Funny Games-decomposizione dell’horror cinematografico

Uno dei più grandi successi di Michael Haneke, sia artistici che al botteghino, è rappresentato sicuramente dal capolavoro Funny Games, inizialmente uscito nel 1997, per poi vedere un suo remake dieci anni dopo. La ragione per la quale è stato realizzato il remake è stata esplicitata più volte dall’autore, riteneva infatti che il primo film, non raggiungendo una grande visibilità, soprattutto perchè ristretto al pubblico austriaco, non fosse riuscito a mandare il messaggio adatto. La versione del film dei primi del Duemila, quindi fu ambientata in uno scenario più simile a quello americano e riuscì, grazie alla accresciuta fama del regista, a raggiungere il pubblico desiderato. Inoltre se nel film degli anni Novanta erano presenti attori meno conosciuti come Ulrich Mühe, Susanne Lothar, Arno Frisch e Frank Giering, nel film del 2007 troviamo i più famosi Tim Roth, Naomi Watts, Brady Corbet e Michael Pitt.

La trama in sé e per sé è relativamente semplice: una famiglia della piccola borghesia (ceto sociale molto ricorrente in Haneke), va in vacanza nella propria casa sul lago. È durante il viaggio che possiamo notare i primi richiami ai film horror, con un’evidente citazione alle prime scene di The Shining di Stanley Kubrick (1980). Una volta arrivati, i membri della famiglia si dividono: la madre, Ann, si occupa della cucina, mentre il padre George e il figlio Georgie mettono in acqua la loro barchetta. Ad un certo punto, due giovani dall’aspetto innocente, chiamati per convenzione Paul e Peter, si presentano a casa loro, chiedendo delle uova. Inizialmente si comportano in modo del tutto gentile con Ann, ma piano piano cercano di invadere sempre di più la casa dei malcapitati. In questo modo finisce l’incipit del film, tipico dei thriller/horror di tipo home invasion, per dare inizio alla mattanza da parte dei due uomini, più simile, sul finale, all’horror slasher. C’è un ulteriore richiamo allo stereotipico film dell’orrore: in queste scene, infatti come un “funny game” per l’appunto, viene presentata alla famiglia una sorta di scommessa: se fossero riusciti a sopravvivere fino alle nove del giorno dopo, Paul e Peter li avrebbero lasciati in pace.

In questo film ciò che conta non è certo la trama, quanto più il modo in cui la stessa viene raccontata. Gli argomenti toccati dal film sono molteplici, è necessario dunque procedere per gradi, per garantire chiarezza e ordine.

Sicuramente, il primo spunto di riflessione che l’opera ci propone è l’invasione dello spazio casalingo e, più in generale, della “comfort zone” delle persone del primo mondo, pubblico a cui si rivolge il film. Infatti, gli assassini possono essere chiunque e chiunque può essere la vittima, anche in un mondo in cui ci sentiamo sicuri, mai lo saremo veramente, perché la morte arriva per tutti ed è sempre dietro l’angolo. A braccetto di essa giunge poi la paura, mostro ineluttabile e oscuro, incarnato da Paul e Peter, inizialmente innocenti, ma con un animo tremendo e spietato, operando come un cavallo di Troia.

