Poeti della distruzione sociale – Il Teatro Degli Orrori

Pierpaolo Capovilla fonda nel 2005 a Marghera, insieme a Gionata Mirai, Francesco Valente e solo in seguito Giulio Favero, il progetto per cui è più conosciuto nella scena rock italiana: Il Teatro Degli Orrori. La band, il cui nome è evidentemente ispirato a “Il teatro della crudeltà” di Antonin Artaud, getta l’ascoltatore, con il suo alternative rock, misto ad elementi noise, nell’abisso della tremenda e decadente realtà sociale italiana, ancorandolo al fondo di un mare in continua tempesta, un mare fatto di urla, stridii e caos, tra depressione e ira, tra il sollievo che si crea solo in stralci di distrazioni e l’infinita torbidità dell’animo. Le ispirazioni stilistiche de Il Teatro Degli Orrori sono evidentemente molteplici, da una parte perché due componenti della formazione iniziale erano già i frontman di altre band (Capovilla dei One Dimensional Man e Gionata Mirai dei Super Elastic Bubble Plastic), dall’altra per la mole di cultura che caratterizza tutti i membri della band. Una delle più grandi ispirazioni stilistiche, almeno per quanto riguarda il comparto puramente strumentale, sono sicuramente gli Slint, band estremamente sperimentale di fine anni ottanta e inizio novanta caratterizzata da una grande nostalgia adolescenziale e dal sound ardito, decadente e metallico, questo si può evincere non solo ascoltando le opere della band italiana, ma anche dalla canzone a dedicata proprio agli artisti statunitensi (chiamata, per l’appunto, Slint, dall’album “Il Teatro Degli Orrori”). Se invece la band viene presa in esame dal punto di vista delle tematiche e del lessico utilizzato, è facile vedere una forte somiglianza con la poetica italiana di inizio novecento, con un sempre presente amore, almeno da parte di Capovilla, verso l’omonimo Pasolini, che a tratti risulta infatti la musa ispiratrice. 

Il Teatro Degli Orrori da sempre produce opere colme di suoni, rumori e melodie contrastanti, a tratti psichedeliche e piene di crudezza. In ordine cronologico, le pubblicazioni sono: “Dell’impero delle tenebre” (2007), riconosciuto dai più come l’album più riuscito; “A sangue freddo” (2009), più dolce e nostalgico; “Il mondo nuovo” (2012), più impegnato sulle faccende estere e, infine, “Il Teatro Degli Orrori” (2015) chiude la loro storia ritornando all’origine. Nel corso del tempo la band ha comunque pubblicato altre due opere, due Ep: Fallo/Nostalgia – split (in collaborazione con Zu) e A sangue freddo/Per nessuno. Personalmente ritengo che il primo e l’ultimo album, più violenti e più carichi dell’identità della band, siano i migliori, con una popolarità inversamente proporzionale alla loro bellezza.

