BRACCIO DELLA MORTE: GLI INNUMEREVOLI “SBAGLI” E I VOLTI DEGLI INNOCENTI.

Nel braccio della morte vengono reclusi, anche per anni, i carcerati provenienti dai penitenziari di maggiore sicurezza che aspettano la propria esecuzione.

Gli Stati Uniti rientrano nella lista dei 55 stati dove la pena di morte non è solo contemplata come provveddimento giuridico totalmente legale, ma anche messa in atto. 

Inoltre questo paese possiede il rivoltante tasso di condanne a morte tra i più alti al mondo.

Lo definisco rivoltate non perché il paese da me trattato ha una particolare attitudine nel risolvere casi di omicidi, ma perché alcuni fattori influenzano i processi di carcerazione.

La razza e il basso reddito dell’imputato sono i requisiti ideali per far agire ingiustamente e illegalmente il sistema e a quel punto, di fronte a individui appartenenti a queste due categorie, è facilissimo inventarsi storie orripilanti e farle apparire come veritiere e banalmente comuni.

La discussione riguardante il metodo più opportuno per affrontare questo tipo di situazioni è molto discusso con ideologie e mentalità diverse che portano avanti con fermezza le proprie idee; proprio per questo io non aggiungerò la mia opinione, ma mi concentrerò su un’altra faccia della medaglia, quella dei continui “sbagli” commessi che hanno condannato per sempre molti innocenti.

Kwame Ajamu, Sabrina Smith, Juan Meléndez, Shujaa Graham sono solo alcuni tra gli innumerevoli nomi che negli anni sono stati accusati di un crimine che non avevano commesso.

Tutti loro sono stati detenuti nel braccio della morte e condannati alla pena di morte; tutti per omicidi, alcuni avvenuti molti anni prima, di cui non si era riuscito a trovare il vero colpevole.

Kwame Ajamu, che all’epoca si chiamava Ronnie Bridgeman, venne incarcerato per l’omicidio di un agente finanziario a 17 anni a causa di una falsa testimonianza fatta da un tredicenne.

Non era presente alcun tipo di prova che potesse affermare le parole del ragazzo, e non vennero neanche cercate; le poche voci che avevano testimoniato dicendo che Bridgeman non era presente nei luoghi del caso non vennero né ascoltate né presentate durante i processi. 

Il ragazzino cercò di ritirare le accuse ma la polizia non glielo permise, minacciandolo di arrestare i genitori. Non se ne parlò più per anni, trentanove anni di assoluto silenzio, fino a quando finalmente la falsa testimonianza e la condotta illecita della polizia vennero rese note in un’udienza collegata al suo caso. 

Sabrina Smith a 18 anni venne condannata per l’uccisione del figlio. Ancora una volta, i difensori d’ufficio non convocarono chi sapeva ed era pronto a sostenere  che le lesioni sul corpo del bambino erano compatibili con i tentativi della madre di rianimarlo. 

Dopo 5 anni la ragazza venne assolta.

Il suo caso è degno di nota poiché è una delle due sole donne prosciolte da una condanna a morte negli USA.

Juan Meléndez venne scagionato dopo 17 anni di detenzione, grazie alla confessione registrata dal vero assassino.

Questa registrazione esisteva già da tempo e il pubblico ministero, non solo ne era a conoscenza, ma la tenne nascosta senza condividerla.

Shujaa Graham ha trascorso parte dell’adolescenza in strutture di detenzione minorile. In seguito venne condannato per l’omicidio di una guardia carceraria. Dopo sei anni da quel giorno, la Corte Suprema annullò la sentenza, poichè al processo l’accusa aveva deliberatamente  escluso i giudici neri. Un nuovo processo lo portò alla assoluzione dopo altri 3 anni.

Questi volti condividono la stessa, terribile esperienza che lascia un’impronta indelebile in ognuno di loro. 

E sì, lo stato può tentare di risarcire la persona interessata, ma non è in grado di restituirgli il proprio passato e i mezzi per recuperarlo e viverlo.

Anni,interi anni, a non conoscere il proprio avvenire, ad aver paura e non riconoscersi più, a sentirsi estremamente inadeguati nel proprio corpo e a mettersi costantemente in dubbio: questo è quello che hanno dovuto attraversare. 

La vita che li aspetta fuori è disorientante tanto quanto quella passata dietro le sbarre. 

Quel peso morto che pesava sulle loro spalle durante la carcerazione non scompare varcata la soglia di casa: sono destinati a portarselo dentro. 

Il ricordo delle atrocità che hanno passato è invalidante e non tutti riescono a tornare ad una normale quotidianità.

Usare l’odio come arma, il razzismo come scusante è inaccettabile ed è altrettanto impressionante che bisogni ribadirlo ancora. 

Queste, purtroppo, sono le cose che scoraggiano profondamente la mia speranza nei confronti di questa umanità.

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