I due sono figure pseudo-demiurgiche: il mondo del film esiste in funzione loro, tutto ciò che vogliono è e ciò che non vogliono non è, plasmano la realtà a proprio piacimento e solo a scopo sadico, per il gusto di tormentare la famiglia. Ciò emerge dalla peculiare scena in cui i cinque personaggi, seduti di fronte, parlano; infatti, i due raccontano le proprie storie in modo volutamente contraddittorio e raffazzonato, mettendo in dubbio gli stessi nomi, un attimo prima uno dei due si chiama Tom e l’attimo dopo Peter, prima sono giovani ricchi che uccidono per vizio, poi sono spietate vittime della vita in cerca di vendetta contro il mondo. Inoltre, è da ricordare anche l’unica e sola scena in cui si vede esplicitamente un atto di violenza: la donna spara un colpo di fucile ad uno dei due uomini, colpendolo in pieno stomaco. Questa parte è chiaramente esagerata, Ann infatti, con le mani legate, riesce miracolosamente a fare fuoco con un fucile di grosso calibro, il cui colpo trapassa l’uomo sbalzandolo indietro e facendolo rimbalzare a peso morto contro il muro. La scena viene poi ulteriormente depotenziata e messa in ridicolo da tre rapidi cambi di inquadratura e il grido “Attento!” di Paul fuori tempo massimo che aggiungono una certa comicità e un senso di ridicolo alla scena, ulteriore simbolo di critica verso la violenza solo per soddisfare istinti primitivi. Paul però decretando ormai la sua totale ineluttabilità, trovando un telecomando “riavvolge”, come si faceva con una cassetta, l’atto, facendo tornare vivo e vegeto Peter e facendo continuare come previsto il film. È forse questa la scena più importante e iconica della pellicola.

Dunque è interessante e di cruciale importanza notare la quasi totale assenza di violenza nel film. In questo caso Haneke vuole farci riflettere sull’horror puramente visivo, quello che conta in quel genere di cinema è solo la mera violenza, non si cerca una trama avvincente né tanto meno si prova a far scaturire riflessioni, come il fruitore di una lotta tra gladiatori nell’antica Roma. Siamo spettatori puramente passivi e in quanto tali, come la famiglia, subiamo la violenza, anche se in modo diverso. Quella passività per Haneke va eliminata a tutti costi, tant’è che il regista stesso priva gli spettatori della sanguinaria soddisfazione richiestagli dalla disperata ricerca di intrattenimento.

Paul e Peter assumono dunque, nella loro nonchalance, un nuovo e definitivo volto: non si curano di come uccidono, l’importante è farlo, sono irriverenti sia nei confronti della famiglia che del pubblico, perché possono permetterselo. Il peso da novanta lo si ha quando, sul finale, un’ora prima della fine della scommessa, mentre Peter discorre di un film, Paul butta senza esitazioni Ann in mare, lasciandola morire. Questa, come le scene precedenti, crea un climax di rabbia e frustrazione che non trovano nel finale, e quindi nello scioglimento, uno sfogo, lasciando lo spettatore insoddisfatto: è quindi per questo, a mio avviso, che il film tocca il capolavoro. È il cinema ad essere sotto il nostro controllo con la sua ammuffita prevedibilità? Dobbiamo essere controllati e guidati dal cinema, godendo passivamente solo di una lista di immagini e sensazioni ingabbiate su pellicola? Oppure dobbiamo essere capaci di riflettere ed esplorare anche il minimo simbolismo che l’opera ci propone? La risposta sta allo spettatore.

Un aspetto minore, ma comunque peculiare, del film è la quasi totale assenza di musica se non stralci di una traccia metal riproposta all’inizio e alla fine del film in presenza dei titoli di coda. Il silenzio contribuisce in modo fondamentale alla totale asetticità riscontrata, anche grazie alle numerose inquadrature statiche, sin dall’inizio. Ovviamente anche questa faccia del film ha un significato relativo ai precedenti argomenti: l’horror è caratterizzato da cacofonie e melodie che contribuiscono a creare tensione nello spettatore, così come contribuiscono a questo obiettivo i tipici cambi di inquadrature rapidi. Haneke con il suo privare di questi elementi il proprio film, smonta di nuovo l’horror per ricomporlo in un mosaico monumentale, glaciale e claustrofobico, che riassume in gran parte la stessa carriera dell’autore.

Di fatto il cinema di Haneke è sempre stato alla ricerca dell’essenziale, del privarsi di qualsiasi sfarzo, scavando nei sentimenti primitivi latenti nel ceto medio logorato dalla vita borghese, protagonista assoluto della sua narrazione, e questo film non ne è che un esempio.

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