Morire giovane, vivere eterno nella gloria

L’Universo, gli dei, gli uomini

È leggendo, l’estate di tre anni fa, il paragrafo Morire giovane, vivere eterno nella gloria contenuto in L’Universo, gli Dei, gli Uomini di Jean-Pierre Vernant che ho riflettuto sulle figure di Achille e Odisseo come simboli di fasi differenti della vita.

Copertina del libro “L’Universo, gli dei, gli uomini” di Jean-Pierre Vernant

Ci troviamo all’apertura delle ostilità della Guerra di Troia, che non sembra aver riscosso entusiasmo dovunque. Ulisse, infatti, poiché Telemaco è appena nato, vuole sottrarsi ai combattimenti e si finge, all’arrivo dell’anziano Nestore, il cui compito è chiamarlo alle armi, un folle povero di spirito. Ulisse, quindi, cammina a ritroso seminando sassi invece di grano, i quali, naturalmente, non possono dare “frutti”. Nestore capisce, però, che questo è uno degli inganni di Ulisse e decide, allora, di smentire l’eroe. Per farlo prende Telemaco e lo pone davanti al vomere che, se per la terra è vita perché, di fatto, è ciò che la “ingravida”, per il piccolo fanciullo non potrebbe che avere conseguenze gravi. Ulisse, allora, non ha altra scelta che rivestirsi coi panni di padre e venir meno alla sua messa in scena al fine di salvare il figlio; in questo modo, tuttavia, dimostra di non essere assennato ed è costretto ad andare in battaglia.

Ci imbattiamo, a questo punto, nel secondo personaggio del racconto: Achille. Il padre, Peleo, che ha visto morire i suoi precedenti sette figli,  non vuole che Achille parta alla volta di Troia. Lo manda, quindi, sull’isola di Sciro, travestito da ragazza, in mezzo alle quarantanove figlie di Licomede. 

Achille, mimetizzato fra le fanciulle, viene tuttavia smascherato da Ulisse con uno dei suoi trucchi ed è costretto a partire alla volta di Troia. . 

Il mito continua, quindi, con l’approfondimento delle origini di Achille. Vernant racconta, infatti, che Teti, la madre, una ninfa, prima di Achille ha partorito altri sette figli e, non sopportando la loro mortalità (il padre, Peleo, era mortale) cercava di renderli immortali mettendoli sul fuoco, nell’intento di bruciare tutta la loro umidità portatrice di corruzione, ma finendo per ucciderli. Il cosiddetto umido radicale è simbolo di brama, è l’esistenza stessa, è la necessità. Essa è il divenire, il caos, la vita, l’istinto, l’impulso. Tale forza coincide con l’animalità e l’irrazionalità che è in ciascun essere umano. Si tratta della volontà del corpo, della vita biologica, dello spirito di sopravvivenza. L’acqua, l’umidità erano dunque tanto disprezzate da Teti in quanto simbolo di vita e venuta al mondo, in altre parole di rinascita, la quale costringe, d’altra parte, ad una precedente morte.

Peleo, allora, per non perdere almeno il neonato Achille, lo strappa alle braccia della madre che lo stavano per deporre sul fuoco, tuttavia, il padre, nel salvarlo, non riesce a impedire che Achille si bruci le labbra (una possibile derivazione del nome del semidio potrebbe infatti essere la parola greca Akhilleus il cui significato letterale è “senza labbra”) e il tallone. Peleo manda quindi Chirone a prelevare il calcagno dal cadavere di un centauro molto veloce: sarà questo che permetterà ad Achille di correre rapido sin da giovane. Spiccano, in questo frammento di racconto, due figure: Teti e Peleo, la madre e il padre. Teti è una madre non sa perdere il proprio bambino e anziché dargli la vita, rischia di togliergliela; lo ha fatto per sette volte e tenta, sì per il bene di Achille, ma in realtà seguendo una personale e morbosa frustrazione, di rifarlo per l’ottava. Il progetto di Teti è un progetto folle: asciugare “l’umidità” del figlio con una fiamma, quando, invece, l’acqua rinsalda quel che il fuoco dilata e viceversa. 

Veniamo, adesso, alla figura di Peleo, il padre; questi, infatti, nella famiglia, ricopre il simbolo della legge, è colui che evita l’incesto, inteso anche come godimento sfrenato (avere tutto, godere di tutto, volere tutto). È per il padre (che sia colpa o merito) che Achille non è immortale, ed è sempre il padre che blocca la morbosità materna quando Teti lo sta per bruciare. 

Spingendo il figlio a nascondersi a Sciro durante l’adolescenza, Peleo incarna, nuovamente, il modello di “buon padre”. Non solo vuole nascondere il figlio alla chiamata di guerra, ma lascia che il fanciullo, nell’adolescenza, in quel periodo in cui c’è necessità di libertà e sperimentazione possa soddisfare un nuovo bisogno di appartenenza, non più nel genitore, ma in se stesso.

