La fine della povertà?

È il 1974. Il Bangladesh, con 73 milioni di abitanti e una densità di popolazione tra le più alte al mondo, è stato di recente colpito da una grande carestia. Dall’Occidente sono arrivati 30 miliardi di dollari nel 1973, ma sono tutti stati intascati dall’oligarchia locale e neanche un centesimo è andato a sostegno dei bisognosi.
Il paese vive uno dei momenti più bui di tutta la sua storia ma, come spesso accade, nelle situazioni di crisi nascono importanti opportunità di riscossa.
Muhammad Yunus, illustre economista bengalese, ritornato in patria dopo aver insegnato qualche anno presso Middle Tennessee Sate University, negli Stati Uniti sente che deve fare qualcosa per la nazione che l’ha cresciuto e che ora si trova in difficoltà.
Egli si reca a Jobra, uno dei villaggi più umili del Bangladesh, accompagnato da alcuni studenti di economia dell’università di Chittagong, e qui vaga cercando di dialogare con i meno abbienti, per studiare i loro stili di vita e conoscere le cause della loro povertà.
Yunus presto incontra delle donne poverissime che passano il giorno a fabbricare sedie di bambù. Esse sono costrette a vendere i loro prodotti alle stesse persone da cui hanno acquistato la materia prima e in questo modo non guadagnano praticamente niente. Per fare uscire le malcapitate da questa condizione sarebbe sufficiente fermare questo circolo vizioso con un prestito non superiore ai 30 dollari, una cifra insignificante.
Il problema è che le banche non prestano soldi ai nullatenenti, quasi tutti analfabeti e senza alcun tipo di garanzia, soprattutto se a richiedere il prestito sono delle donne, ritenute incapaci di amministrare le finanze.
L’economista dunque teorizza il sistema dei microcredito in cui piccole quantità di denaro sono date ai bisognosi al fine di raggiungere un’autonomia economica e finanziaria.
Esso non è un’elemosina, ma un investimento sulle qualità e sulle capacità di una persona a cui viene data la possibilità di fuggire da una situazione di estremo disagio.

La Banca Agricola del Bangladesh appoggia la scoperta di Yunus e apre una filiale sperimentale a Jobra che prende il nome di “banca Grameen” (=del villaggio) dove lavorano quasi esclusivamente donne.
Questo è un dettaglio importante, infatti proprio perché gli impiegati sono per lo più giovani ragazze, anche le donne in difficoltà trovano il coraggio di ricorrere ai prestiti della Grameen.
Il nuovo sistema bancario si diffonde in Bangladesh e migliora le condizioni di vita in centinaia di villaggi, migliaia di persone che grazie a poche decine di dollari si emancipano, si trasformano in membri produttivi della società.
Nel 1983 la banca diventa indipendente sotto gli occhi dei più importanti banchieri bengalesi, scettici e impauriti che il decremento della povertà possa rompere il fragile equilibrio politico e sociale di una nazione giovane e devastata.
Tuttavia gli anni successivi vedono trionfare Yunus e la sua idea rivoluzionaria, che si espande in altri paesi in via di sviluppo e non solo. La Grameen Bank comincia ad operare anche in Occidente, nei quartieri più in difficoltà delle grandi città francesi e statunitensi e migliora le vite di moltissimi cittadini dell’Europa dell’est, in crisi dopo il recente crollo dell’URSS.
Nel 2006 Yunus vince il Premio Nobel per le pace per aver ideato il sistema del microcredito moderno e, proprio durante la premiazione, egli pronuncia un discorso carico di ottimismo e di speranza per il futuro concludendo il tutto facendo la seguente affermazione: “un giorno i nostri nipoti andranno nei musei a vedere cos’era la povertà”.
La Grameen Bank ancora oggi continua ad essere l’ancora di salvezza per decine di milioni di persone, dal 2017 anche in Italia.
Muhammad Yunus, oltre alla banca, gira per il mondo tenendo lezioni sul Social Business, una forma di iniziativa economica che concilia le dinamiche del libero mercato con la sostenibilità ambientale ed i diritti umani e civili, insegnando alle giovani menti come costruire un mondo libero dai principali problemi del nostro tempo.
Noi Occidentali tendiamo a far finta di non sapere che l’80% della popolazione globale vive e lavora solo per mantenere alta la qualità della nostra vita, complici di un sistema capitalista spietato e disumano, ma la storia di Yunus dimostra che un mondo diverso, retto dai valori dell’uguaglianza e del rispetto dell’ambiente, è teoricamente possibile e sta solo a noi giovani e alle future generazioni batterci per fare sì che un giorno la povertà sia solo un ricordo lontano, lasciato a prendere polvere sul piedistallo di un museo.

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