“Donne, Vita, Libertà” è questo lo slogan che oggi, più forte che mai, risuona tra le strade invase dai cittadini iraniani che, dal 17 settembre, protestano ininterrottamente contro il regime degli ayatollah.
Le donne vogliono la libertà da quello che si può definire un regime islamico a tutti gli effetti: scendono in piazza, bruciano i veli e si tagliano i capelli in segno di protesta, il tutto supportate dalla popolazione maschile.
Ad oggi le vittime contate tra i manifestanti sono 248, mentre gli arresti sono più di 12 mila.
Chi è Mahsa Amini?
A dare il via alle proteste che stanno scuotendo il paese è stato proprio l’omicidio di una ragazza curda di 22 anni, Mahsa Amini “Jina”, a Teheran il 17 settembre. La ragazza è stata uccisa sotto la custodia della cosiddetta “polizia morale” (incaricata dal regime di vigilare sul rigido codice di abbigliamento imposto alle donne) perché non indossava il velo correttamente. Anche se le autorità hanno cercato di coprire la vicenda, il corpo brutalmente ferito non lascia dubbi: così la sua morte diventa il simbolo delle ingiustizie quotidiane subite da anni da tutti gli iraniani. L’ennesima violenza, la goccia che fa traboccare il vaso e che spinge al limite le tensioni e il malcontento generale fino a una rivolta nelle strade, “morte al dittatore”.
Solo pochi giorni dopo i funerali di Mahsa Amini le proteste si diffondono anche nelle scuole, con il conseguente intervento delle forze dell’ordine che ha portato alla morte anche numerose studentesse e studenti minorenni. Molti istituti sono stati chiusi, soprattutto nel Kurdistan iraniano, mentre altrettante strutture sono state evacuate contro la volontà degli studenti e questi ultimi sono stati arrestati.
Da notare infatti come le rivolte siano guidate proprio dalle generazioni più giovani, complici anche i social network: i ragazzi iraniani non vogliono solo l’abolizione del velo obbligatorio ma anche una vera e propria riforma politica e sociale, a partire dall’abolizione della polizia religiosa fino al raggiungimento della libertà di espressione e d’informazione.
Nonostante il tumulto popolare le repressioni continuano brutali.
Tra il 15 e il 16 ottobre scoppia un incendio in circostanze anomale nel carcere di Evin a Teheran dopo una rivolta dei detenuti. Quest’ultimo non è una semplice prigione ma proprio il simbolo della repressione politica iraniana: all’interno sono rinchiusi molti dei dissidenti del regime, dagli attivisti agli studenti, dagli avvocati ai letterati, tra cui molti dei protestanti arrestati nelle ultime settimane. I detenuti morti risultano essere almeno 4 mentre i feriti 61.
Si tratta di una protesta di massa unica nel suo genere, specchio di una società che non ha ceduto dopo anni di oppressione. É una protesta guidata dalle donne, i nomi delle giovani protestanti vittime della repressione diventano il simbolo della lotta e vengono gridati nelle piazze. Non si protesta per un solo motivo e non c’è un’ideologia alla base, in tutto il paese le proteste sono sorte spontaneamente e contemporaneamente senza nessun intervento esterno.
Le cose sono già cambiate e il regime sta affrontato il periodo più debole della sua storia.
Il velo obbligatorio è già morto.
“Donne, Vita, Libertà”.

