e ore sotto il sole del 15 agosto, in mezzo ai campi coltivati della campagna laziale. Abbiamo riso tanto, ci siamo incitati a vicenda, abbiamo avuto crolli emotivi e litigate causate dalla stanchezza e dal poco riposo.
Sono partita senza aspettative: in realtà non sapevo neanche cosa dovessi aspettarmi, nonostante tutti i miei parenti mi avessero riempito di frasi motivazionali colme di “stai pronta, perché il cammino ti cambia eh!”. Assurdo, tutti mi dicevano la stessa cosa e comunque io non avevo capito nulla di cosa stessi per fare. Mi sono fidata di loro e dei miei compagni, nonostante non avessimo un forte legame. Ero in un momento particolare della mia estate, quello in cui nonostante tutte le avventure e le esperienze,si inizia ad avere sempre le stesse giornate, scandite dai soliti orari con le medesime persone. Insomma, muovendo i primi passi verso la mia avventura, ero carica di emozioni e energie, ma vuota dentro. Ero spenta. Avevo desiderato così tanto quel pellegrinaggio che averlo finalmente davanti mi faceva paura. Erano mesi che aspettavo solo quella fatidica settimana e ora, che stavo per affrontarla, mi terrorizzava. Ma, come già detto, mi sono fidata e ho vissuto tutto d’un fiato questi pochi ma lunghissimi giorni. Ho finalmente imparato a conoscermi: ho capito che ho una forza dentro che non mi aspettavo. Ho superato me stessa; uno tra gli ultimi giorni, durante una tra le tappe più lunghe di tutte, ho capito davvero che Camilla, quella vera, non è una che molla. Stavo male, ho pianto per tutti e 23 i km, ma nonostante questo non mi sono arresa facilmente.
Nei momenti di silenzio, in cui si sentivano solo il frusciare delle foglie e il rumore delle scarpe sui percorsi, ho imparato ad ascoltarmi e ad ammettere a me stessa ciò che non avevo avuto il coraggio di dirmi. Mi sentivo vuota solo perché ero stata ferma. Ferma a guardare il mondo che mi scorreva davanti senza fare un passo verso gli altri. Ero stata ferma davanti alla bellezza che mi circondava: avevo passato i primi giorni di quel cammino a detestare il sole a picco sui nostri cappellini bollenti, gli insetti che mi ronzavano nelle orecchie, il vento improvviso che rendeva più difficile il cammino, il fango che mi sporcava le scarpe e le salite infinite sotto il sole. Guardavo tutto questo con un occhio sbagliato: guardavo solo il lato negativo delle cose e dei compagni senza invece rendermi conto di tutta la bellezza a cui stavo andando incontro. Camminavo in mezzo a tantissima Grazia e non me ne rendevo conto. Camminare mi ha aperto gli occhi e il cuore. Forse la cosa più importante e bella che ho capito è che da soli si cammina male, molto male! A volte fa bene camminare in solitudine, ascoltarsi e conoscersi, ma avere dei fratelli che ti sostengono in ogni momento, nonostante la stanchezza generale, è tutta un’altra cosa. Camminare lungo il sentiero della vita da soli, senza nessuno accanto, è faticoso.
Questa è l’esperienza piena e viva di una ragazzina che ha imparato a camminare grazie agli amici che ha avuto lungo la strada, che le hanno fatto capire quanta bellezza c’è nel mondo che la circonda; la storia di chi ha cambiato il suo modo di vedere il cammino, passando da una cosa motoria a una cosa vitale: camminare per vivere.
Ma adesso lascio la scena ad un amante delle camminate, innamorato dei percorsi sui monti e delle emozioni che lo invadono quando cammina in questo lungo pellegrinaggio sulla Terra, come lo definisce lui: Davide, un ragazzo di 19 anni dalla provincia di Monza, che aveva da sempre un sogno:compiere il cammino di Santiago. Desiderava tantissimo intraprendere questo viaggio e,finalmente, i primi di settembre riesce a partire. Lui è da solo: l’ansia di questo viaggio, più grande di lui, lo assale proprio mentre è sull’aereo diretto in Spagna. Effettivamente 400 km non sono pochi, specialmente quando si è da soli, con alte aspettative e curiosità di sapere cosa ti lascerà l’avventura e come ti cambierà.
