“Occhi aperti e testa sulle spalle” ben tre volte è stato ripetuto dalla Presidente del consiglio Giorgia Meloni. “Occhi aperti e testa sulle spalle” non in riferimento agli stupratori bensì alle vittime che in grande maggioranza sono minorenni. “Occhi aperti e testa sulle spalle” una frase che essendo donna mi ha colpita in particolar modo non solo in quanto sembra che siano le vittime a dover non dare modo al carnefice di attaccarle, ma anche perché sono parole dette da una donna che ha pure una bambina piccola.
Caro Governo e cari scettici, le bambine di 10 e 12 anni stuprate per mesi e mesi da 15 ragazzi nel parco verde a Caivano per quale ragione non avevano “gli occhi aperti e la testa sulle spalle”? Le due sorelline che a Monreale sono state stuprate per undici atroci e lunghissimi anni dal nonno, dallo zio e dal papà mentre la famiglia lo sapeva e faceva finta di nulla li avevano “gli occhi aperti e la testa sulle spalle”? La bambina che a Lagonegro è stata abusata dal nonno e dal papà per otto anni ce li aveva “gli occhi aperti e la testa sulle spalle”? Fortuna Loffredo violentata e poi spinta dall’ottavo piano di un palazzo a soli sei anni invece ce li aveva? La ragazza stuprata da un ventiseienne in fila per entrare in una discoteca aveva “gli occhi aperti e la testa sulle spalle”?
La ragazza di Palermo stuprata da sette ragazzi di cui uno al momento dell’accaduto minorenne (il più violento dei sette) e un altro di questi esseri spregevoli il suo migliore amico, la donna di Ravenna ultra-cinquantenne violentata dal padre da quando aveva undici anni, come avrebbero potuto sentire il bisogno di tenere gli occhi aperti e la testa sulle spalle?
La donna che fa jogging e viene violentata, come accaduto in provincia di Milano. La ragazza di venticinque anni che passeggia in un parco e viene violentata, come successo a Rozzano. La dottoressa che lavora e viene stuprata, come successo a Catania. L’intellettuale stuprata e torturata da cinque fascisti per punizione, come accaduto a Franca Rame. Per un totale di sei milioni e 788 mila violenze registrate (sottolineo REGISTRATE).
Caro Governo sai perché succede questo? Non è mai colpa della vittima né di come sia vestita né e se è ubriaca perché voleva divertirsi con gli amici – come fanno anche gli uomini a cui però non viene detto di stare attenti né tantomeno di avere “gli occhi aperti e testa sulle spalle” oppure di “non bere in discoteca che sennò te la vai a cercare” – .
Caro Andrea Giambruno perché invece di sensibilizzare l’argomento di uno degli stupri più violenti accaduti recentemente hai preferito dare la colpa alla vittima perché “troppo ubriaca”? Perché viene data la colpa alla vittima e giustificato il carnefice? Perché non insegniamo agli uomini a non farsi lasciare trasportare dagli istinti sessuali? Perché non viene insegnato il rispetto e l’educazione? Facile accanirsi sulla vittima perché aveva una gonna o era ubriaca o stava tornando a casa da sola, non pensando di dover fare i conti con uno stupratore senza pietà.
Perché è la donna a dover stare sempre in allerta perché “non si sa mai”? Non sembra ingiusto? Così facendo aggiungiamo ulteriori responsabilità alla vittima togliendole allo spregevole violentatore.
“La conseguenza più crudele dello stupro infantile, ormai lo sappiamo, è che rende il bambino nemico di se stesso. Quasi sempre la vittima introietta il disprezzo dell’aguzzino e si giudica sporca, mostruosa. Secondo questo perverso meccanismo mentale, la colpa è sempre di chi si fa stuprare. Lo stupratore diventa quasi come un destino già segnato” – Dacia Maraini.
Non va cercata una giustificazione ma va cambiato il sistema. Quindi perché colpevolizziamo la vittima? Cercando inconsapevolmente di difenderci da violenza e paura, spesso ricorriamo a spiegazioni semplicistiche e poco fondate il cui unico obbiettivo è quello di rendere situazioni complesse più facilmente affrontabili. È questo il caso del victim blaming. Per difendere quella che secondo Lerner è la nostra concezione del mondo giusto, infatti, tendiamo a colpevolizzare chi ha subito violenze o disgrazie così da ovviare la possibilità di esserne oggetto. Se le situazioni negative dipendono direttamente da chi le ha subite, allora per chi è esterno diventa facile evitarle. È la comodità della spiegazione semplicistica, il suo essere rassicurante e avvolgente che ci porta spesso a ricorrervi. Ma questo tipo di atteggiamento che conseguenze si porta dietro? L’obbiettivo di questo contributo vuole essere quello di mostrare queste conseguenze, svelando la correlazione tra victim blaming e violenza. Il victim blaming esiste perché funziona. Così come i pregiudizi, infatti, atti a colpevolizzare la vittima o la sopravvissuta per ciò che le accade ci tolgono dall’incertezza; ci mettono al riparo dalla possibilità che eventi negativi possano essere fuori dal nostro controllo. Se gli eventi ostili derivano direttamente da noi e dalle nostre azioni, allora diventa facile evitarli. Così, per esempio, se non ci si veste in un certo modo o non si va in un tal luogo non si potrà mai essere stuprate.
Ma non è esattamente così che funziona. La realtà fattuale smentisce completamente queste convinzioni, ma si continua ad usarle perché sono efficaci. Victim blaming e indifferenza si configurano tra le vie più semplici e dirette per affrontare atti considerati inaccettabili. Attraverso questi stratagemmi ci copriamo il volto nel tentativo di estraniarci dalla situazione così come un bambino, convinto di nascondersi, si mette goffamente le mani davanti agli occhi: il tentativo di ottenere un rifugio il più velocemente possibile ci porta a trovare rassicurazione in convinzioni infondate. Ma che conseguenze si porta dietro questo “meccanismo di difesa”? Se da un lato può essere efficace e rassicurante per chi è esterno, dall’altro questo atteggiamento reitera, amplifica e rinnova le violenze creando maggiori difficoltà a chi sta cercando di fuoriuscirne o a chi riesce a sopravvivervi. Il tentativo di questo contributo è quello di svelare la correlazione tra victim blaming e violenza mettendo in luce l’infondatezza e le conseguenze del biasimo nei confronti della vittima. Per farlo ci si concentrerà soprattutto sui casi di stupro e sul victim blaming legato all’atteggiamento e ai vestiti della vittima. Bisogna sottolineare, però, che lo stupro non è l’unica situazione su cui si innesta il victim blaming e che gli argomenti che questa dinamica utilizza sono innumerevoli. Vestiario e atteggiamento, infatti, sono forse quelli più comuni, ma non sono i soli.
È ora di cambiare le cose. Prendere consapevolezza del nostro ruolo è il primo passo per evitare che anche solo una persona si senta abbandonata e abbia paura che una sua presa di posizione la porti a dover contrastare una violenza ulteriore: quella che la vede derisa, presa poco sul serio o non creduta. Essere consapevoli di questo meccanismo può essere il primo passo per supportare le persone che si trovano in difficoltà, quelle che stanno cercando di fuoriuscire dalla violenza o quelle che sono riuscite a sopravvivervi.
Non rimaniamo più indifferenti.
