Quando sono salito sul treno alla stazione di Follonica e dal finestrino del mio vagone ho visto i binari allontanarsi sempre più velocemente ho realizzato che stavo partendo.
Così sono diventato ramingo, come l’ultimo vagabondo del Dharma (o almeno sentendomi tale) ho iniziato il mio pellegrinaggio.
Forte e sicuro di questa mia condizione ho visitato ogni luogo e ho conosciuto ogni persona con una profondità e curiosità nuova, sincera.
Non era il visitare nuove città o nuovi paesi ad affascinarmi quanto quel disperato e quasi ininterrotto viaggiare, a volte anche per giorni interi, su treni mezzi sgangherati, conoscendo persone di questo mondo, vedendo paesaggi diversi scorrere via veloce dai finestrini e poi diventare un’unica cosa: non più luoghi diversi ma parti diverse di uno stesso luogo immenso.
Ogni ora, mattina o pomeriggio, ogni nottata passata ad attendere in stazione è diventata un momento per riflettere, per pensare a niente (una meditazione); entravo in una trance in cui mi abbandonavo alle vicissitudini e lasciavo che da queste nascessero altre opportunità.
Su un foglio un po’ spiegazzato ho scritto:
Seduto (ancora) sul pavimento
di una stazione
senza nome
guardo le persone
e mi abbandono
a certi pensieri
senza nome
che mi portano lontano
Poi le luci
e le voci
di pubblicità anonime
mi richiamano alla realtà
noiosa e ferma
e un'idea nasce
profonda in me:
il ricordo di un momento
pieno, assoluto
(forse un sogno).
Così si sono consumate molte di quelle giornate, in balia di un silenzio o di uno sbadiglio.
Vedendo luoghi sempre diversi inizialmente ero ammaliato da tutte quelle differenze che vi trovavo; poi è nato in me un senso di nauseante riluttanza dove non riuscivo più a cogliere quelle sostanziali differenze, dove tutti i luoghi mi sembravano in realtà lo stesso luogo, dove ogni edificio piazza o fontana mi pareva essere una copia di un’altra già vista: quando guardavo le case o le chiese vedevo le stesse pietre e gli stessi mattoni soltanto assemblati diversamente.
(E mi pare che non possa essere altrimenti: le cose sono soltanto parti di uno stesso vastissimo mondo e sono quindi le stesse, sono le persone, le civiltà, le etnie ad essere profondamente diverse e a rendere tali le cose vivendole).
Le persone sono il sale della Terra.
Il 2 luglio a Parigi scrivevo:
Seduto in una stazione
ascolto musicanti cantare
parole di questo mondo
e allora torno a credere
in un’umanità.
(Dietro passano militari armati
così vulnerabili, memorie
di un calore materno).

Questo viaggio è iniziato nell’incertezza di un’idea su un vagone di un treno e si è concluso con la certezza di un sogno sul ponte di una nave.
Nel buio della notte sdraiato sul ponte della mia nave nella più totale solitudine ho guardato il fumo bianco uscire dal fumaiolo e confondersi tra le nuvole scure e ho scritto:
Dissoluto ricordo d’estate; un’estate
calda piena giovane
Così questo mio tempo
si consuma in una nuvola
di fumo bianco nella notte
scura e umida senza stelle
di una nave
che fa rotta verso casa
(Perché viaggiare vuol dire anche dimenticare).