Un’altra versione del mito, più famosa, sempre narrata da Vernant, racconta che Teti per rendere Achille immortale, non potendolo immergere nel fuoco, lo immerga nello Stige, il fiume infernale. Achille diviene così veloce ed invincibile, ad eccezione del tallone, dove la madre lo teneva per immergerlo nel fiume e dove lo figgerà la freccia di Paride. 

Da questa versione emerge Achille, che fra i tre personaggi (Teti, Peleo, Achille) è il figlio, colui che per definizione non è padrone delle sue origini. Dalla sua condizione semidivina nasce il dilemma: gioire di tutto ciò che la vita umana offre oppure non morire. Nel secondo caso è vero che si va incontro alla vita eterna, ma, come spiega Vernant, non si conosce realmente la vita, poiché questa ha senso di essere definita tale quando vi è morte. Achille sceglie dunque quella che sembra la via che coniuga meglio entrambe le cose: morire giovane, morire in battaglia, vivendo per sempre nel ricordo delle sue gesta. Scopriamo, nei capitoli successivi, riguardo l’avventura di Ulisse, che, quando Odisseo scende nell’Ade e incontra il Pelide, lo scopre insoddisfatto della sua scelta. Achille sostiene infatti che non c’è gloria nella morte, che se lui, un “senza volto”, potesse scegliere di vivere ancora accetterebbe sicuramente, anche fosse l’ultimo dei contadini in un angolo sperduto della Grecia. Achille è, fin da piccolo, obbligato a prendere decisioni, la più importante proprio riguardante il dilemma della vita, uno delle problematiche che affligge maggiormente l’uomo, tanto che un altro significato del nome Achille lo si può ricercare nelle parole achos e laos che insieme significano “dolore della gente”. Il pentimento di Achille è, in parte, dovuto anche al fatto che egli non è unico artefice della sua memoria; come dire: le gesta sono sue proprie virtù, ma la loro memoria, quella a cui tanto l’eroe ambiva, no. 

Molti secoli dopo Omero, infatti, a Roma, in età Augustea, un grande poeta latino, Orazio, scriverà: “Vissero molti forti prima di Agamennone (cioè ‘prima della guerra di Troia’), ma tutti sono sommersi da una lunga notte privi di compianto e ignoti, perché sono rimasti senza un cantore sacro (vale a dire: è Omero che ha garantito una vita ultraterrena agli eroi, perché ne ha cantato la storia)”.  Questa è la nuova prospettiva di gloria: bisogna avere un poeta che canti le storie.  Non basta essere eroi per raggiungere la gloria (e con quella vincere la rovina della morte): è necessario anche che ci sia un poeta che canti le imprese dei protagonisti. In altre parole: solo la poesia può dare l’immortalità, e le azioni non consacrate dal canto poetico sono destinate a svanire nell’oblio. Gli eroi non esistono più, se non nel ricordo.

È logico, quindi, mettere a confronto i due protagonisti che abbiamo incontrato nel mito: Ulisse e Achille. Due eroi diversi, due prototipi del coraggio: Achille esempio di fedeltà a un mondo in cui la forza e la guerra esauriscono tutti i valori possibili, Ulisse invece esempio di un mondo fatto di uomini, fatto di razionalità e di abili scelte.

Se l’Iliade è il poema della forza guerriera, l’Odissea è il poema della resistenza alla disavventura. In questo senso Ulisse è un eroe più moderno, più vicino al nostro modo di sentire.  L’Iliade è un canto che esalta virtù aristocratiche, che è fatto per una società cavalleresca in cui la guerra è cosa quotidiana e richiede virtù come la lealtà e il coraggio, che esalta l’orgoglio e forse anche la superbia.  L’Odissea è un racconto fantasioso che simboleggia la destrezza mentale e l’intelligenza come arte di chi sa scegliere il momento opportuno per salvarsi dalla rovina e dalle minacce del mondo sconosciuto. Si potrebbe dire che Achille è l’eroe della giovinezza e Ulisse l’eroe della maturità. Ulisse è l’eroe che si conquista una vecchiaia serena e pacificata, Achille colui che con le sue scelte si ritrova a rimpiangere la vita.

Giunti a questo punto sorge la domanda: perché Ulisse ha miglior sorte (per ciò che non ci racconta il mito, ma è di conoscenza popolare) di Achille? 

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che la situazione così drammatica dell’eroe risalta non tanto nell’Iliade, ma nell’Odissea, un racconto, come detto, relativamente più recente, ma infinitamente più moderno, in cui, quindi, il pensiero dei greci iniziava ad abbracciare l’idea che gli individui, siano essi uomini o donne, giovani o anziani, in grado di fare uso delle facoltà intellettive allo scopo di raggiungere i propri obiettivi, anche in presenza di una forza maggiore, alla quale non ci si rassegna senza aver tentato tutto il possibile, siano quelli che hanno la vera “forza”. 

Coloro che con maturità creano un futuro stabile e concreto, che non si basi solo sui valori, questi sono i “nuovi” eroi. Perché in fondo ciò che ha permesso a noi uomini di distinguerci dal resto degli animali, che sia per fortuna o per disgrazia, è stato “pensare al futuro”: mettere da parte un legno, poi un sasso, per costruirci, l’indomani, una lancia.

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