La meraviglia dei fuochi d’artificio

“3… 2… 1… buon anno nuovo!”

Le famiglie stappano lo spumante e brindano al nuovo anno allo scoccare della mezzanotte del primo gennaio, mentre fuori i fuochi d’artificio esplodono dando vita a forme e figure colorate che si stagliano nel cielo notturno.

Già, quei bellissimi e luminosi fuochi d’artificio che solo l’anno scorso in Italia hanno causato la morte di una persona e ben settantanove feriti. E allora “buon anno” non suona più così bene.

Non molti infatti sanno che i fuochi artificiali possono essere vere e proprie armi e, se usati incautamente, possono provocare danni a cose e persone.

Ma qual è la storia dei “botti” più amati da bambini e adulti di tutto il mondo?

Innanzitutto, per scoprirlo dobbiamo spostarci dall’altra parte del mondo, in Cina. Eh già, i primi fuochi d’artificio erano made in China.

Tra l’800 e l’anno Mille, sotto la dinastia Song, era stata infatti scoperta la polvere da sparo, una polvere di colore nero composta da carbone di legna, salnitro (cioè il nitrato di potassio) e zolfo.

Inizialmente fu utilizzata in riti religiosi e feste, dove il rumore causato dalla loro esplosione era usato per scacciare gli spiriti maligni e purificare gli ambienti.

Ma, come è purtroppo chiaro, il suo impiego fu prontamente investito anche nell’utilizzo bellico: sappiamo infatti che i Cinesi utilizzarono la polvere da sparo contro i conquistatori Mongoli.

Non è chiaro come però sia arrivata in Europa. Alcune testimonianze additano gli stessi Mongoli come i primi importatori, altre gli Arabi, altre ancora viaggiatori come Marco Polo che percorrevano la Via della Seta.

Una cosa però è certa: già nel XII secolo, nonostante la proibizione della vendita agli stranieri attuata dal governo Song, la polvere da sparo (conosciuta al tempo come “neve cinese”) era approdata nell’Occidente.

E proprio a un padre francescano inglese si deve la formula della polvere da sparo tutt’ora utilizzata, cioè Ruggero Bacone, alchimista e filosofo, che la riportò nell’epistola “De secretis operibus artis et naturae, et de nullitate magiae” del 1245.

Per un ritorno all’utilizzo di questa polvere per motivi ludici dobbiamo aspettare almeno un secolo e spostarci in Germania, dove verso la metà del XIV secolo nacquero le prime fabbriche pirotecniche (dal greco – pyros -, “fuoco”) per spettacoli.

Ed è così che la polvere da sparo tornò ad essere utilizzata in feste religiose e spettacoli teatrali, matrimoni e cerimonie.

Ma non dobbiamo pensare alle scintille colorate a cui siamo abituati oggi.

Gli unici colori che avevano al tempo erano l’arancione e il giallo (dovuti allo zolfo).

Per assistere ai primi fuochi d’artificio di altri colori si dovrà attendere fino al 1800, quando il chimico francese Claude Louis Berthollet unì del cloruro di potassio alla polvere da sparo, riuscendo ad ottenere un colore simile al viola.

Da là per ottenere gli altri colori furono così utilizzati molti altri sali, come quelli di sodio, litio, stronzio, bario e rame, mescolati anche tra loro per ottenere tonalità intermedie.

Ad oggi, la scuola napoletana è una delle maggiori produttrici e sperimentatrici in ambito pirotecnico ed è riconosciuta a livello mondiale.

Per rassicurare però i più preoccupati: la polvere da sparo dei fuochi d’artificio oramai non è più quella utilizzata nella armi da fuoco.

Ciò non significa che però sia innocua, ed è quindi necessaria una speciale attenzione nella scelta e nell’utilizzo del prodotto, al fine di festeggiare in sicurezza e divertirsi in comunità.

Allora, che aspettiamo? Dai che tra poco c’è il countdown!

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