Una tra le prime cose di cui Davide si rende conto è quanto effettivamente i passi possano essere lenti, al contrario dei pensieri. Al giorno d’oggi, in cui siamo abituati a prendere mille mezzi di trasporto per la fretta delle giornate frenetiche, camminare, andare a passo lento, è raro e bellissimo. Ma, se dopo qualche ora i piedi iniziano a muoversi automaticamente, i pensieri iniziano ad affollarsi e a viaggiare alla velocità della luce, al contrario della propria andatura, che resta lenta e inesorabile. Durante i primi giorni di cammino in solitaria, Davide racconta di aver davvero imparato ad amarsi. Quando si è da soli per tanto tempo e lo scopo delle proprie giornate è semplicemente quello di andare avanti, raggiungere la meta giornaliera, si impara ad ascoltarsi e a prendere coscienza delle proprie esigenze fisiche e psico emotive. In soli pochi giorni di cammino, ha imparato come riuscire ad amarsi per amare gli altri.
Davide sin da subito fa una riflessione: quando si cammina, nello zaino, si hanno solo le cose essenziali, niente di più. Invece, nel quotidiano, siamo sempre circondati da tantissime cose inutili e superflue; lì no, nel tuo zaino c’è il minimo indispensabile e non deve esserci altro.
Spesso sono proprio le cose che abbiamo in più, metaforicamente nella quotidianità e concretamente nel cammino, a rallentare il nostro passo e ad appesantire lo zaino che portiamo sulla schiena.
Anche Davide, proprio come me, si è reso conto che, nonostante la bellezza e la pace di camminare da solo, avere qualcuno al proprio fianco è fondamentale: appena ha iniziato a sentire la solitudine non più solo come punto di forza e ricchezza,ma anche come un peso, ha legato con altre pellegrine americane, con cui ha camminato qualche giorno.
La sua avventura non è durata una settimana come la Via Francigena, ma bensì 20 giorni: giorni di grande crescita spirituale, di scoperte, sorrisi e, perchè no, fatiche.
Arrivando finalmente a Santiago, la meta per eccellenza per tutti i pellegrini, Davide si rende conto di essere partito cercando delle risposte a tutti i dubbi affollati nella sua testa, ma che, in realtà, di risposte ne ha trovata solo una: più si cercano risposte e più crescono le domande. E va bene così! Camminare non vuol dire per forza trovare delle risposte, anche se è ciò che si desidererebbe.
Camminare è non aver paura della solitudine, apprezzare ogni singolo dono della Vita, amare se stessi per amare davvero gli altri, come insegna Davide; camminare è aprire gli occhi, fidarsi, accogliere chi si ha accanto, scoprirsi in ogni fragilità e forza.
Alla fine dei conti camminare è vivere. In un cammino si ha una meta ben precisa, che sia Roma o Santiago e anche quando si vive si ha una meta, realizzare un sogno o semplicemente essere davvero felici e sentirsi liberi anche in un mondo che spesso è in catene. Per raggiungere la felicità, a cui tutti aspiriamo, dobbiamo iniziare a fare un passo dopo l’altro e camminare, sempre di più, sempre più velocemente.
E adesso parliamo a te che stai leggendo: cosa stai aspettando a metterti in cammino? Perchè aspettare di essere sul punto di morire per iniziare a rincorrere la felicità? Alzati, muovi un passo, poi un altro e poi un altro ancora: solo così troverai la vita. Fidati, te lo dicono due che l’hanno davvero trovata solo mettendosi in gioco e partendo.
Buona vita, buon cammino!
