Tutte le definizioni di cinema sono state cancellate.
Jonas Mekas
Tutte le porte sono ora aperte.

Anni ‘60, quartiere di Shinjuku, Tokyo: dopo la resa del Giappone e il subentro della cultura occidentale, il pensiero della Beat Generation risveglia gli intellettuali e i primi bohemien nipponici, e li influenza a trovare liberazione nelle nuove politiche liberali adottate dall’Impero ora filoamericano; il Genet è frutto di questa epoca, una rossa mela nata dal giovane albero dello sfrenato e psichedelico edonismo anticonformista hippie, che ha assorbito nutrimento nel, seppur devastato, fertilissimo suolo postbellico, esso non è altro che un oasi per il circolo libertino della capitale, e lì si sta tenendo la più aspra della battaglie per la successione al trono: il titolo di madam di quel rinomato gay bar, essere la compagna del gestore e detenere totale egemonia sulle cortigiane e cortigiani minori e i locali della stessa zona. In questo continuo graffiare la superficie di una realtà isolata, ma che, al tempo stesso, non sembra avere confini, si rivelano le ipocrisie di queste povere anime tormentate sulla loro condizione peccaminosa e serpentina, completamente bagnata nello Stige della malizia umana e la sua intrinseca tragedia.

Questo è l’incipit de Il Funerale delle Rose (薔薇の葬列, Bara no Sōretsu), film del ‘69 scritto e diretto da Toshio Matsumoto, a quel tempo sconosciuto regista della nascente avanguardia artistica giapponese, un piccolo demiurgo che sotto il velo intellettuale e satirico di aver creato nient’altro che “una parodia dell’Edipo Re” ci presenta il ritratto di un’intera generazione e la loro zeitgeist, un’opera che di per sé trova autorialità soltanto nella simbologia e cripticità della pellicola, poiché da sola sembra essere una registrazione semi-documentaristica, venuta da sé, sullo stile di vita giovanile, le comunità queer di Tokyo, l’incombente trasgressione artistica avanguardista, la psichedelia e l’uso di stupefacenti da parte dei suddetti gruppi, il loro rapporto contraddittorio con la violenza nella vita e nelle proteste studentesche, il loro rapporto con la guerra, e con la Guerra, la prima superata nel ‘45 ma ancora purulenta e infetta di traumi sociologi e politici ancora oggi non cicatrizzati, la Seconda personificazione diretta di un aspetto della condizione umana, indifferente alla sofferenza altrui e velatamente megalomane ed animalesca, la fusione finale dei sette peccati capitali e mille vizi dell’uomo: ogni volta nessuno viene giudicato, il regista si pone solo come vettore per tutte queste domande, dando allo spettatore illimitato potere di giudizio e condanna, sta a noi vedere oltre la Drama il senso ultimo e farci il nostro messaggio.

Matsumoto si diletta nella rielaborazione e completa inversione del mito di Edipo, seguendo lo schema non eterosessuale ma strettamente omosessuale: il protagonista, una transvestite di nome Eddie, morosa illegittima del gestore del Genet, ripercorrà il mito originale dall’origine al compimento dell’oracolo, nell’incontaminata ma libertina Tokyo degli anni ‘60, vedendola in tutte le sue sfumature, ricollegate alla sua narrativa personale: dalla sua infanzia, la sua situazione familiare, il rapporto che ha con la sua sessualità, i suoi dilemmi in amore, la sua invidia e sete di potere, i suoi contatti con gli intelletuali anarchici, le proteste, il suo rispecchiamento in un’arte espressionista e surralista che non può capire, e la sua tragedia finale.
Il film segue un intreccio non lineare che mette in parallelo tutti questi aspetti, pur non essendo mai troppo aperto, ogni scena è intrecciata con mille linee di sviluppo diverse e tutte queste si alternano, seguendo schemi inintelligibili e imprevedibili allo spettatore. Come è stato detto prima, la pellicola ha una funzione di semi-documentario, ma non solo in un filone prettamente metaforico e retorico, ma anche nella direzione stessa del film, infatti le scene della vita di Eddie, già mischiate come pezzi di un puzzle, sono ricamate insieme a delle interviste agli attori (tutti gay boy esattamente come la loro controparte del film) messe in punti casuali, che descrivono la situazione degli okama (termine slang giapponese per gli omosessuali) e il rapporto che hanno con la loro identità e il responso della società.

Il film rimane estremamente avanguardista e criptico su molti aspetti, è di difficile visione e richiede più visioni per essere capito a fondo in ogni tema trattato (per l’intreccio non lineare già riconosciuto), ma consiglio apertamente la pellicola a chiunque ricerchi un prodotto diverso dalla norma che descriva tematiche tuttora trattate, dall’omosessualità all’identità di genere, ma avverto i lettori che il film non vuole promuovere nessuna ideologia o pensiero politico, di denuncia e approvazione che sia, ma è un’opera d’arte dal messaggio puramente artistico che vuol far riflettere lo spettatore più di quanto voglia asserire un giudizio.

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