Tutti nelle ultime settimane hanno sentito almeno una volta parlare del caso di Giulia Tramontano, ennesimo femminicidio che ha scosso la coscienza collettiva del nostro Paese.
Non vorrei soffermarmi troppo sulla vicenda di per sé, a quello ci ha già pensato la stampa, ma cercare di definire e comprendere cosa si intende con il termine “femminicidio” e perché si tratta di un problema molto più radicato di quello che sembra.
Prima di tutto c’è da specificare che questo termine non indica la vittima, bensì il movente della violenza: il femminicidio indica l’uccisione di una donna perché tale. E’ un omicidio di genere.
Non si tratta “solo” della morte di un essere umano che casualmente viene definito come donna, ma della morte di una donna per mano di un qualcuno che, in modo consapevole o meno, si è arrogato il diritto di decidere sulla sua vita, come se fosse un oggetto nelle mani di altri (compagni, amanti, uomini).
Il femminicidio però è solo la massima espressione di una violenza di genere che possiamo benissimo definire culturale, in quanto radicata profondamente nella nostra quotidianità da secoli (e questo spiega anche il perchè sia nata la necessità di definire un termine specifico per questo tipo di omicidi). Questo fondamento culturale viene anche chiamato cultura del possesso ed è un problema profondo, che persiste, spesso anche non-visto. Viene insegnato agli uomini fin da bambini e interiorizzato dalle donne stesse, fino ad arrivare al punto di non riuscire più a riconoscerlo. Si tratta di un vero e proprio impianto culturale che porta alla formazione di un determinato tipo di uomo (padrone), frutto di una educazione (spesso involontaria) che sviluppa la convinzione che l’uomo possa avere potere decisionale sulla donna.Queste convinzioni maschiliste impongono all’uomo di aderire a un’ immagine predefinita, uno “standard sociale”; è anche la paura di non essere visti “giusti” (mascolinità tossica) che porta poi a reazioni come la rabbia (aggressioni verbali che a volte possono sfociare in vere e proprie aggressioni fisiche).
Questa educazione inizia fin da piccoli, tramite genitori a loro volta “vittime” di questa cultura: l’idea della bambina che deve “sopportare” le forme di violenza, innocenti, di amichetti o fratellini, la possessività dei padri che viene romanticizzata (una vera e propria glorificazione del padre padrone moderno). Le conseguenze le si incominciano a intravedere già in adolescenza, con le prime relazioni romantiche e interazioni più mature.
Parliamo in questo caso della romanticizzazione della gelosia, percepita come una forma di amore pura, che sfocia spesso in divieti e limitazioni. Relazioni tossiche che, non solo vengono normalizzate, ma addirittura glorificate.
Ne vediamo esempi sui social, nella letteratura per ragazzi, così come nell’intrattenimento, la logica conseguenza è che questo tipo di comportamenti non vengono più identificati come dannosi.
Il possesso che sfocia in violenza, non sempre fisica ma non per questo non grave e pericolosa: oggi è il divieto di andare a ballare, domani il non poter indossare ciò che si vuole. E in questo modo si perpetua una narrazione distorta e non sana, che porterà inevitabilmente ad altre vittime.
Per questo non basta indignarsi di fronte ai fatti di cronaca, non serve insegnare alle ragazze come difendersi (come propone sempre qualcuno) o colpevolizzare il “folle” ( che poi un folle non è), l’importante sarebbe sensibilizzare partendo dall’infanzia, dalle scuole. Educare al rispetto e all’uguaglianza e insegnare a liberarci da tutti quei preconcetti e retaggi che ad oggi fanno ancora parte della nostra cultura ma che possono essere eliminati.

