Il male politico

Nella tipica opera narrativa, come dichiara la legge di Propp, si snodano diversi personaggi con ruoli ben distinti: l’eroe, l’antagonista, il donatore, l’aiutante, l’oggetto, il mandante e il falso eroe. Ora, salta all’occhio che alcune delle categorie non siano necessariamente presenti in tutte le storie, per esempio, il falso eroe o l’aiutante; tuttavia l’opposizione tra protagonista e antagonista rimane il perno costante di ogni racconto. 

Sappiamo bene che con l’avvento dei nuovi media come il cinema all’inizio del novecento o con l’aggiornamento degli altri (si parla di letteratura, musica e le 

varie arti figurative) la relazione tra opera e fruitore sia cambiata profondamente. Prima di tutto l’arte è diventata, nel corso dei secoli e soprattutto nel novecento, di fruizione più popolare e non è più uno sterile gioco per ricchi, escludendo le opere folkloristiche e clericali, comunque difficilmente accessibili, mentre ci si apriva all’arte della comunicazione, del messaggio, del popolo, non a caso “pop”. Con la veicolazione di un messaggio che esula dalla religiosità o dal più semplice insegnamento fiabesco, come dalla spiegazione di alcuni fenomeni incomprensibili, nasce la volontà di comunicare idee e ideali più complessi, e, naturalmente, quelli politici non sono esclusi. Si può parlare, a fine ottocento, per esempio, della letteratura horror lovecraftiana, figlia di quella di Poe, dove la minaccia è sempre la conoscenza, l’esperienza dell’etereo, del sublime, del celato. In un certo senso questa non è che una reinterpretazione del concetto della famosa caverna platonica, tuttavia qui non ci si pone il quesito “è meglio sapere ed essere soli o restare ignoranti insieme?”, qui si parla di uomini spesso benestanti o del ceto medio, totalmente privi di una personalità che si sviluppi nel corso del racconto, senza un passato e spesso che scrivono diari postumi o prima dell’evento estremo, quindi privi di futuro. Quelle di Lovecraft sono pedine ferme che fanno da ricettacoli plasmati alla perfezione per la lettura che spetta alla moltiplice entità che rappresenta il lettore. Il dilemma etico, è chiaro, non si pone, il gioco è fatto, non resta che scoprire quella conoscenza eterea, quell’ ancestrale potenza cosmica, quel linguaggio, quella droga, quel Male. Dunque questo Male non ha connotazione politica, quanto più metafisica o etica.

Il 15 marzo del ‘37 tocca a Lovecraft vedere la morte, ma ciò che non arriverà mai ai suoi occhi sarà la Seconda Guerra Mondiale e l’impatto che lo spettro nazista lascerà nel mondo mediatico dopo la fine di questa. Quando in Giappone nascono i manga come Astroboy o Gen di Hiroshima, figli del trauma atomico, in Italia si parla di neorealismo e baraccopoli e in America del sogno americano. Dunque se anche prima i media contenevano le ideologie dell’autore, questo non fa che amplificarsi: ovviamente opere artistiche come la Colonna Traiana avevano scopo politico, ma dopo l’impronta fascista questo fattore si espanse e contagiò di ideali qualsiasi opera, se di contagio si può parlare. È chiaro che il Male siano ora il nazi-fascismo e il comunismo stalinista, per definizione le due politiche estremiste ed avendo causato entrambe molte cicatrici nella storia umana, gli ideali avversi alle due prendono piede nel popolo che cerca di evitare la damnatio memoriae che stava silenziosamente avvenendo nell’immediato dopoguerra. 

Coincidenzialmente Il 15 marzo di quest’anno è uscito Evil Dead Rise, stereotipico horror slasher/home invasion che evidentemente non ha pretese, ma che si rivela, almeno ai miei occhi e involontariamente, come un peculiare spaccato del momento mediatico in cui ci troviamo: ogni scena è già vista e prevedibile, l’ambientazione si rifa al bieco memorabilium anni ottanta di Stranger Things, riportato però nel 2023, con cellulari e tecnologie avanzate, le scene più gore non vengono mai portate a termine e lasciano un che di amaro in bocca, lo spunto di riflessione viene rifiutato e annichilito, ma quello che sembrerebbe essere un totale fallimento artistico, vale a dire un film senza capo né coda, sboccia nel pensiero che dà vita a quest’articolo: cos’è questo “Evil” del titolo, come agisce, e soprattutto, nella visione del regista che identità ideale ha? Il film tratta di una famiglia i cui membri vengono mano mano posseduti tutti da questo misterioso demone assetato di sangue e proprio durante la scena della possessione della madre avviene forse il punto chiave dell’idealismo cinematografico della pellicola: la protagonista urla “Basta!”, per qualche secondo il tempo si ferma. La quiete dura poco e la donna viene squarciata (fuori campo). La scelta di dare al film un casting prevalentemente femminile e dotare il lungometraggio anche di una bambina ferocemente sostenitrice del femminismo, si rivela pura e fragile facciata: quello che la scena inequivocabilmente sottintende è che l’urlo femminista contro lo stupro è totalmente privo di utilità e senso, poichè che senso ha cercare aiuto se la società non risponde e non cambia? È dunque forse inutile che un grido femminista sia lanciato? Non è allora, per uno stigma corretto e infrangibile, quello di essere sottomesse il ruolo delle donne? Questo è ciò che trapela nel corso del film. La famiglia, che manca del padre, è in totale balia del mostro perché priva della figura su cui fare affidamento, che viene presa però in carico dal personaggio della zia, che si dimostra incapace di gestire la situazione e viene tratta in salvo solo da un deus ex machina finale che contraddice i presupposti iniziali e basilari del film e utile solo a riordinare i cocci di quel frantumato strato di perbenismo con cui si presenta il film. Si potrebbe poi discutere della politica anti-armi della scena in cui uno dei personaggi prova ad uccidere la madre posseduta con un fucile fallendo, ma questo è un tema così ricorrente nell’horror che è difficile pensare sia un vero e proprio rimando politico, quanto più un espediente narrativo atto a creare nervosismo e senso di una inevitabile e incombente fine tragica. Dunque, se si commette una fallacia così grande nell’esporre un’argomentazione fantoccio tramite il film, atta ad attirare il pubblico più che ad alimentare l’onda attivistica per le donne o per la comunità LGBT, altro elemento presente nel film, e lo si fa addirittura in un film che la pretesa di comunicare un messaggio preciso non la ha, il fallimento è incontrovertibile e inequivocabile.  

In chiusura, è mia premura segnalare come in tutte le opere, dunque, anche quelle che non hanno la pretesa di dare un messaggio politico come Evil Dead Rise (La Casa – Il risevglio del male, per il pubblico italiano) vengono a galla gli ideali dell’autore, che si schiera, si direbbe, contro il femminismo, volendo però conservarne il valore commerciale.

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