Antiporno – corpi, oggettificazione, traumi, identità

Sion Sono, regista giapponese dei più audaci tra i moderni, partorisce nel 2016 uno dei suoi film più riusciti: Antiporno, una pellicola postmodernista, surreale, confusionaria, viscerale, sporca, ma al contempo pura e sacra. Con questo film, comunque, Sion Sono non si discosta sicuramente molto dal suo peculiare stile violento e massacrante, stavolta però più dal lato psicologico che dal lato fisico, a contrario di, per esempio, Strange Circus (del 2005) o Prisoners of the Ghostland (del 2021). Tuttavia, ciò che identifica le opere di Sion Sono è sicuramente l’estremizzazione di azioni e reazioni e la distruzione di qualsiasi carattere la società giapponese, ma anche la moralità comune, impongano, svuotando l’individuo e scavando negli antri più reconditi e oscuri del corpo, reso ormai bambola e strumento, a tutti gli effetti non più che un pennello delle mani del regista.

Durante il corso del film possiamo notare tre periodi principali, pur non essendo esplicitamente diviso in parti, infatti, ci sono drastici cambi in determinati punti, secondo i quali la pellicola può, appunto, essere divisa. I tre sono, in ordine: la fase dell’immaginazione e del mondo perfetto, la fase della realtà e della messa in scena dei traumi e, infine, la terza parte si occupa di spiegare, in modo piuttosto criptico, cosa porti in fondo la protagonista a fare determinate scelte e determinati gesti.

Antiporno non tentenna, dunque, nel seguire quella linea stilistica che percorre tutta la carriera del regista e si presenta, in apertura, con un ballo armonioso e narcotico, interrotto bruscamente per virare su un lungo piano sequenza in cui la protagonista, Kyoko va prima in bagno, poi si veste, balla, guarda un filmato pornografico (di cui lei stessa scopriremo essere l’interprete) e infine torna in bagno per vomitare. É chiaro che i primi minuti vogliano creare uno straniamento scandaloso e tremendo, che, in realtà, accompagna lo spettatore per tutto il corso dell’opera. Con la comparsa di un altro importante personaggio, l’assistente di Kyoko (che scopriamo essere un’artista), Noriko, e dal modo in cui viene trattata, vediamo come il personaggio principale sia caratterizzato da una grande arroganza che, probabilmente, in fondo, è stata foriera della sua follia. Iniziano ora una serie di riprese strazianti in cui Noriko è vittima uno stupro e di tremende umiliazioni, mentre Kyoko tiene un’intervista sulla propria arte e sulla libertà delle donne in Giappone, è quindi interessante vedere come una scena possa essere così contraddittoria e surreale, pur avvenendo nella stessa stanza. In questa fase del film si tratta, dunque, della libertà delle donne e del loro diritto di essere prostitute, qualora lo volessero essere; viene, quindi, meta-narrativamente, posto in gioco il tema più importante della prima fase: la contrapposizione tra oggettificazione “imposta” e oggettificazione “voluta” della donna. Secondo Sion Sono, o quanto meno secondo la protagonista Kyoko, una donna deve avere la libertà di essere, in modo volgare, ma fortemente simbolico, citando testuali parole: “una puttana”, mentre però viene molto più sofferta l’oggettificazione  imposta e idealizzata della donna da parte degli uomini giapponesi, che a detta della protagonista hanno concesso una libertà solo simbolica e che le donne non sanno far diventare concreta, per timore più che per altro.

