Tutto inizia nel 2002 quando Rodolfo Lacquaniti lascia Firenze, capitale di un’arte ridotta al solo lusso, per spostarsi nella Maremma di Castiglione della Pescaia per ristrutturare un vecchio casale. Quando lascia Firenze, dove si laurea e diventa bio architetto, è insoddisfatto, non tanto dell’arte in sé, che lì raggiunge i massimi livelli di perfezione, quanto di come è vissuta, con quella fastosità così lontana da quell’intimo confronto che cerca. E’ evidente fin da subito una certa sensibilità: si oppone al pregiudizio che riconosce come utile solo ciò che è funzionale al processo produttivo di consumo. Al centro della sua arte c’è infatti il riciclo di materiali di scarto. Durante la visita guidata a cui ho assistito lui stesso ha detto che in tutti gli anni trascorsi a creare non ha speso nessuna forma di denaro per i materiali utilizzati.
Viaggio di Ritorno è il nome che ha scelto per il suo giardino. Il ritorno annunciato dal titolo è un ritorno all’unione infantile con la natura e con l’umanità. ‘Non ho fatto che tornare dove ho iniziato il viaggio’ (John Williams), cita lo stesso Lacquaniti. Quando tutto va avanti, in direzione del più sfrenato progresso, c’è chi sceglie di cambiare direzione, tornare indietro e prendere una via diversa, più a misura d’uomo. Montanari scrive: ‘esiste anche un’altra arte, un’arte che serve a tornare. A tornare umani’. Questo è Lacquaniti e ciò che forse più si avvicina al suo Universo artistico.
Entrando nel giardino si ha l’impressione, in principio, che la maestosità delle installazioni non si amalgami con l’ambiente circostante di campi coltivati. Gradualmente tutto cambia. E’ un divenire. Impercettibilmente si viene catturati e trasportati in un’altra realtà. Una realtà che non è fuga ma una forza alla quale si attinge per cambiare il mondo.
Forse è proprio la sua figura, dell’artista stravagante, a dare armonia all’intero percorso.
Una persona alta, magra, elegante, con dei grandi occhiali neri che indossa anche a sera inoltrata, che ti accompagna durante tutto il percorso spiegando le fasi costruttive e la storia delle opere. Porta con sé una piccola cassa musicale che emette melodie sempre diverse a seconda dell’opera. Il connubio tra la musica, le sue parole, e la sua voce, calda e tranquilla, crea l’ambiente perfetto per un’esperienza unica, quasi mistica.

La vera rivelazione giunge al termine del percorso, nella stanza dei cavalieri. Dentro questo immenso capannone una schiera di cento figure umanoidi sfilano guidate da un cavaliere solenne e inquietante. Sempre Il Montanari ne parla come di una sorta di Medioevo galattico. Trovo che questa espressione sia estremamente azzeccata poiché contiene due parole appartenenti, nell’immaginario collettivo, a realtà completamente diverse, opposte: prima il Medioevo, che vuole indicare il passato, e poi il galattico che indica il futuro, il dopo. Passeggiando per le vie del giardino ho sentito forte questo legame tra antico e moderno. Queste figure create con materiali prevalentemente moderni, anche tecnologici, che richiamano una verità crudele, decadente, che al tempo stesso si rivela inevitabile.

Ma il vero significato di questa grande installazione sembra restare occulto: sebbene così straniere queste figure sembrano avere una familiarità recondita con la nostra anima, come ci fosse un legame invisibile ma fortissimo che ci vuol dire qualche cosa che non riusciamo a comprendere. Questi mutanti fanno riflettere sulla nostra imprescindibile precarietà. Transitorietà e mutevolezza sono verità di cui l’arte è testimone e che allo stesso tempo vorrebbe superare, e forse ci riesce.
“O voi che andate
Non ci sono strade indicate”.
