Neon Genesis Evangelion, serie animata giapponese con Hideaki Anno alla regia, sin dal 1996, anno in cui è stata mandata in onda per la prima volta in Giappone (per poi approdare in Italia nel 2002), era destinata ad essere un’opera che avrebbe influenzato profondamente il mondo dei media, grazie alla profondità dei temi affrontati e alla maestria con la quale sono stati trattati.
Quando si parla di Evangelion ricorrono spesso alla mente concetti come la filosofia e la psicologia, e nonostante le apparenze dimostrino un’opera dall’impronta molto pop, questa unisce perfettamente elementi di quel genere a scelte stilistiche ed artistiche dalla spinta opposta (basti pensare solo alla contrapposizione tra scontri tra robot e temi complessi quali la ricerca del proprio sé e la depressione). Se all’inizio l’impronta pop è più marcata, con il passare degli episodi quei temi che inizialmente venivano in parte oscurati, si fanno spazio per deflagrare sul finale.
La trama in sé vede le vicende di un ragazzo di 14 anni costretto dal padre, freddo e distante dal figlio, a pilotare un gigantesco robot per difendere il mondo dall’assalto di creature aliene chiamate “angeli” : infatti, in seguito a quello che viene definito Second Impact, la popolazione mondiale è stata decimata, per l’improvviso innalzamento del livello del mare. Shinji, il protagonista, si troverà dunque ad affrontare non solo questi mostri che calano dal cielo, ma dovrà anche vedersela con i problemi adolescenziali, cioè un costante senso di inadeguatezza nei confronti del padre, una generale difficoltà nel relazionarsi con le persone e l’incapacità di compiere scelte per il proprio bene, tutti fattori che lo portano ad una quasi totale passività ed impotenza.
La serie è ritenuta da molti complessa e, in certi aspetti, incomprensibile ad un primo sguardo, dati i repentini risvolti di trama che creano approfondimenti e stimolano riflessioni. Se si completa la visione della serie, che conta 26 episodi, si noterà come gli ultimi due possano risultare una chiusura drastica e dalla connotazione inaspettata rispetto all’andamento delle puntate precedenti: ciò è dovuto ad un problema legato sia al budget sia al tempo, a causa dei quali l’autore dovette modificare la sceneggiatura di questi e chiudere il tutto in modo più raffazzonato, ma non meno poetico.
Da questa insoddisfazione nacque l’esigenza di ideare un film che interpretasse in maniera più completa e chiara il finale, ponendo l’accento anche su una maggiore spettacolarità degli eventi.
Così, dopo la pubblicazione di un film riassuntivo della serie (Nge: Death & Rebirth), fu pubblicato il film The End of Evangelion, il quale riuscì a chiarire una volta per tutte i dubbi dei fan.
Quindi è possibile dividere il finale di Evangelion in due parti convergenti tra loro: il finale a livello “interiore”, trattato negli ultimi due episodi della serie e che affrontano la psiche di Shinji e i suoi traumi, e il livello “esteriore”, ritratto nel film, che invece narra gli avvenimenti da un punto di vista esterno ; basti pensare al fatto che le ultime due puntate ricordino esteticamente un film avantgarde, mentre The End of Evangelion presenta un’estetica più apocalittica e cruda.
Parlando del finale dell’opera completa, notiamo come avvenga un’esplosione sia concettuale sia materiale e vengano risvegliati in modo definito e determinato quei temi psicologici e filosofici che sin dagli albori delle prime puntate erano latenti: infatti è in queste fasi che si tratta, senza parafrasare, della vera essenza di Shinji, che rappresenta l’uomo, e dunque lo spettatore, con cui si dialoga a viso aperto.
Qui l’autore attinge a filosofi come Kierkegaard, Freud e Schopenhauer, dalle dottrine filosofiche dei quali si traggono i punti cardine per creare una soluzione alle problematiche del protagonista, che attraversando un tremendo calvario trova una riconciliazione con se stesso e con gli altri. Dalla filosofia, Hanno sviluppa una sfumatura che porta l’attenzione sulla psicologia non solo di Shinji, ma anche di tutti quei personaggi che, interagendo con il protagonista durante tutta la trama, trovano anch’essi il proprio “io” che a livello psicologico raggiungono livelli di profondità inediti.
A livello artistico, come già anticipato, presenta scelte peculiari che, data l’enorme popolarità dell’opera, hanno influenzato in modo massiccio i media in generale, che spesso lo celebrano e vi si ispirano. Ad esempio nella serie è presente una scena dove troviamo il protagonista disegnato in uno stile semplice e scarno, che trova pian piano complessità quando vengono introdotte le figure di Misato, Rei ed Asuka, tre dei personaggi più importanti.
A livello artistico rappresenta senz’altro una scelta originale e molto impattante, la quale crea un climax che esplode alla fine in un turbine di emozioni, tra gli applausi e le congratulazioni che i personaggi rivolgono al protagonista.
Un’altra scena esemplare a livello artistico è possibile ritrovarla nel film : quando Hanno distrugge definitivamente la quarta parete inserendo una scena dove il pubblico viene ripreso ed esposto nella sala di un cinema e per le strade di Tokyo : questo espediente serve a stabilire una comunicazione più diretta tra opera e pubblico, ma anche per criticare la superficialità con la quale le persone hanno inizialmente affrontato la visione della serie animata.
In conclusione Evangelion è sempre stata un’opera particolarmente complessa i quali dettagli sono spesso sfuggiti agli occhi più superficiali o di chi cercava un interpretazione più rivolta alla trama rispetto alle tematiche trattate (criticità che sono state messe in risalto più volte dall’autore stesso). Consigliamo la visione sia della serie sia del film, poiché la visione ha una potenza tale da modificare la prospettiva con la quale ci si rapporta al mondo, e anche nel caso in cui ciò non dovesse accadere, Neon Genesis Evangelion lascia comunque una traccia di sé nell’animo di chi si interfaccia con esso.