Dell’impero delle tenebre – Epitome dell’apocalisse sociale

Dell’impero delle tenebre, apice dell’arte del Teatro Degli Orrori fa uso di melodie scardinate, scoordinate e rugginose, tra i fumi dell’alcol scorrono depressione, solitudine e follia. La durata più breve delle prime canzoni dilaga nel corso dell’album espandendosi e dilatandosi sempre di più, con “Maria Maddalena” che corona l’album, si sancisce la fine del mondo con un epitaffio tremendo e minaccioso, da prima lento, e poi con un fortissimo climax. “Vita mia”, la prima traccia, fa da apertura all’album, giocando subito le carte tematiche e tecniche che ci accompagneranno attraverso l’opera: un canto disperato, ricolmo di urla di dolore squarcia l’orecchio e l’animo dell’ascoltatore e lo getta in un oscuro pozzo. La canzone è speranzosa nelle prime battute, per poi gettarsi in picchiata nel letterale inferno. Capovilla, grande drammaturgo, si trasforma, dunque, in un demone che perseguiterà per tutto il resto dell’album l’ascoltatore. Con “Dio Mio” si abbandona a tutti gli effetti la possibilità di vedere il paradiso o di tornare indietro, a contrario di Dante nella Divina commedia. Appare qui, oltre che in “Vita mia” la figura di una non ben specificata amante di Capovilla, che potrebbe essere rappresentata dalla vita vera e propria, o essere a tutti gli effetti una donna. Questa figura abbandona ben presto il cantante però, che racconta crudamente del suo omicidio in “E lei venne”, in questa canzone l’amore assume un significato ambivalente ed è equivalente all’odio: “lei” viene uccisa e gettata in fondo ad un pozzo, questo rappresenta una grandissima liberazione per Capovilla, che dunque decide di ubricarsi e infrangere qualsiasi legge morale fosse rimasta. Con “Compagna Teresa” si apre poi un vero e proprio capitolo a parte su solitudine e gelosia, in questo caso il cantante urla a squarciagola sofferente a causa della solitudine. A tratti la traccia sembra anche ricollegarsi a quella precedente, ripercorrendo i passi dell’omicidio, culminando, infine, con delle ripetitive e massacranti urla della della parola, per l’appunto, “solitudine”. Il pezzo a seguire, “L’impero delle tenebre”, risulta a primo acchito fuori contesto e scoordinato rispetto al resto dell’album, trattando in generale della piccola e media borghesia, più che di un soggetto particolare, inoltre, la voce è filtrata come da un megafono, o comunque disturbata, contribuendo ad un effetto di apocalisse imminente. Tuttavia  è proprio a partire da questa canzone che l’ascoltatore comincia a capire che “Dell’impero delle tenebre” è più una raccolta di stracci di storie e spaccati sociali, più che un album narrativo, si tratta di creare di un’antologia di traumi e sentimenti torbidi, più che di raccontare una storia o trasmettere un messaggio. “Scende la notte” è come un seguito spirituale per “Dell’impero delle tenebre”, prendendo in esame una coppia, in cui uno dei due è affetto da depressione. Come nella canzone precedente si percepisce un senso di imprigionamento, un po’ perché entrambe collassano nella ripetizione finale, un po’ perché rappresentano elementi attanagliati da tremendi mali. “Carrarmatorock” risulta a tutti gli effetti la canzone più fuori contesto tra tutte, difatti a parte alcuni accenni al fatto che la televisione abbia sovrastato qualsiasi elemento della persona e del sé, si fa poco gioco sui turbamenti di cui finora si è parlato nell’album, e risulta più una scusa per sfogare una rabbia repressa, ma allo stesso tempo di non volersi prendere responsabilità delle conseguenze. Subito dopo arriva in modo piuttosto teatrale “Il turbamento della gelosia” che travolge in modo devastante, per l’ultima volta in questo album, l’ascoltatore. Con questa canzone, la band dipinge un mondo privato di ogni colore a causa della gelosia, un mondo infinitamente piccolo e infinitamente grande, in cui l’Io si confonde tra affetti materiali e personali, che viene stracciato dal sentimento della gelosia. Con questa traccia si lasciano i forti sentimenti repressi, straripanti e traumatici, per fare spazio alla nostalgia e a un dolore piangente, più che foriero di urla. Le tre tracce rimanenti si basano tutte su un climax ascendente che culmina sempre nel polifonismo distintivo della band, con melodie di nuovo contrastanti e contrite. “Lezione di musica” esprime i sentimenti di Capovilla verso il figlio, o la figlia, che non ha mai avuto, trasmettendo un fortissima nostalgia che inizialmente culla l’ascoltatore, ma che poi lo lascia cadere, con il cantante sempre più in preda al dolore. “La canzone di Tom”, forse il pezzo più carico di nostalgia tra tutti, rievoca più o meno le stesse emozioni della traccia precedente, cambiando però il soggetto, che stavolta è un suicida, amico o amante (non è ben chiaro) del cantante. “Maria Maddalena” è un epitaffio totale inciso su cemento e calcinacci: la canzone si dilata a non finire, con una durata di circa mezz’ora, anche se gran parte è occupata da un fischio stridulo costante, è dunque qui che l’album deflagra e collassa, creando un’aria terribilmente apocalittica introdotta dal climax di un violino, per finire in modo fulmineo e quasi insoddisfacente, pur essendo questo effetto puramente diegetico e funzionale. Il canto è febbrile, funereo e funerario: Capovilla diventa a tutti gli effetti un prete oscuro alla Nick Cave, tormentato e distrutto, celebrando la morte forse proprio della vita stessa.

Il Teatro Degli Orrori, rappresenta per me uno dei gruppi italiani più sottovalutati in assoluto e, anche riconoscendo che la loro musica non sia proprio da definire per tutti, mi resta sempre l’amaro in bocca a vedere le facce stupite e confuse della gente quando ne parlo, è costante il desiderio che la loro musica venga apprezzata da più persone, ma forse la loro bravura era data proprio dall’essere relativamente di nicchia

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