Silvia è la giovinezza!

“Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia”, così Lorenzo De’ Medici cominciava il suo Trionfo di Bacco e Arianna, cogliendo in un paio di brevissimi versi quell’essenza intrinseca al periodo dell’adolescenza e della gioventù, che rende tale periodo della nostra esistenza tanto incantevolmente lieto quanto amaro. Nel solo pronunciare le dieci lettere che compongono la parola giovinezza, si può percepire al contempo la gioia e la nostalgia che ne fanno parte. Da ragazzi si può dire d’essere veramente fiori, si sboccia, la corolla si fa più grande e colorata e il profumo più intenso e accompagnati dal vento, che è la voglia di scoprire il mondo, si affronta la vita come un quaderno bianco, col desiderio di poter scrivere la propria storia, ma già guardandosi di poco indietro, si scorgono alcuni petali perduti per strada e altri un po’ sgualciti o sciupati da chi o cosa si è avvicinato loro e si comprende d’un tratto immediatamente d’aver assaporato senza accorgersene gli anni migliori e di non averli forse goduti abbastanza, di non esserne stati consapevoli, il tempo è trascorso avvicinando la vecchiaia e la morte non chiedendo alcun consenso e sfugge dalle mani ogni possibilità di rivivere certi istanti, di dare certi abbracci, di dire certe cose, di ammirare certi paesaggi, di prendersi certi rischi. È così lieve la giovinezza eppure così breve, che non lascia neanche il tempo di essere felici. Da un momento in poi, si può soltanto ricordare, chiudere gli occhi per rivedere gli attimi e far finta che non sia ancora tutto finito, si può soltanto sperare e cercare di rendere tutto ciò che rimane il più denso e intenso possibile, finché un giorno, guardando negli occhi una ragazzina, si avvisterà di nuovo la vivacità della vita e ci si abbandonerà a un pianto e a una commozione che racchiudono l’intero senso (o la totale mancanza di esso) della vita.

“Una giovane ha nel suo viso […] un non so che di divino, […] quella speranza vergine […] che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell’aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; […] tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idea di angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. […] si aggiunga il pensiero dei patimenti che l’aspettano, […] un sentimento di compassione per quell’angelo di felicità, per noi medesimi, per la sorte umana, per la vita, (tutte cose che non possono mancare di venire alla mente), ne segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi”.

Giacomo Leopardi, Zibaldone

Questo vuol comunicare Giacomo Leopardi nella sua “A Silvia”, dove evoca l’immagine di una fanciulla, la cui giovinezza e spensieratezza sono state in fretta cancellate dalla morte, che diventa il simbolo della vaga e indefinita bellezza dell’adolescenza, e il ricordo di quella speranza di felicità che inevitabilmente si perde allorché ci si accorge che la vita scorre senza freni sempre e soltanto verso una fine.

“Silvia, rimembri ancora – quel tempo della tua vita mortale – quando beltà splendea – negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi – e tu, lieta e pensosa, il limitare – di gioventù salivi?”. Con i noti versi Leopardi apre il canto, introducendo da subito il tema della finitezza umana e della scomparsa della tanto cara gioventù. Seguono due strofe in cui il poeta ricorda i giorni in cui viveva la ragazza, trascorsi sempre come giorni di festa lietamente nella natura da lei o studiando da lui: “Che pensieri soavi, – che speranze, che cori, o Silvia mia! – Quale allor ci apparia – la vita umana e il fato! – Quando sovviemmi di cotanta speme, – un affetto mi preme – acerbo e sconsolato, – e tornami a doler di mia sventura. – O natura, o natura, – perché non rendi poi – quel che prometti allor? perché di tanto – inganni i figli tuoi?”. E senza che potesse accorgersene, Silvia perisce e i suoi anni e il suo profumo e il suo sguardo pieno di gioia muoiono con lei e la vita mortale si palesa per quel che veramente è. “Questo è quel mondo? questi – i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi – onde cotanto ragionammo insieme? – Questa la sorte dell’umane genti? – All’apparir del vero – tu, misera, cadesti: e con la mano – la fredda morte ed una tomba ignuda – mostravi di lontano”.

La Silvia di Leopardi, però, non è l’unica ad aver assunto il volto di questa fase dell’esistenza umana nei secoli. 45 anni fa, infatti, il 15 giugno 1977 usciva il primo 45 giri di Vasco Rossi, da un lato “Jenny è pazza”, dall’altro “Silvia”. Silvia anche qui, come dichiara lo stesso cantautore, “era un fiore che sbocciava alla vita”; abitava di fronte casa sua e anche per lui rappresentava il simbolo di una giovinezza candida e commovente che lentamente appassisce.

Silvia riposa dentro la stanza

con una mano sotto al cuscino

mentre di fuori spunta il mattino

che fra non molto la sveglierà

[…] Silvia fai presto che sono le otto

se non ti muovi, fai tardi lo stesso

e poi la smetti con tutto quel trucco

che non sta bene, te l’ho già detto.

Silvia non sente oppure fa finta

guarda lo specchio poco convinta

mentre una mano si ferma sul seno

è ancora piccolo ma crescerà.

[…] Silvia ora corre oltre lo specchio

dimenticando che sono le otto

e trova mille fantasie

che non la lasciano più andar via.

Vasco Rossi, Silvia

Il tempo non si può fermare, ma il ricordo si può mantenere e la nostalgia è un sentimento doloroso, ma risulta necessario all’uomo per non dimenticare che i momenti felici forse un giorno potranno tornare o almeno di questo la nostra Silvia, chiunque lei sia, ci illude.

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