“L’occhio del secolo”

Cenni biografici

H.C. Bresson nasce a Chanteloup-en-Brie nel 1908 da una ricca e influente famiglia francese e trascorre gran parte della sua giovinezza nella Parigi di inizio ‘900. 

Sente sin da giovane la vocazione artistica e tenta la carriera di pittore sotto la guida di André Lhote. Non riscuote grande successo e in poco capisce che la pittura non è quella declinazione artistica che più gli si addice.

Intorno agli anni ’20 si avvicina al movimento surrealista lasciandosi profondamente influenzare, al punto da rivalutare la sua concezione di arte e della vita stessa.

Se pensiamo al Bresson di questi anni, si immagina un giovane che sta esplorando la realtà in tutte le sue forme, che sta creando il suo universo espressivo, che sta cercando il mezzo e il momento adatto per rivelarsi al mondo. 

Il mezzo è ovviamente una Leica 35 mm e il momento adatto coincide con le recenti delusioni pittoriche. 

Sono le foto scattate tra il 1932 e il 1935 nei viaggi in Messico e in Europa a renderlo famoso nel panorama artistico-fotografico di New York: inizia a delinearsi quello che in breve tempo diventerà il mito del “Fotografo surrealista”, “l’ Occhio del Secolo”.

Quando torna in Francia nel 1937 trascorre un breve periodo di apprendistato come regista al seguito di Jean Renoir. Lo assiste principalmente nella realizzazione del film “La vie est à nous”, commissionatogli dal partito comunista francese.

“Il culto della vita”, ci dice Jean-Pierre Montier, “è l’antidoto a ogni dogmatismo e a ogni sistema, stato di ribellione permanente e di perpetua rimessa in discussione. Sia del mondo che di se stessi. Ragione per la quale egli (Bresson) l’associa alla rivolta libertaria”.

Si rende conto ancora una volta che ha sbagliato strada e decide di dedicarsi esclusivamente e completamente al fotogiornalismo. 

Lo stesso Bresson dice: “Sapevo che non avrei mai fatto il regista, e Renoir me l’aveva detto, lui sapeva che non possedevo alcuna immaginazione. Ho sempre guardato le cose come un entomologo”.

Bresson ora si dedica alla fotografia con anima e corpo, e in questa sola trova la sua realizzazione. 

Troviamo una testimonianza in Baudelaire. Lo stesso Baudelaire che aveva svalutato il Bresson regista, ma non ne aveva oscurato completamente l’orizzonte della fotografia ne parla come di un’artista che cerca di “attingere dalla moda quel tanto di poetico che può contenere, di trarre l’eterno dal transitorio”, che compie la sintesi tra “il transitorio, il fugace, il contingente” e “l’eterno e l’immutabile”. 

Con Bresson il fotogiornalismo diventa una vera e propria forma d’arte. Il suo approccio consiste nell’“allineare testa, occhio e cuore”, di scattare più fotografie possibile per poi poter selezionare dalla massa quelle in cui tutti gli elementi risultano perfettamente armonici e in grado di simbolizzare un evento, una persona o un luogo.

È ora la guerra a sconvolgere la sua vita, durante la quale si schiera con la resistenza francese, per essere nel 1940 catturato dai nazisti. Al terzo tentativo riesce a scappare, giusto in tempo per la liberazione di Parigi nel 1944. 

Nel 1947 partecipa alla fondazione dell’agenzia Magnum, uno dei suoi più importanti progetti, insieme con i fotografi Robert Capa, David Seymour, William Vandivert  e George Rodger.

Nel 1953 pubblica “il momento decisivo”, destinato a diventare una vera e propria bibbia per numerosi fotografi a lui contemporanei e non solo. Fulcro del libro è la sua teoria del “istante decisivo”, secondo cui il fotografo deve avere la prontezza di cogliere di sorpresa la realtà, “come appena sveglia”.

H.C.Bresson si spegne a Montjustin il 3 agosto 2004, all’età di 95 anni.

Filosofia, etica e pensiero

Bresson si avvicina alla fotografia non per puro caso. E’ infatti  immerso in un periodo storico di grandi cambiamenti, enormi a livello culturale, che vede un rifiuto del razionalismo classico e del cartesianesimo e un nuovo orizzonte nelle scienze e nelle arti più avanguardiste. In questo ambiente la Fotografia acquisisce un’importanza sempre maggiore: diviene una forma a sé stante di arte. 

La fotografia fino a quel momento aveva avuto valore marginale, venendo considerata come estensione, esclusivamente tecnica, del disegno e della pittura. Alla sua rivalutazione contribuisce certamente anche Bresson, che la porta in ambiti fino ad allora inesplorati, come nel giornalismo.

Queste nuove forme di immagini sono considerate impure dall’estetica romantica, in quanto ritenute prive di anima, ma diventano interessanti agli occhi dei surrealisti, ragione per la quale probabilmente Bresson si avvicina molto alla corrente.

“Il piccolo apparecchio”, come Bresson chiama la macchina fotografica, diventa un mezzo che permette di oltrepassare i limiti sensoriali imposti dalla nostra limitante fisicità.

Nel 1929 Sigmund Freud osserva a questo proposito: “Grazie a tutti i suoi strumenti, l’uomo perfeziona i propri organi – motori come sensoriali – oppure amplia notevolmente i limiti del loro potere. […] Con la macchina fotografica si è assicurato uno strumento che fissa le apparenze fugaci”.

La realtà per Bresson è unica, perciò il fotografo per cogliere la sua essenza e riproporla tramite un’immagine deve immergervisi dentro e diventarvi un tutt’uno.

Il fotografo è incluso nello stesso spazio e flusso temporale in cui è immerso ciò che egli fotografa. 

“È una questione di millimetri, di essere qui, o là. C’è una lievissima differenza tra una buona e una brutta fotografia. Sono piccole le differenze, piccolissime”. 

La bravura sta perciò nell’essere lucidi e saper cogliere quell’attimo e quello soltanto in cui la bellezza ci concede di essere ritratta.

La sua etica si fonda sul rispetto e la comprensione. 

Prima di scattare una foto e catturare un istante deve capire dove si trova e da chi o cosa è circondato. Le immagina scattate in Asia, come più volte afferma lo stesso Bresson, sono il frutto di vent’anni di vita in Oriente. 

Non si coglie l’essenza di una realtà con la pretesa di farlo in pochi giorni e frettolosamente, di questo Bresson è profondamente convinto. 

Bresson amava citare una frase di Rodin che può riassumere la sua filosofia di vita e di pensiero:

“Quel che si fa con il tempo, il tempo lo rispetta”. 

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