“Ventiduenne studente di economia all’università di Palermo si toglie la vita prima dell’inizio della sessione.”
“Studentessa di diciannove anni si suicida nella sua università :“La mia vita è un fallimento.”
Sebbene non sia una novità, nell’ultimo periodo il nostro paese è stato bombardato da notizie flash di continui suicidi e malesseri legati al mondo dell’istruzione e delle università.
Ma cosa sta effettivamente succedendo agli studenti italiani?
L’attuale sistema scolastico italiano, universitario e non, si sta rivelando degradante sotto diversi punti di vista.
La competitività, l’esclusione, la perenne richiesta dell’eccellenza, normali ripensamenti sulla propria vita e sulle scelte prese sono solo alcuni dei motivi che fanno crollare i ragazzi.
Tra i banchi scolastici viene sempre oscurata la parte più fragile e umana di ognuno di noi.
Avere domande, dubbi, ripensamenti, curiosità è molto spesso motivo di imbarazzo tra gli stessi compagni di classe che si ostinano vicendevolmente a mostrare la parte migliore di sé, sottraendo sempre più spazio a quella che ha bisogno di chiarimenti.
Parlando come studentessa e frequentando quotidianamente questi ambienti, credo di essermi fatta un quadro generale della situazione e di aver elaborato brevi catastrofiche conclusioni.
Noi giovani, prima come studenti poi come adolescenti, viviamo seguendo un discorso precedentemente preparato: per noi è impossibile affacciarsi a un qualsiasi evento senza prima aver svolto una dettagliata scaletta di cose da fare, da dire, da evitare…
Così facendo, creiamo e mostriamo un’immagine di noi distorta, dettata e basata sul pensiero altrui e sulla paura di apparire per quelli che si è.
Fin da piccoli molti di noi, quelli relativamente più fortunati, vengono incitati a pensare al proprio futuro, presentato come imminente, e a creare un sogno perfetto, per poi essere pronti a rincorrerlo per tutta la vita, senza ripensamenti, senza cambiamenti, senza farsi domande che possano comprometterlo ,senza intralci che lo possano rallentare; bisogna avere un ritmo costante, veloce, senza soste.
In queste vite preconfezionate non viene considerato il vero benessere della persona; sembra un enorme paradosso, ma nella nostra visione perfetta delle cose, tendiamo a dimenticarci quello che siamo tutti: umani.
Non siamo una macchina perfetta, e quando ci permettiamo di fermarci non siamo un sistema difettoso; anche in quei momenti, dove sembra che le nostre fragilità stiano prendendo il sopravvento, rimaniamo semplici essere umani.
Incredibile come gli ideali che ci vengono insegnati fin da piccoli, in un minuto vengano spazzati via.
La gentilezza, il rispetto, l’aiuto reciproco non sono i benvenuti nelle scuole, a differenza del calpestare gli altri per raggiungere agevolmente i propri obiettivi che di fatto è uno dei metodi più ricorrenti.
Dove sta in tutto questo la conoscenza, l’istruzione, la dedizione, la passione e la curiosità per lo studio?
Dove sta in tutto questo la scuola?
L’istruzione, la scuola, lo studio possono essere casa, ma non possono essere mondo, non possono essere il motivo per cui nasciamo e moriamo, non possono renderci schiavi di un sistema che alla base non funziona e che rende i numerosi giovani ambiziosi e intraprendenti, corpi anonimi persi tra pile di fogli e con niente da dire.
So cosa significa rifugiarsi nei libri scolastici; per quanto piccola, ero sicura di quello che volevo e così progettai tutto il corso della mia esistenza.
Non mi sono mai fermata, respiravo a fatica e non avevo idea di che cosa ci fosse al di fuori del perfetto teatrino che avevo messo in piedi, con colonne di eccellenza, con il sipario sempre spalancato su un palco in costante movimento e su un’infinita platea insoddisfatta mascherata da finti sorrisi.
Un giorno, d’improvviso, accadde qualcosa che non avevo programmato e vidi il teatrino da me tanto amato cadere a pezzi tra le mie mani.
Siamo sopraffatti dalle assurde aspettative che ci vengono presentate come unica via percorribile, dai casi prodigiosi che vengono mostrati come unica verità esistente all’interno del mondo scolastico, offuscando ancora una volta i bisogni primari degli studenti.
Non siamo svogliati o pigri, al contrario, abbiamo fame di conoscenza, di quella vera, completa, ma vogliamo anche avere il coraggio di sbagliare e di mostrarlo agli altri.
Puntiamo ad essere persone migliori con una consapevolezza tale da permetterci di elaborare un pensiero critico tutto nostro e non limitarci ad essere contenitori di nozioni e di sentenze altrui.
Ricordando con entusiasmo il discorso riguardo la costituzione pronunciato da Pietro Calamandrei, ne riporto una frase che, sebbene racchiusa in un discorso più ampio e di maggiore spessore, è importante da sottolineare per la prosecuzione di questo articolo:
“La costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.”
Con queste parole Calamandrei si riferiva all’indifferentismo per la politica da parte dei giovani, io invece uso le medesime per far luce su un altro sbaglio che commettiamo frequentemente noi studenti, cioè quello del vivere passivamente la scuola, nonostante quest’ultima, prevalentemente nel nostro paese, ricorra esclusivamente a lezioni frontali.
Questo porta a un indifferentismo da una parte e dall’altra della cattedra, delimitando ancora una volta il confine tra studenti e insegnanti, accentuandone la distanza ed escludendone un confronto.
Ricollegandomi al principio del mio articolo, non è giusto voler morire a vent’anni anni, non è giusto sentirsi “niente”o “vuoti” o
“immeritevoli” quando abbiamo appena imboccato la nostra strada.
Vogliamo il diritto di perderci per poi ritrovarci e, infine, per saper gestire con cautela le nostre vite e non farcele scivolare addosso ignorandone il valore intrinseco.
Concludo con una citazione di Samuel Beckett che esprime l’essenza del mio discorso:“Ho provato, ho fallito. Non discutere. Fallisci ancora, fallisci meglio.”