Taglio. La telecamera si sposta, inquadra un set cinematografico. Improvvisamente tutti urlano contro Kyoko e la umiliano nei peggiori modi, i ruoli si invertono. Ora è la protagonista a subire una tremenda tortura sia psicologica che fisica, stavolta per davvero, ma cos’è reale? Questa è la domanda che accompagna lo spettatore mano nella mano per il resto del lungometraggio, il pubblico non vede chiaramente ciò che succede così come Kyoko, che sembra creare e plasmare inconsciamente la realtà. Da questo punto del film veniamo gettati in delle rapide confusionarie di simbolismi, accenni e tematiche tutte sovrastanti e annichilenti, stranianti e struggenti. Scopriamo lentamente che è tutto da ricondurre ai traumi legati al sesso di cui soffre Kyoko, che in realtà risulta essere una studentessa di diciotto anni. Infatti la ragazza è cresciuta in una famiglia piena delle contraddizioni tipicamente messe in scena dal regista giapponese: ipocrisia e finto tradizionalismo affogano il ceto medio-alto, sempre più decadente e ammuffito, quanto tossico, del paese del sol levante. Nella famiglia di Kyoko il sesso è sempre stato demonizzato e trattato come una cosa oscura e tremenda, che, una volta avvenuta, sciupa il corpo e l’animo, per poi scoprire che in realtà il padre e la compagna fanno continuamente l’amore nei modi più spudorati e sfacciati, quasi consapevoli di essere guardati dalle due figlie. Per quanto riguarda la sorella, appunto, Kyoko sembra averla vista suicidarsi. In realtà non è chiarissimo come e cosa succeda, infatti il suicidio avviene in una delle scene iperboliche e oniriche che si trovano circa a metà del film, la parte più caotica e struggente. Ovviamente questo avvenimento ha lasciato una ferita profondissima nella psiche di Kyoko e dunque la vediamo creare un simulacro simbolico della stessa durante “la fase dell’immaginazione” in cui appare sotto forma di fantasma. 

Nell’ultima fase, più onirica e surreale, quanto scoordinata e folle, vengono tirate le somme di tutto il film con un potentissimo climax ascendente che si conclude nel rotolarsi, da parte dei personaggi, in secchiate di colori e fondersi con loro, come atto ultimo di ribellione verso il mondo e verso la vita. Nell’ultima parte infatti possiamo vedere quella che è in effetti “la realtà”, ovvero che Kyoko, una studentessa dociottenne, dopo essere tornata a casa e aver trovato i genitori che facevano sesso, annuncia loro la sua comparsa in un film prevalentemente pornografico (le scene della prima fase), perciò il padre comincia a sbraitarle contro e Kyoko risponde chiedendogli di “amarla”, riferendosi ovviamente al fare l’amore. Il padre la respinge, naturalmente, disgustato, e così la ragazza corre fuori casa e chiede al primo sconosciuto di toglierle la verginità, mentre lei riprende l’atto, immaginando di avere una troupe che la seguiva. Il film si chiude dunque con il climax e la deflagrazione che sono da sempre marchio di fabbrica di Sono; le corse, le urla, i pianti, le risate, i corpi che si rotolano, si abbracciano, accarezzano, sputano e si contorcono, lasciano sempre un segno nello spettatore, quasi una ferita, un taglio scriteriato e quanto più possibile umano.

Antiporno, come l’altro capolavoro del regista giapponese, Love Exposure, che spesso mette in ombra le altre apprezzabilissime opere dello stesso autore, mette quindi in scena, prima di tutto, l’umano, in questo caso la donna, oggettificandone corpo ed emozioni, immortalando il lato più primordiale ed emozionale di una società, quella Giapponese, che non accetta e si chiude violentemente davanti a queste espressioni del sé, così violente e irreprimibili, che rifiuta l’elaborazione del trauma e tiene così tanto alla rettitudine. Infatti l’autore si distingue sì in terra natia, ma anche in occidente per la sua potentissima visceralità e cattiveria spudorata, con un profondo odio verso qualsiasi convenzione, anche cinematografica si direbbe a volte, ed è proprio in questo che raggiunge e tocca a piene mani il capolavoro: in una società in cui l’Io è represso, l’urlo e la distruzione sono le uniche vie d’uscita. Nelle opere di Sono il corpo, l’animo e anche la pellicola si squarciano alle urla di una studentessa che cerca la propria sessualità, di un ragazzo che cerca la propria Maria, di un uomo che cerca la propria stabilità tra mondi che si autodistruggono e sovrappongono o di un regista che vuole liberarsi dei personaggi del proprio film, insomma, davanti alle grida di un solo, ma molteplice, umano.

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