Africa Made in China

Oggi nel mondo vivono complessivamente un totale di 7,9 Miliardi di persone di cui 1,3 Miliardi di origine africana, pari al 16,5% del totale; secondo una recente statistica dell’ONU nel 2100 la popolazione africana arriverà a toccare i 4,9 Miliardi di individui, circa il 39,5%. Il continente africano è quindi destinato a crescere non solo in campo demografico, ma anche in quello economico e finanziario; ad averlo intuito prima di chiunque altro è stato sicuramente il governo della Repubblica Popolare Cinese che da anni investe e opera in Africa.

I primi contatti sporadici tra la Cina e l‘Africa si svolsero tra il decimo ed il dodicesimo secolo sotto la dinastia dei Song. Allora i prodotti cinesi arrivarono sul continente africano, in Etiopia, in Tanzania ed in Zimbabwe. A partire dal 1880, numerosi cinesi arrivarono in Africa per costruire le ferrovie, sfruttare le miniere e coltivare la terra contrastando la supremazia europea sul continente; la situazione rimase stabile fino al 1949, quando la Cina aiutò alcuni paesi africani a liberarsi dal colonialismo. Nell’aprile 1955 si tenne inoltre la conferenza afroasiatica di Bandung, mediata dalla Cina, in Indonesia per favorire i rapporti bilaterali tra i due continenti. La nuova Repubblica Popolare era estremamente interessata ad intraprendere alleanze con altri paesi del Terzo Mondo in modo tale da interrompere l’isolamento diplomatico internazionale che fino a quel momento aveva caratterizzato le sue politiche. A partire dagli anni ‘70 la Cina si è interessata seriamente alla costruzione di importanti centrali idrauliche ed energetiche ed a infrastrutture di carattere economico e sociale nel continente africano, come la Tan-Zam, una ferrovia di circa 1860 km di lunghezza che collega la Tanzania allo Zambia con 18 tunnel e 40 ponti. Nel Novembre 2006 fu poi organizzato a Pechino il primo summit per la Cooperazione economica tra Cina e Africa (Foca), che portò alla nascita di un primo vero accordo di cooperazione.

Oggi i rapporti finanziari e commerciali tra la Cina e il Continente Nero si sono intensificati: in particolare stiamo assistendo ad un massiccio flusso migratorio verso l’Africa da parte dei cittadini cinesi disposti a dormire anche nelle tende, mangiare nei cantieri, rischiare di aver la malaria, sfruttando ogni occasione che si presenta. Circa 53 paesi del continente sono interessati dal nuovo fenomeno cinese; nel 2004 erano stati investiti circa 925 milioni di dollari, nel 2005 soltanto 175 milioni e nel 2006 più o meno 4,5 miliardi. Tali investimenti sono arrivati a toccare cifre pari a 552 milioni di dollari nel primo semestre dell’anno 2009. Inoltre un migliaio di imprese cinesi presenti sul continente ha firmato dei contratti per la manodopera con i paesi africani per 22,5 miliardi di dollari. È impossibile stabilire con certezza tutti gli investimenti cinesi in Africa ma possiamo stilare un primo elenco di tutti i prodotti e le materie prime che interessano gli acquirenti asiatici: sono interessati prima di tutto al petrolio, al rame, al cobalto, all’alluminio, ai diamanti, all’oro, al legno e al fosfato sfruttando paesi come Sudan, Nigeria, Gabon, Angola, Guinea, Congo, Algeria, Zambia, Sudafrica, Marocco, Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone. Oltre a contratti ufficiali internazionali tra i singoli Stati, sono numerose le compagnie private cinesi che investono nella manodopera africana creando un circuito economico parallelo a quello statale.

La Cina investe in Africa anche mediante i numerosi prestiti che effettua rivolti ai Paesi del continente; infatti la Tigre Asiatica dà denaro a tutti quei Paesi probabilmente non in grado di restituirli secondo i tempi prestabiliti: si innesca quindi un meccanismo finanziario che porta tutti gli Stati africani sotto il controllo cinese, visto il debito con quest’ultimo. Molte organizzazioni internazionali evidenziano come siano state violate molte norme commerciali prestabilite volte alla salvaguardia dei singoli Stati. I paesi africani però continuano ad accettare ben volentieri gli acquirenti cinesi visti i numerosi benefici che recano oggi alla propria economia: in cambio di materie prime da lavorare ricevono cibo e prodotti primari lavorati per tutta la popolazione, oltre alla costruzione di infrastrutture, scuole, zone abitative e fondi commerciali. Un punto fondamentale della campagna di investimenti cinese è sicuramente l’apparente parità politica e commerciale che tende a dimostrare con i Paesi africani, al contrario del sentimento di superiorità che ha sempre ostentato l’Occidente. La Cina, invece di considerare l’Africa un continente da aiutare, lo porta al suo pari investendo e intrattenendo scambi utili che avranno un ruolo fondamentale negli equilibri politici dei prossimi anni. Gli Stati Uniti e l’Europa quindi devono iniziare a mostrarsi all’Africa come una valida alternativa alla Cina negli scambi commerciali cambiando il proprio modo di considerare e vedere la questione africana se non vogliono rischiare di essere esclusi da tutti i giochi di potere interni e forse esterni al continente.

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